di Christian Argine
Dalle infiltrazioni nei movimenti alla sorveglianza diffusa, gli apparati dello Stato mostrano il loro volto più profondo: governare il conflitto, disciplinare il dissenso e riprodurre il proprio potere.
Alla base dell’asserita pax sociale ci sarebbe un contratto, solidale e simmetrico, stipulato dagli individui che decidono liberamente di costituirsi in associazione, al fine di moltiplicarne le energie e ottenere condizioni di vita irraggiungibili singolarmente. Lo “stato di natura” dell’uomo autoconservativo, che vorrebbe proditoriamente soddisfare i suoi interessi a detrimento di quelli altrui – homo homini lupus – viene superato mediante la finzione dottrinale dello “stato di società” di un uomo che, allo scopo di assicurarsi pace e prosperità, entra a far parte del consesso civile, delegando parte della propria autorità ad una più ampia in grado di garantire sicurezza e controllo, cui è riconosciuta, a tal proposito, il monopolio della violenza e l’utilizzo legittimo della forza nei confronti di chiunque violi tale patto: nasce così lo Stato.
La visione hobbesiana del Leviatano, per quanto si possa ritenere uscita dalla porta delle grandi teorie stataliste, rientra dalla finestra del quotidiano e lo fa attraverso manifestazioni di potere più pervasive; strategie politiche sofisticate e meno intelligibili; dispositivi di controllo tecnologicamente avanzati: lo Stato, ancor prima di concentrare le sue prerogative- così ottenute dalla delega di quanti vi aderiscono – nella preservazione e promozione della tenuta sociale, le applica primariamente alle condizioni necessarie alla sua riproduzione storica. Nelle più note teorizzazioni contrattualistiche, lo Stato rappresenta l’agglutinazione delle volontà individuali; il mezzo politico attraverso cui raggiungere un benessere diffuso e accaparrare risorse scarse: alla base della sua giustificazione esistenziale, vi è infatti l’idea che gli apparati statali siano l’espressione simbolica e il braccio operativo di una massa indistinta; una popolazione omogenea accomunata da un ethos civico condiviso, già caratterizzata dalle medesime disposizioni culturali, dianzi informata dallo stesso “habitus” e che muove speditamente verso un destino comune. Tuttavia, la costruzione di una compagine nazionale coesa, indifferenziata e politicamente allineata è più stata asserita dall’alto e con abilità costruita dal discorso politico che essere il precipitato di vicende storiche o espressione dei singoli.
La guerra ai poveri, la repressione dell’alterità, la criminalizzazione del dissenso, l’ostracizzazione della difformità, sono tutti dispositivi di potere che restituiscono un segno tangibile, sicuramente il più visibile, della violenza estetica esercitata dagli Stati: la governamentalità è l’insieme di pratiche, analisi e saperi che permettono di edificare forme di controllo specifiche e diffuse, in grado di isolare le “metastasi sociali” e salvaguardare il corpo dell’istituzione. Unitamente, la narrazione discorsiva portata avanti da élite sociali, sistemi di informazione e imprenditori politici, corroborano l’idea che lo Stato nazionale sia l’unico attore in grado di garantire la tenuta della società: poiché le prime forme di punizione – fustigazioni, supplizi ed esecuzioni pubbliche – sortirono sentimenti suscettibili di solidarietà umana nei confronti dei reietti sociali e di impopolarità nei riguardi della forza arbitraria, le istituzioni si sono dotate di presunzioni giuridiche e di impianti normativi altrettanto violenti ma meno visibili,: tecniche di disciplinamento dei comportamenti e amministrazione dei corpi: dispositivi che mascheravano una rinnovata volontà di punire devianti, non allineati, oppositori politici, poveri, improduttivi. Una manifestazione della forza su quanti rappresentano il materiale di risulta nel processo di fabbricazione dello Stato.
Pur trasformando le proprie pratiche, gli apparati istituzionali conservano il medesimo telos. Pur declamando giustizia, generano le cause che non la realizzano. Pur propinando democrazia, non rimaneggiano le fondamenta autoritarie.
Lo Stato muta pelle, ma non la sua natura. Daspo urbani, fogli di via, obblighi di residenza, espulsioni, reclusioni sono solo alcune delle tattiche ideate dagli Stati che intervengono a suggello di un Moloch edificato attraverso sistemi di sorveglianza controllo sociale; di registrazione, profilazione ed etichettamento; di surcodificazione morale. Le pratiche discorsive, eterocostruendo specifiche categorie collettive, individuano il nemico da combattere e orientano il malessere diffuso della popolazione verso quei soggetti che la destabilizzerebbero dall’interno.
Lo Stato non è pax sociale, ma pacificazione dall’alto. Non è difesa dei valori della comunità, ma l’imposizione violenta dei propri. Non è riconoscimento dell’eterogeneità, ma tutela della propria monoliticità. Non è il diritto a ricevere tutele dall’arbitrio delle autorità, ma la sicurezza di esserne repressi. Lo Stato non è “libertà attraverso” ma libertà di schedare, filtrare, marginalizzare, criminalizzare, escludere, invisibilizzare, categorizzare segmenti di popolazione che simboleggiano una crepa inaccettabile e un allontanamento pericoloso dalla narrazione centrale.
