Il futuro della protesta iraniana sta nella solidarietà tra centro e periferia

di Maysoon Majidi*

Come in passato, il peso della repressione ricade in misura maggiore sui gruppi etnici marginalizzati. Per questo l’adesione di curdi e baluci alle piazze spinge la crisi oltre il malcontento urbano, trasformandola in una questione legata alla distribuzione diseguale del potere e della violenza

Dopo un ritardo dell’adesione di alcune componenti etniche alle proteste in corso in Iran, anche i sette principali partiti d’opposizione curdi hanno lanciato una chiamata allo sciopero generale per giovedì e venerdì.

Non una scelta casuale, ma il segnale di un ingresso consapevole e organizzato in un movimento che aveva preso avvio con rivendicazioni economiche a partite dal bazar di Teheran e che si è rapidamente trasformato in uno scontro politico diretto con la Repubblica islamica.

CON L’ADESIONE delle componenti etniche, le proteste hanno superato il livello del malcontento economico, entrando in una fase che può essere definita una rivolta multilivello contro la struttura del potere.

Le mobilitazioni degli anni precedenti, in particolare il movimento «Donna, Vita, Libertà» del 2022, hanno comportato costi significativamente più elevati per i gruppi più discriminati, soprattutto per il Kurdistan, rispetto al centro del paese.

La repressione estesa, la morte di giovani manifestanti e la mancanza di un sostegno reciproco efficace da parte di altre aree dell’Iran hanno rafforzato la percezione che il peso della protesta ricada in modo sproporzionato sulle periferie. Questa esperienza storica ha alimentato inizialmente esitazioni rispetto a una nuova partecipazione, poi superate.

ANCHE IN BALUCHISTAN la forma della protesta è diversa. In un contesto in cui molti negozi sono di fatto chiusi o privi di merci, lo sciopero non rappresenta uno strumento efficace, mentre le manifestazioni di piazza assumono un ruolo centrale.

La mobilitazione del settembre 2022 in Baluchistan è durata quattordici mesi, mentre in molte altre parti del paese si è limitata a tre o quattro. Queste differenze dimostrano che le proteste in Iran non sono uniformi, ma risentono delle condizioni economiche, sociali e storiche di ciascuna regione, pur condividendo un obiettivo comune.

Le proteste si sono estese a 31 province e a circa 110 città. Secondo l’organizzazione per i diritti umani Hana, in tredici giorni almeno 45 manifestanti, tra cui otto bambini, sono stati uccisi e centinaia sono rimasti feriti. Solo il 7 gennaio, 13 manifestanti hanno perso la vita.

Hana ha inoltre denunciato l’arresto e la scomparsa di 15 minori di 18 anni. L’organizzazione sottolinea che non esistono ancora dati certi sul numero delle vittime e stima che le cifre reali siano significativamente più elevate.

Di fronte a questa realtà, il segretariato del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale ha definito le proteste un «complotto congiunto di Israele e Stati uniti» e ribadito la linea della totale intransigenza verso i manifestanti. I media ufficiali li hanno etichettati come «rivoltosi armati» e «terroristi».

LA GUIDA SUPREMA, Ali Khamenei, ha adottato un linguaggio apertamente minaccioso, definendoli «vandali», «elementi nocivi per il paese» e persino nemico assimilabile a una forza militare avversaria. Khamenei ha anche attaccato Donald Trump, accusandolo di avere «le mani sporche del sangue degli iraniani» nella guerra di dodici giorni tra Iran e Israele, aggiungendo:«Ora dice di essere dalla parte del popolo iraniano e alcuni ingenui e sconsiderati gli credono».

Trump, dal canto suo, ha ribadito che l’uccisione di manifestanti comporterebbe una dura reazione statunitense, sostenendo tuttavia che la maggior parte delle vittime sarebbe morta a causa della calca. Con un linguaggio denigratorio, ha paragonato le proteste alla fuga di animali spaventati, affermando che le persone sarebbero rimaste schiacciate dalla folla.

Ma secondo le organizzazioni per i diritti umani, i manifestanti sono stati uccisi per colpi d’arma da fuoco sparati dalle forze di sicurezza, percosse con manganelli, violenze sistematiche e persino esecuzioni collettive.

Ciò che oggi è in corso in Iran non è una reazione contingente alla crisi economica, ma il segnale dell’ingresso del sistema politico in una fase di crisi strutturale. Una crisi in cui la capacità di rappresentanza sociale si è sgretolata e la logica securitaria si è trasformata nel principale strumento di governo.

L’adesione delle componenti etniche alle proteste ha spinto questa crisi oltre il livello del malcontento urbano, trasformandola in una questione legata alla distribuzione diseguale del potere e della violenza tra centro e periferia.

IL BLOCCO GENERALIZZATO di internet e la rappresentazione delle proteste come una minaccia esterna non sono segnali di forza, ma indicatori di un’impasse politica. Il futuro di questa mobilitazione non dipenderà dall’intensità della repressione, bensì dalla possibilità di costruire una solidarietà duratura tra centro e periferia.

Una solidarietà che non potrà emergere senza il riconoscimento delle esperienze diseguali di repressione e senza evitare la strumentalizzazione politica delle proteste.

*da il manifesto

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