Il decreto Sicurezza torna davanti alla Consulta


A Cagliari la difesa di un attivista pro Palestina chiede di sospendere il processo e solleva dubbi sulla costituzionalità del reato di blocco stradale. Dopo Torino e Milano, si allarga il fronte giudiziario contro una normativa che criminalizza manifestazioni e scioperi senza reali presupposti di urgenza.

Il decreto Sicurezza approvato dal governo Meloni nell’aprile 2025 continua a incontrare ostacoli nelle aule di giustizia. Questa volta la questione arriva da Cagliari, dove gli avvocati Patrizio Rovelli e Maria Grazia Monni, difensori di un militante del movimento di solidarietà con la Palestina, hanno chiesto alla giudice dell’udienza preliminare di sospendere il procedimento e trasmettere gli atti alla Corte costituzionale.

Il processo riguarda la manifestazione del 22 settembre 2025, organizzata nel quadro dello sciopero generale proclamato dall’Unione sindacale di base a sostegno della Global Sumud Flotilla e del popolo palestinese. In quelle settimane centinaia di migliaia di persone attraversarono le piazze italiane per denunciare il genocidio a Gaza, le responsabilità del governo israeliano e la complicità politica e militare delle istituzioni occidentali.

Secondo l’accusa, durante la mobilitazione cagliaritana alcuni partecipanti avrebbero temporaneamente interrotto la circolazione stradale. Una condotta che, dopo l’entrata in vigore del decreto Sicurezza, è tornata a essere penalmente rilevante e può comportare, quando realizzata da più persone, una pena fino a due anni di reclusione.

È proprio questa norma a essere contestata dalla difesa, ma l’istanza depositata davanti alla giudice Giulia Tronci investe un problema più ampio. Rovelli e Monni sostengono infatti che il governo abbia utilizzato lo strumento del decreto-legge in assenza dei presupposti di straordinaria necessità e urgenza richiesti dall’articolo 77 della Costituzione. Se questa impostazione venisse accolta, non sarebbe soltanto la disciplina del blocco stradale a essere messa in discussione, ma la legittimità stessa del procedimento attraverso cui il pacchetto repressivo è entrato nell’ordinamento.

Il rilievo non è meramente formale. La decretazione d’urgenza consente al governo di introdurre norme immediatamente efficaci prima che il Parlamento possa discuterle in modo approfondito. Per questo la Costituzione limita il ricorso a tale strumento a circostanze realmente straordinarie. Nel caso del decreto Sicurezza, tuttavia, non risultava alcuna improvvisa crescita dei blocchi stradali, delle proteste o dei reati di piazza tale da giustificare un intervento urgente. Il governo ha utilizzato il decreto per accelerare l’approvazione di disposizioni che erano già state oggetto di un lungo e controverso iter parlamentare, sostituendo alla discussione politica l’imposizione immediata di un nuovo apparato penale.

Il secondo profilo riguarda il rapporto tra la norma e i diritti costituzionali di riunione, manifestazione del pensiero e sciopero. Un corteo, un presidio o una mobilitazione sindacale possono inevitabilmente produrre rallentamenti, deviazioni o interruzioni temporanee della circolazione. Sono conseguenze normalmente connesse all’esercizio di libertà collettive che, per essere effettive, devono potersi manifestare nello spazio pubblico e incidere sulla normalità quotidiana.

Criminalizzare il blocco realizzato con il proprio corpo significa invece attribuire una prevalenza quasi assoluta alla libertà di circolazione rispetto ai diritti politici e sindacali. La norma non distingue adeguatamente tra una protesta pacifica, un picchetto di lavoratori e una condotta realmente pericolosa. Finisce così per colpire il semplice fatto di riunirsi collettivamente su una strada, trasformando in reato una modalità storica del conflitto sociale.

La questione sollevata a Cagliari non rappresenta un episodio isolato. Un analogo fronte si è aperto a Torino, dove la stessa Procura della Repubblica ha chiesto al giudice di valutare il rinvio alla Consulta della norma sul blocco stradale nell’ambito di un procedimento relativo all’occupazione di un tratto autostradale durante una manifestazione pro Palestina. Anche in quel caso è stato osservato che rallentamenti e interruzioni della circolazione possono essere connaturati ai cortei e agli scioperi e che una pena fino a due anni rischia di produrre una compressione sproporzionata delle libertà costituzionali.

A Milano, invece, gli avvocati Eugenio Losco e Mauro Straini hanno sollevato dubbi sulla legittimità dell’aggravante introdotta dal decreto per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. La vicenda riguarda un giovane accusato di non essersi fermato a un posto di controllo e di avere discusso con gli agenti. La nuova disciplina consente di aumentare la pena fino alla metà quando il fatto è commesso contro appartenenti alle forze dell’ordine nell’esercizio delle funzioni.

Anche in questo procedimento la difesa ha richiamato l’assenza dei presupposti costituzionali per la decretazione d’urgenza, facendo riferimento alla sentenza numero 171 del 2007 della Corte costituzionale. In quella decisione la Consulta ha chiarito che la mancanza evidente dei requisiti di necessità e urgenza può determinare l’illegittimità del decreto-legge e della successiva legge di conversione.

Sta quindi emergendo un contenzioso diffuso che coinvolge territori, norme e procedimenti differenti, ma che converge sullo stesso punto: il governo ha utilizzato la legislazione penale e la decretazione d’urgenza per restringere diritti fondamentali senza dimostrare l’esistenza di un’emergenza reale. Il blocco stradale, l’aggravante per la resistenza a pubblico ufficiale e le altre disposizioni del pacchetto sicurezza sono espressioni di un’unica concezione, nella quale il conflitto sociale viene trattato prioritariamente come una minaccia da neutralizzare.

È significativo che una parte consistente delle prime applicazioni riguardi le mobilitazioni per la Palestina. Cortei, scioperi e blocchi organizzati per denunciare il genocidio a Gaza sono diventati il terreno sul quale sperimentare le nuove fattispecie penali, le sanzioni amministrative e le misure preventive. La legge non colpisce in modo astratto una condotta, ma produce effetti concreti soprattutto nei confronti dei movimenti che hanno dimostrato una maggiore capacità di mobilitazione e di interruzione della normalità economica e istituzionale.

Ora spetta alla giudice del Tribunale di Cagliari valutare se le questioni sollevate siano rilevanti per il procedimento e non manifestamente infondate. In caso positivo, il processo sarà sospeso e la Corte costituzionale dovrà pronunciarsi sulla compatibilità della norma con la Carta.

Qualunque sia la decisione, il moltiplicarsi delle eccezioni costituzionali conferma che il decreto Sicurezza non rappresenta soltanto un insieme di norme particolarmente severe. È un provvedimento che altera l’equilibrio tra potere esecutivo, Parlamento, magistratura e libertà collettive. Il governo ha voluto trasformare pratiche ordinarie della protesta in condotte penalmente perseguibili. Adesso sono i tribunali a chiedere se, nel farlo, abbia oltrepassato i limiti fissati dalla Costituzione.


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