Il dissenso sotto sorveglianza


Riconoscimento facciale di massa e associazione a delinquere per i cortei: il governo Meloni trasforma le piazze in luoghi sospetti e chi manifesta in un potenziale nemico interno

Non siamo di fronte all’ennesima norma emergenziale isolata, ma a un nuovo e pericoloso salto di qualità nella costruzione dello Stato di polizia. Mentre il governo accelera sull’uso dell’intelligenza artificiale nelle attività di polizia, Fratelli d’Italia presenta una proposta per estendere la logica dell’associazione a delinquere ai gruppi che si formano o si coordinano durante le manifestazioni pubbliche. I due provvedimenti seguono percorsi legislativi diversi e non devono essere confusi: il primo è uno schema di decreto legislativo sottoposto al parere parlamentare per adeguare l’ordinamento italiano al regolamento europeo sull’intelligenza artificiale; il secondo è, al momento, una proposta di legge del partito di maggioranza. Ma la loro contemporaneità rivela una strategia politica comune: identificare preventivamente chi scende in piazza, ricostruirne relazioni e spostamenti, trasformare episodi individuali avvenuti durante un corteo nella prova dell’esistenza di un gruppo criminale e colpire persino chi offre ospitalità, un passaggio o strumenti di comunicazione. Lo schema governativo sull’intelligenza artificiale per le attività di polizia è stato trasmesso alle Camere il 24 giugno 2026 e disciplina espressamente l’identificazione biometrica remota, sia in tempo reale sia a posteriori. Gli articoli più inquietanti sono quelli che consentono di integrare i sistemi di riconoscimento facciale con la videosorveglianza già disseminata negli spazi urbani. Nei casi indicati come urgenti, l’identificazione biometrica in tempo reale potrebbe essere avviata attraverso una comunicazione al pubblico ministero, anche orale, rinviando il controllo pieno a un momento successivo. Ancora più invasiva è la possibilità di utilizzare il riconoscimento “a posteriori”, acquisendo per alcuni giorni i dati biometrici delle persone che transitano in un determinato luogo per poi confrontarli in seguito con immagini, banche dati e materiale investigativo. Non si tratta più di partire da una persona sospettata di avere commesso un reato e cercarne le tracce, ma di raccogliere preventivamente le tracce di tutti nella speranza di individuare, successivamente, qualcuno da sottoporre ad accertamenti. È il rovesciamento della logica garantista: prima si sorveglia indiscriminatamente una popolazione, poi si verifica se al suo interno vi sia un possibile autore di reato. Il dossier parlamentare conferma che il Ministero dell’Interno sarebbe titolare dei trattamenti connessi all’integrazione tra videosorveglianza e tecnologie di riconoscimento facciale per esigenze di ordine e sicurezza pubblica.

Applicata alle manifestazioni, questa tecnologia modifica radicalmente il significato dello spazio pubblico. Partecipare a un corteo, attraversare casualmente una piazza, entrare in una stazione o frequentare un quartiere nei giorni precedenti una mobilitazione potrebbero diventare occasioni per essere registrati, classificati e inseriti in una rete di relazioni ricostruita algoritmicamente. Il problema non riguarda soltanto la riservatezza individuale. La sorveglianza biometrica produce un effetto intimidatorio sull’esercizio dei diritti politici: chi sa di poter essere identificato automaticamente, seguito negli spostamenti e associato alle persone che gli camminano accanto potrebbe rinunciare a partecipare a una protesta, soprattutto quando appartiene a categorie già particolarmente esposte ai controlli di polizia. Studenti, migranti, militanti politici, lavoratori in lotta, attivisti climatici, solidali con la Palestina e oppositori delle grandi opere non verrebbero osservati per ciò che hanno fatto, ma perché presenti in un luogo considerato preventivamente sensibile. La piazza cessa così di essere lo spazio costituzionale nel quale si forma e si esprime il conflitto democratico e diventa un archivio biometrico dal quale estrarre sospetti.

La proposta di Fratelli d’Italia completa questa architettura repressiva sul versante penale. Il testo annunciato dal capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami e illustrato da Francesco Filini prevede una nuova fattispecie per chi partecipa a un gruppo di almeno tre persone che, pur senza stabilità né struttura gerarchica, si costituisca o si coordini, anche mediante strumenti elettronici o in occasione di una manifestazione pubblica, allo scopo di commettere determinati reati. Tra questi figurano la resistenza a pubblico ufficiale, il danneggiamento, le lesioni, la devastazione e il saccheggio e gli attentati a impianti di pubblica utilità. La pena indicata va da due a otto anni; per promotori, dirigenti e organizzatori arriverebbe da quattro a otto anni. È prevista inoltre la confisca obbligatoria dei beni utilizzati e un’autonoma pena, da uno a quattro anni, per chi dia rifugio o fornisca vitto, ospitalità, trasporti o strumenti di comunicazione a una persona indicata come parte del gruppo.

