Il Garante ascolta i giovani, ma evita di dire “no” alla guerra

Il nuovo questionario dell’Autorità per l’Infanzia indaga emozioni e percezioni degli adolescenti sui conflitti, mentre resta irrisolta la coerenza con l’articolo 11 della Costituzione e con una reale cultura di pace.

L’Autorità garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Marina Terragni, ha presentato un questionario per raccogliere emozioni e vissuti dei giovani di fronte alla guerra. Un’iniziativa necessaria, in un momento storico in cui la retorica bellica è tornata a occupare spazi istituzionali, mediatici e culturali, contraddicendo apertamente lo spirito dell’articolo 11 della Costituzione, che non si limita a disapprovare ma ripudia la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti.

Terragni ricorda che «l’attuale scenario internazionale genera nei giovani sentimenti di incertezza e preoccupazione». Un dato evidente, se consideriamo che i conflitti armati vengono narrati quasi come inevitabili, mentre i governi discutono di arsenali e forniture militari più spesso che di negoziati o diplomazia. In questo contesto, gli adolescenti vengono esposti a un immaginario che normalizza la violenza e marginalizza ogni prospettiva realmente pacifista.

Il questionario, rivolto ai ragazzi tra i 14 e i 18 anni, indaga le loro percezioni della guerra e il loro rapporto con paura, violenza e responsabilità. Ma interroga anche i conflitti quotidiani — familiari, scolastici, amicali o digitali — mostrando come un mondo adulto impregnato di logiche competitive e conflittuali finisca per riflettersi anche nelle relazioni più intime. Quando la società considera la forza e la deterrenza come strumenti legittimi, non stupisce che la capacità di mediazione e dialogo venga indebolita a tutti i livelli.

Una sezione è dedicata all’informazione: quali fonti consultano gli adolescenti, cosa considerano credibile e in che modo immaginano di contribuire alla pace. Domande cruciali in un panorama mediatico dove le narrazioni dominanti spesso presentano la guerra come una risposta “necessaria”, mentre la cultura della pace — che la Costituzione pone come fondamento del vivere comune — resta poco promossa e poco tutelata.

L’obiettivo della consultazione è far emergere consapevolezze e desideri di partecipazione. Ma l’ascolto rischia di essere insufficiente se non accompagnato da una riflessione profonda sulle responsabilità politiche e culturali che alimentano la logica della violenza. I giovani possono e vogliono contribuire alla costruzione della pace, ma servono istituzioni capaci di tradurre questo desiderio in scelte coerenti con il ripudio della guerra, e non in semplici dichiarazioni formali.

La stesura del questionario ha coinvolto la Consulta delle ragazze e dei ragazzi, che ha contribuito con un linguaggio vicino ai coetanei, affiancata dallo psicoterapeuta Diego Miscioscia, esperto di processi di pace. Il loro lavoro dimostra che esiste un patrimonio giovanile di sensibilità e intelligenza pacifica che meriterebbe ben più attenzione di quella dedicata alle logiche armate.

La consultazione resterà attiva fino al 19 dicembre sul sito dedicato. Resta da chiedersi se questo percorso servirà davvero a riaffermare, anche nelle politiche pubbliche, quel principio di ripudio della guerra che la Costituzione affida non solo allo Stato, ma all’intera comunità: un impegno civile che non può essere delegato e che non può essere tradito.

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