Il ritorno surrettizio dell’homo homini lupus: un soggetto collettivo (idealtipico) funzionale alla riproduzione degli assetti e alla legittimazione dell’(ab)uso della forza. Lo Stato, ancorché convenissimo sulla sua necessità storica, ha dunque fallito nei suoi asserti ed è giunto il momento di disfarsene. Gli Stati attaccano le loro stesse comunità e ne minano l’effervescenza collettiva.
Da questa prospettiva, le agenzie del controllo sociale si configurano come estensioni operative dell’ecosistema politico, incaricate della gestione muscolare di particolari profili: monitoraggio, gestione, controllo e repressione certificano la quintessenza dell’ordine pubblico e sicurezza nazionale.
Le infiltrazioni di polizia nei movimenti catalani sono emerse pubblicamente quando “El Salto” ha rivelato che agenti sotto copertura della Policía Nacional si erano inseriti per anni in collettivi indipendentisti, studenteschi, femministi e sociali legati alla scena politica catalana. Gli agenti coinvolti hanno costruito relazioni personali, sentimentali e sessuali, per ottenere fiducia, informazioni e accesso alle reti militanti, al fine di certificarne le presunte finalità terroristiche necessarie al loro smantellamento in difesa della “sicurezza nazionale” ovvero della ragion di Stato.
Le ripercussioni sociali e psicologiche sono il rovescio della medaglia repressiva ammantata di democrazia. Le conseguenze vanno oltre il semplice “essere sorvegliati”: le attività sotto copertura comportano la distruzione della fiduciainterpersonale: scoprire che un amico, compagno di militanza o partner fosse in realtà un agente produce una perdita di fiducia insanabile e un atteggiamento nelle future relazioni amicali e sentimentali basato sul sospetto dell’altro, sul dubbio esistenziale. Invero, le persone iniziano a sospettare anche degli altri membri già noti del gruppo, da mettere in discussione valutandone elementi potenzialmente ambigui, ridefinendone la personalità a partire dalle sue opacità, rendendo così ancora più fragili le relazioni sociali e politiche.
Il trauma emotivo e il senso di violazione di chi ha avuto relazioni intime o affettive con agenti infiltrati sono il precipitato di manipolazione emotiva, sentimento di umiliazione e perdita di controllo sulla propria vita privata. Razionale violenza istituzionale. Abuso psicologico programmato. Autoritario inganno democratico quello della coesione: l’infiltrazione tende a generare paranoia interna, accuse reciproche e chiusura organizzativa; le formazioni sociali diventano più diffidenti verso nuovi partecipanti, riducono la loro spontaneità e depotenziano le capacità di mobilitazione collettiva. La frammentazione dei movimenti si configura come conditio sine qua non della compattazione statale: società liquida, disgregazione sociale e cultura del nemico sono gli assiomi sui quali lo Stato si mette al riparo e garantisce la sua riproduzione. In generale, sapere che lo Stato può infiltrarsi in ambienti militanti considerati ostili alle prerogative nazionali, induce le persone a non avvicinarsi all’attivismo o ancora ad allontanarsene, per una comprensibile paura di conseguenze personali, persecuzioni giudiziarie e discriminazioni lavorative.
Una goccia d’acqua crea il deserto intorno all’oasi per rendersi indispensabile. Il caso degli “spy cops” nel Regno Unito è uno dei più grandi scandali europei legati alla sorveglianza politica e alle infiltrazioni di polizia nei movimenti sociali: agenti sotto copertura appartenenti alla polizia britannica attive tra gli anni Sessanta e il 2010. Il loro compito era monitorare gruppi considerati “potenzialmente sovversivi” o capaci di creare disordine pubblico. Gli agenti si infiltrarono per anni in movimenti ambientalisti, antifascisti, femministi, sindacali, antirazzisti, animalisti, pacifisti. Anche qui l’aspetto più controverso non fu solo la sorveglianza, ma il livello di immersione nella vita privata dei militanti. Gli agenti usarono identità rubate a bambini morti; costruirono amicizie profonde; parteciparono alla vita quotidiana dei gruppi; ebbero relazioni sentimentali e sessuali durate anni con attiviste ignare della loro vera identità; in alcuni casi ebbero persino figli con loro. I movimenti sociali colpiti svilupparono un clima di forte sospetto reciproco: le diverse biografie che avevano condiviso anni di militanza, di lotte, di progetti, iniziarono a dubitare l’una dell’altra.
Chiusura organizzativa. Controllo reciproco. Diminuzione della partecipazione. Indebolimento delle reti solidali: così il Leviatano nutre il suo ventre e la bestia se ne assicura il sostentamento. Le donne coinvolte descrissero l’esperienza come una forma di violenza psicologica, sessuale istituzionale. Il consenso inizialmente fornito era successivamente dissimulato e falsato dall’inganno sull’identità reale dell’agente.