La portata della proposta è enorme perché tenta di eliminare proprio quei requisiti di stabilità, organizzazione e programma criminoso che finora hanno impedito di trasformare automaticamente un corteo degenerato in un’associazione a delinquere. Se tre persone si coordinano in una chat, si spostano insieme durante una manifestazione o vengono accusate di avere partecipato a episodi di resistenza o danneggiamento, il rischio è che la condotta del singolo venga assorbita in una responsabilità associativa molto più grave. La partecipazione politica diventerebbe così l’elemento dal quale ricavare l’esistenza del vincolo criminale, mentre la semplice solidarietà materiale potrebbe essere reinterpretata come favoreggiamento. Una casa che ospita manifestanti provenienti da un’altra città, un’automobile utilizzata per raggiungere un presidio o un telefono prestato a una persona potrebbero entrare nell’orbita dell’indagine. Non è soltanto un aggravamento delle pene: è il tentativo di colpire le reti sociali, le relazioni mutualistiche e le infrastrutture solidali che rendono possibile l’organizzazione collettiva del dissenso.

La proposta nasce dichiaratamente come risposta agli incidenti avvenuti a Bologna e in Val di Susa. È il meccanismo ormai abituale della legislazione securitaria: si isolano alcune immagini, si produce un allarme pubblico e si utilizza l’emozione del momento per introdurre strumenti destinati a rimanere nell’ordinamento e ad applicarsi ben oltre i fatti che ne hanno fornito il pretesto. A Bologna l’indignazione politica si è concentrata sulle vetrine danneggiate dopo la morte di Abderrahim Fakir, mentre in Val di Susa le immagini degli scontri hanno cancellato dal racconto pubblico la militarizzazione permanente della valle, i provvedimenti prefettizi, le perquisizioni, i fermi e i divieti che hanno preceduto il Festival dell’Alta Felicità. Ancora una volta media e istituzioni guardano esclusivamente agli effetti, rimuovendo le cause del conflitto, e presentano nuove fattispecie penali come l’unica risposta possibile. Il fallimento giudiziario di precedenti tentativi di contestare l’associazione a delinquere ai movimenti sociali non induce la politica a riconoscere l’inconsistenza di quei teoremi: la spinge, al contrario, a cambiare la legge affinché ciò che i giudici non hanno ritenuto dimostrato possa essere presunto in futuro.

L’aspetto più grave è la saldatura tra sorveglianza tecnologica e repressione penale. I dati biometrici raccolti nelle piazze possono servire a identificare le persone, seguirne i movimenti e ricostruire chi si trovava accanto a chi; la nuova fattispecie associativa può trasformare quelle compresenze e quelle comunicazioni in indizi di coordinamento criminale. L’intelligenza artificiale non è quindi introdotta come uno strumento neutrale al servizio di indagini circoscritte, ma rischia di diventare l’infrastruttura di un diritto penale della pericolosità, nel quale non si parte più da un fatto individuale da accertare, ma da una popolazione da classificare. Il bersaglio non è soltanto chi commette materialmente un reato, la cui responsabilità può già essere perseguita attraverso le norme esistenti, ma l’ambiente politico e umano nel quale quel fatto viene collocato: il corteo, l’assemblea, il centro sociale, il comitato territoriale, la rete di ospitalità, la chat utilizzata per organizzare una partenza.

È significativo che questa offensiva provenga da una maggioranza che rivendica continuamente il garantismo quando sono coinvolti ministri, amministratori, imprenditori o colletti bianchi, ma dimentica ogni garanzia quando il destinatario è un manifestante. Per alcuni valgono la presunzione d’innocenza, la separazione dei poteri, la riservatezza delle comunicazioni e la critica all’invadenza delle procure; per altri diventano accettabili la raccolta indiscriminata di dati biometrici, il fermo preventivo, le perquisizioni, i Daspo, le zone rosse, la responsabilità associativa e perfino la punizione di chi offre ospitalità. Non è una contraddizione occasionale. È un garantismo di classe, che protegge il potere e considera il conflitto sociale un problema da affidare alla polizia.

L’Italia dispone già di un apparato penale e amministrativo vastissimo per perseguire reati commessi durante le manifestazioni. Ciò che il governo e Fratelli d’Italia vogliono aggiungere non serve a colmare un vuoto normativo, ma ad anticipare la repressione, estendere la responsabilità e scoraggiare la partecipazione. Dopo anni di nuovi reati, aggravanti, pene accessorie, multe, fogli di via e misure di prevenzione, il passaggio successivo è la costruzione di una piazza interamente leggibile dalle autorità: i volti registrati, le relazioni mappate, gli spostamenti conservati e le reti solidali esposte all’accusa di favoreggiamento. “Sorvegliare e punire” non è più soltanto la formula con cui Michel Foucault descriveva il funzionamento moderno del potere disciplinare. È il programma politico con cui il governo Meloni tenta di trasformare il dissenso da diritto costituzionale a condizione permanente di sospetto.


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