Il genocidio a Gaza parla anche italiano

Un’inchiesta del portale mediorente.net rivela il coinvolgimento di cittadini italiani nelle operazioni militari a Gaza. Nessuna indagine, nessuna trasparenza: solo omissioni e responsabilità rimosse

Novecentoventotto cittadini italiani. Non un numero simbolico, non una stima approssimativa, ma un dato preciso. Tra l’ottobre 2023 e il marzo 2025, 928 italiani hanno servito nell’esercito israeliano mentre Gaza veniva bombardata. Di questi, 828 sono in possesso di doppia cittadinanza italo-israeliana. A riportarlo è il portale mediorente.net, che rilancia un’inchiesta basata su documenti ufficiali ottenuti attraverso una richiesta FOIA dai giornalisti investigativi John McEvoy e Alex Morris di Declassified UK.

Non si tratta dunque di voci o ricostruzioni indirette, ma di numeri forniti dalle stesse autorità israeliane. Eppure, in Italia, il tema è rimasto ai margini del dibattito pubblico, come se riguardasse una realtà distante, e non cittadini italiani coinvolti in un conflitto che la Corte Internazionale di Giustizia sta esaminando sotto il profilo del genocidio.

Il dato apre interrogativi che vanno ben oltre la dimensione statistica. Chi sono questi cittadini? In quali operazioni sono stati impiegati? Hanno partecipato a bombardamenti, rastrellamenti, demolizioni? Non esistono risposte pubbliche. E questa assenza non è casuale, ma il risultato di una precisa scelta politica.

Nel settembre 2025, le deputate del Movimento 5 Stelle, Stefania Ascari e Valentina Morfino, hanno presentato un’interrogazione parlamentare per chiedere chiarimenti al governo. La risposta è arrivata sotto forma di una formula burocratica: Israele non fornirebbe informazioni sui propri militari. Una posizione che, di fatto, evita qualsiasi presa di responsabilità.

Nel frattempo, altri paesi europei si stanno muovendo in direzione opposta. In Francia e nel Regno Unito si discute apertamente della possibilità di indagini sui propri cittadini coinvolti nel conflitto. In Italia, invece, il tema viene trattato come irrilevante o, al massimo, scomodo.

Il punto centrale non è solo cosa abbiano fatto quei 928 cittadini, ma il fatto che nessuno stia cercando di accertarlo. L’avvocato israeliano Elad Man ha chiarito che le statistiche diffuse sono aggregate proprio per evitare conseguenze individuali. Nessun nome, nessun volto, nessuna responsabilità diretta.

È qui che il silenzio istituzionale assume un significato preciso. Non è neutralità, ma rinuncia preventiva a qualsiasi verifica. In uno Stato di diritto, la partecipazione di cittadini a operazioni militari straniere — tanto più se inserite in un contesto di possibili crimini internazionali — dovrebbe almeno attivare un controllo. In questo caso, invece, si è scelto di non vedere.

Esiste tuttavia una possibile pista, che riguarda il rientro di alcuni di questi militari in Italia. Secondo fonti del settore sanitario, diversi reduci avrebbero fatto accesso alle Unità Operative di Salute Mentale del Servizio Sanitario Nazionale, in regioni come Lazio, Toscana e Lombardia, richiedendo supporto per disturbo post-traumatico da stress. Si tratta di un elemento che apre una questione delicata: l’esistenza di registri sanitari che, in presenza di un’indagine giudiziaria, potrebbero contribuire a identificare chi ha partecipato al conflitto.

Non si tratta di ipotesi marginali, ma di una possibilità concreta, già prevista dagli strumenti legali. L’incrocio tra dati sanitari e informazioni ufficiali potrebbe costituire un primo passo verso una ricostruzione dei fatti. Ma per farlo servirebbe una volontà politica e giudiziaria che, al momento, sembra assente.

Il tema, in fondo, è semplice e allo stesso tempo decisivo: può uno Stato ignorare il coinvolgimento dei propri cittadini in un conflitto internazionale caratterizzato da accuse gravissime? Può limitarsi a dichiarazioni generiche sul rispetto del diritto umanitario mentre centinaia di suoi cittadini partecipano a operazioni militari sotto osservazione internazionale?

La risposta, oggi, è sotto gli occhi di tutti. Non è stata avviata alcuna indagine, non è stata richiesta alcuna trasparenza, non è stato aperto alcun dibattito pubblico all’altezza della questione.

E in questo vuoto, quei 928 numeri restano sospesi. Non come una statistica, ma come un nodo politico irrisolto. Perché dietro ogni numero c’è una persona. E dietro ogni persona, potenzialmente, una responsabilità che nessuno, finora, sembra voler accertare.

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