Nuovi reati, più carcere, più polizia, meno Parlamento e meno diritti. Il voto blindato sull’ennesimo decreto liberticida unisce panpenalismo, repressione del dissenso e svuotamento totale del Parlamento
Il governo Meloni ha posto la fiducia sul decreto sicurezza e, nel farlo, ha compiuto un salto di qualità politico e istituzionale che va oltre il contenuto già gravissimo del provvedimento. Non siamo soltanto davanti all’ennesima stretta repressiva contro il dissenso, i migranti, le libertà personali e il diritto di manifestare. Siamo davanti a un attacco diretto al ruolo del Parlamento e all’equilibrio costituzionale.
Il voto di fiducia su un testo di questa portata significa una cosa molto semplice: le Camere non devono discutere, correggere o respingere. Devono ratificare la volontà del governo.
Ma ciò che rende questa vicenda ancora più grave è il fatto che l’esecutivo si prepara a correggere con un nuovo decreto una norma appena imposta alle Camere, dopo i rilievi del Presidente della Repubblica. È la dimostrazione plastica del livello di degrado istituzionale raggiunto. Abbiamo toccato uno dei punti più bassi della storia della decretazione d’urgenza in Italia.
La vicenda è chiara. Durante l’esame del decreto, il Senato ha introdotto una nuova norma. La sua incostituzionalità è apparsa immediatamente evidente. Non lo hanno sostenuto soltanto opposizioni, giuristi o avvocati. Lo ha segnalato il Quirinale.
Sergio Mattarella, sempre attento a non entrare nel merito delle scelte politiche è intervenuto in modo inusuale e tempestivo. Un segnale inequivocabile: qui non siamo nel campo delle opinioni, ma in quello del rispetto delle regole fondamentali.
Sarebbe bastato il minimo indispensabile di serietà istituzionale. Ammettere l’errore, modificare il testo nell’altro ramo del Parlamento, usare il bicameralismo paritario per correggere una forzatura. Nulla di straordinario. Esattamente ciò che la Costituzione prevede.
Il governo ha scelto l’opposto. Ha imposto la fiducia per approvare il testo così com’è, impedendo alle Camere di intervenire, e nello stesso tempo ha annunciato un nuovo decreto per cancellare o riscrivere quella stessa norma.
Significa costringere il Parlamento a votare una disposizione che il governo stesso considera già superata. Una scena che sarebbe farsesca se non fosse drammatica sul piano istituzionale. Mai, in forme così esplicite, si era visto un esecutivo usare la decretazione d’urgenza per correggere immediatamente una norma appena imposta con la fiducia. Un decreto che smentisce un altro decreto. Una legge votata come finzione. Un Parlamento ridotto a comparsa. Un governo che ordina e subito dopo ritratta.
Il problema non è soltanto il caos normativo. Il problema è la demolizione progressiva della separazione dei poteri e della dignità delle istituzioni rappresentative. Le Camere vengono umiliate due volte: prima private del dibattito, poi costrette a ratificare testi già svuotati dallo stesso esecutivo. Tutto questo avviene per approvare un decreto già gravissimo nel merito.
Dentro ci sono nuove norme contro il dissenso, strumenti preventivi affidati alla polizia, limitazioni del diritto di manifestare, sanzioni amministrative pesantissime, ulteriore criminalizzazione dei migranti, agenti sotto copertura nelle carceri con protezioni penali. È il consolidamento di uno Stato penale che affronta problemi sociali con divieti, multe, sospetto e carcere.
Ma questo decreto non nasce nel vuoto. È l’ultimo tassello di una linea perseguita con continuità dal governo Meloni fin dal suo insediamento. Decreto rave, decreto Cutro dopo il naufragio e la strage di migranti, decreto Caivano, vari pacchetti sicurezza, nuove aggravanti, nuovi reati, aumento generalizzato delle pene, espansione degli strumenti di prevenzione amministrativa.
Dal 2022 a oggi il governo ha usato il diritto penale come strumento ordinario di propaganda e di governo sociale. Non per affrontare le cause dei problemi, ma per costruire consenso attraverso la punizione simbolica e l’ostentazione della forza. Si tratta di una tendenza che precede questo esecutivo, ma che con Meloni raggiunge un livello ulteriore di sistematicità. Il panpenalismo diventa progetto politico organico.