Disturbi post-traumatici. Depressione. Isolamento sociale. Incapacità di fidarsi delle persone. Indebolire le menti; separare i corpi; compromettere i rapporti: la lotta di tutti contro tutti che fornisce la cornice giustificatoria dell’esistenza degli Stati.Il caso di “Fátima” è uno degli episodi più recenti del dibattito sulle infiltrazioni di polizia nei movimenti sociali: una donna che si presentava come “Fátima García Vázquez” era in realtà un’agente sotto copertura della Policía Nacional, infiltrata in ambienti della solidarietà con la Palestina e dell’attivismo antirepressivo. L’agente ha partecipato ad assemblee, manifestazioni, assumendo anche ruoli organizzativi; ha avuto accesso a informazioni interne, costruito reti relazionali e sviluppato dinamiche conoscitive degli attivisti per la loro profilazione.
Nella vicenda, l’elemento più peculiare è sicuramente la decisione operativa di utilizzare un’identità araba o musulmana per facilitare l’ingresso negli ambienti pro-palestinesi: una forma di manipolazione identitaria particolarmente invasiva, perché meno intelligibile e costruita su affinità culturali e politiche che i movimenti elaborano nei confronti di persone percepite come autentiche. Gli scarti della Terra ed i detriti sociali fisiologicamente prodotti dal processo di ristrutturazione degli Stati vengono artatamente utilizzati per frantumare la solidarietà.
Pensare che tutto questo riguardi esclusivamente la Spagna, il Regno Unito o altri contesti nazionali sarebbe però un errore. Anche in Italia le pratiche di infiltrazione e monitoraggio dei movimenti sociali hanno trovato applicazione concreta. Negli ultimi anni sono emersi diversi casi di agenti sotto copertura inseriti all’interno di organizzazioni politiche e sociali. Tra questi, particolare attenzione ha suscitato la scoperta di poliziotti infiltrati nelle attività di Potere al Popolo, impegnati per anni nella costruzione di relazioni politiche e personali necessarie ad acquisire informazioni, mappare reti militanti, monitorare dinamiche organizzative e ricostruire forme di partecipazione considerate potenzialmente conflittuali.
L’aspetto più significativo non riguarda tuttavia la raccolta di informazioni in sé, ma la natura del bersaglio. Non organizzazioni armate, non associazioni criminali, non gruppi clandestini, bensì soggetti che operano pubblicamente nella sfera politica, sindacale, mutualistica e sociale. La sorveglianza preventiva non si limita più all’accertamento di eventuali reati, ma investe direttamente la costruzione di relazioni collettive e forme autonome di organizzazione sociale. È il conflitto in quanto tale a diventare oggetto di osservazione e controllo.
La stessa logica sembra oggi trovare una nuova e più inquietante applicazione all’interno delle carceri. Il recente decreto sicurezza ha infatti introdotto la possibilità di utilizzare agenti sotto copertura negli istituti penitenziari. Una scelta che estende la cultura dell’infiltrazione all’interno di uno spazio già caratterizzato dalla massima asimmetria di potere. Se nei movimenti l’agente infiltrato mira a raccogliere informazioni e disgregare legami politici, nel carcere rischia di compromettere le condizioni minime di fiducia necessarie alla sopravvivenza relazionale dei detenuti.
Ogni compagno di cella, ogni interlocutore, ogni momento di socialità può trasformarsi in una potenziale fonte informativa. La conseguenza non è soltanto investigativa ma antropologica: la diffusione sistematica del sospetto, l’erosione della fiducia reciproca, la dissoluzione di quei rapporti umani che dovrebbero rappresentare il presupposto stesso di qualsiasi percorso rieducativo. Non più soltanto sorvegliare i corpi, ma colonizzare le relazioni; non più soltanto reprimere comportamenti, ma modellare psicologicamente gli individui attraverso l’incertezza permanente. La società del controllo entra così nell’istituzione totale per eccellenza, trasformando la socialità in un rischio e la fiducia in una possibile colpa.
Il caso “Fátima” è la cartina di tornasole della postura politica delle società castali contemporanee: non più soltanto monitoraggio di gruppi considerati violenti, ma immersione prolungata in reti relazionali, identitarie ed emotive al fine di circuirle ed aggiogarle ad una volontà che si vuole generale.
Un governo preventivo del conflitto sociale attraverso la raccolta di informazioni, la mappatura di legami, la profilazione di leadership informali, la disgregazione della fiducia e l’indebolimento delle capacità di mobilitazione: una forma specifica e assai complessa di potere, che ha nella popolazione il bersaglio principale, nell’economia politica la forma privilegiata di sapere e nei dispositivi di sicurezza lo strumento tecnico essenziale. Lo Stato ha buttato giù la maschera. Ora tocca alzare i passamontagna.
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