Il tratto distintivo di questa stagione è lo spostamento continuo di questioni sociali, economiche e politiche sul terreno dell’ordine pubblico. Fenomeni che richiederebbero investimenti pubblici, politiche redistributive, welfare, casa, scuola, sanità, mediazione sociale e lavoro vengono trattati come problemi da contenere con divieti, sanzioni e carcere.
La marginalità urbana viene affrontata con zone rosse, fogli di via e misure di allontanamento. Il disagio giovanile con nuovi reati e aggravanti. La migrazione con dispositivi amministrativi e penali sempre più duri. Le mobilitazioni collettive con norme che anticipano la repressione fino alla soglia del sospetto.
Il panpenalismo del governo non serve a risolvere i conflitti. Serve a governarli dall’alto, restringendo gli spazi di libertà e trasformando questioni sociali in materie di polizia.
Il nuovo decreto sicurezza compie un passo ancora più netto in questa direzione.
Il fermo preventivo consente di accompagnare persone in questura fino a dodici ore sulla base del sospetto di possibili disordini durante manifestazioni pubbliche. Non si colpisce un fatto accertato, ma una pericolosità presunta. È il passaggio dal diritto penale del fatto al diritto del sospetto.
Le multe fino a 10 mila euro per i promotori di manifestazioni non preavvisate colpiscono il diritto alla protesta spontanea e rendono economicamente rischioso l’esercizio di una libertà costituzionale.
L’introduzione di agenti sotto copertura nelle carceri, autorizzati a fingersi detenuti e operare con protezioni penali rafforzate, trasforma il carcere in un laboratorio di eccezione permanente invece di affrontarne il collasso strutturale fatto di sovraffollamento, suicidi, violenze e assenza di percorsi reali di reinserimento.
Invece di riformare, si militarizza. Invece di garantire diritti, si estende il controllo.
La linea politica del governo è coerente e ormai evidente: centralizzare il comando, svuotare i corpi intermedi, marginalizzare il Parlamento, rafforzare prefetti e questori, ridurre gli spazi di conflitto sociale. La libertà, in questa visione, non è un diritto universale garantito dalla Costituzione. È una concessione revocabile finché non disturba il potere. Chi protesta viene colpito. Chi dissente viene sorvegliato. Chi è vulnerabile viene punito.
Questa forzatura coinvolge inevitabilmente anche il Presidente della Repubblica. Al capo dello Stato viene chiesto di promulgare una legge di conversione e subito dopo firmare un decreto che ne corregge il contenuto. È una pressione impropria sull’organo di garanzia costituzionale.
Mattarella viene chiamato a presidiare il limite estremo della legalità repubblicana mentre il governo usa le procedure come strumenti tattici.
Il punto politico finale è semplice. Un governo che moltiplica decreti sicurezza, nuovi reati, fermi preventivi, interdizioni e apparati repressivi è un governo che teme la società. Teme che precarietà, caro vita, salari bassi, impoverimento e disuguaglianze producano organizzazione collettiva e conflitto sociale. Per questo risponde in anticipo: più controllo, più polizia, più punizione.
Questo decreto difficilmente produrrà maggiore sicurezza reale, perché non interviene sulle cause strutturali dell’insicurezza: precarietà sociale, marginalità, crisi abitativa, povertà educativa, degrado dei servizi pubblici, sovraffollamento carcerario. Rafforza invece gli strumenti coercitivi dello Stato, ampliando poteri preventivi, sanzioni e margini discrezionali delle autorità amministrative e di polizia. In questo senso sposta l’asse dell’azione pubblica dalla prevenzione sociale al controllo repressivo. Non consolida la democrazia costituzionale, perché riduce spazi di partecipazione, comprime il diritto di dissenso e marginalizza ulteriormente il ruolo del Parlamento a vantaggio dell’esecutivo.
Va detto con nettezza: il governo Meloni sta spingendo l’Italia verso una forma di autoritarismo penale fondato sulla compressione dei diritti, sull’umiliazione del Parlamento e sulla normalizzazione dell’eccezione. È una deriva concreta. Ed è il momento di fermarla.
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