Giustizialismo, panpenalismo e populismo penale: la forma di governo della crisi
Il referendum sulla giustizia del 22–23 marzo non è un quiz per addetti ai lavori. È un test di forza tra governo e Costituzione. Perché in gioco non c’è solo l’assetto della magistratura: c’è l’idea stessa che il potere debba avere dei limiti. Quando Giorgia Meloni dice che vuole giudici che “remano nella stessa direzione del governo”, sta dicendo una cosa semplice e inquietante: che il controllo deve diventare obbedienza.
E quando l’obbedienza diventa il modello, a perdere non sono mai i potenti. A perdere sono sempre gli stessi: chi sta in basso, chi dissente, chi prova a contare senza avere potere economico e mediatico. È dentro questo passaggio che giustizialismo, panpenalismo e populismo penale smettono di essere parole da convegno e diventano la lingua concreta con cui lo Stato parla ai cittadini. E infatti la posta in gioco non è solo come si punisce, ma chi deve avere in mano la punizione: se la giustizia resta un potere autonomo o diventa un ingranaggio dell’esecutivo.
Questa lingua ha una parola chiave, ripetuta fino a diventare senso comune: sicurezza. Una parola apparentemente ovvia. Chi potrebbe dirsi “contro” la sicurezza? Eppure proprio qui sta l’inganno: la sicurezza non è un dato, è un dispositivo. Non descrive il mondo, lo ordina. Decide chi merita protezione e chi merita sospetto. Decide chi è cittadino e chi è un problema.
In questa torsione si incastrano tre fenomeni spesso raccontati come distinti: giustizialismo, panpenalismo e populismo penale. Ma non sono tre capitoli diversi. Sono tre facce della stessa mutazione: la politica non si limita più a parlare di pene. La politica si è ridotta al penale.
La premessa, rimossa con ostinazione, è che la centralità della questione criminale non nasce da un aumento reale della criminalità. Nasce dall’aumento dell’instabilità sociale prodotto dal neoliberismo. Il passaggio alla precarizzazione diffusa ha costruito un nuovo paesaggio: lavoro povero, impoverimento, frammentazione, territori desertificati, legami sociali indeboliti, migrazioni governate come emergenza permanente.
In questo quadro lo Stato cambia pelle. Non può più garantire sicurezza sociale — lavoro, casa, sanità, scuola — e allora promette un surrogato: sicurezza poliziesca. La sicurezza smette di essere un’idea collettiva fondata su diritti e diventa un’idea individuale fondata sulla paura. Non più sicurezza dei diritti, ma “diritto alla sicurezza”. E dove arretra il welfare, avanzano controllo, espulsione, carcere.
Il diritto penale, che dovrebbe essere l’ultima ratio, diventa una grammatica primaria. Il codice entra dove prima entravano politiche sociali. E la repressione diventa la forma più economica per governare la crisi.
Qui si colloca il populismo penale: non solo “cattiveria”, ma una tecnica di consenso. Strumentalizzare la giustizia penale per ottenere risultati immediati. Non prevenire, ma comunicare. Non risolvere, ma mostrare che si colpisce.
La sequenza è nota: un fatto di cronaca, un’ondata emotiva, la richiesta di punizione, la promessa politica di un intervento normativo, la consacrazione del governo come protettore. È per questo che il populismo penale prospera anche quando i dati raccontano altro. I reati diminuiscono, gli omicidi calano, eppure la percezione di insicurezza cresce. Non è un paradosso: è un prodotto. La paura viene fabbricata e ripetuta in una macchina politico-mediatica che trasforma ogni episodio in prova generale della “giungla”. La sicurezza diventa un teatro e la punizione lo spettacolo.
In Italia questa macchina ha avuto diverse stagioni, ma un’identica funzione. E soprattutto ha attraversato governi e maggioranze. Proprio qui sta uno degli aspetti più inquietanti: la sua trasversalità.
Il caso Minniti è emblematico. La gestione sicuritaria dell’immigrazione e dello spazio urbano non nasce con Salvini, ma viene preparata prima. Gli accordi con la Libia, l’esternalizzazione della frontiera, la costruzione del migrante come problema di ordine pubblico: tutto questo segna una linea di continuità che attraversa il campo politico.
Salvini non inventa la logica: la radicalizza e la spettacolarizza. La “chiusura dei porti”, la criminalizzazione del soccorso in mare, la trasformazione dell’atto umanitario in condotta sospetta sono stati un salto qualitativo: non solo misure punitive, ma politiche apertamente illecite ostentate come segno di forza.
In questa fase il populismo penale incontra il populismo politico in senso pieno. Perché il populismo politico ha bisogno di nemici, interni ed esterni. Ha bisogno di un “noi” identitario. Ha bisogno di semplificare. Il diritto penale è perfetto per questo: non conosce sfumature, conosce colpevoli e innocenti. È lo strumento ideale per una politica che vive di dicotomie: amici/nemici, perbene/devianti, popolo/élite.
È in questo contesto che va letto anche il referendum. La riforma della giustizia non è una misura isolata. È uno snodo centrale, perché mira a stabilire la supremazia dell’esecutivo sull’esercizio della giurisdizione. Vuole orientare e controllare il lavoro dei magistrati, e assoggettare il pubblico ministero al potere politico. Un simile rapporto tra politica e magistratura si risolve sempre a favore dei poteri forti e a scapito dei soggetti socialmente più deboli.
Non produce “ordine”: produce obbedienza.
Qui emerge il cuore del progetto: l’attacco alla Costituzione e ai diritti si regge su due logiche complementari. Da un lato, la deregolarizzazione dei poteri forti. Dall’altro, l’iper-regolamentazione dell’opposizione sociale e dei soggetti deboli. Se ai potenti tutto è permesso, la libertà dei subalterni si riduce.
Ed è infatti ciò che vediamo. Mentre si garantiscono spazi sempre più ampi di impunità di fatto a chi sta in alto, si costruisce una rete di norme, reati, aggravanti, decreti e dispositivi emergenziali che colpiscono chi sta in basso e chi prova a contestare.
I daspo urbani e i poteri amministrativi di allontanamento rappresentano una mutazione cruciale: la gestione dell’ordine pubblico esce dal terreno della giurisdizione e diventa selezione territoriale. Non si punisce solo ciò che si è fatto: si espelle ciò che si è. Il povero, il senza dimora, il giovane considerato “molesto”, il migrante percepito come “degrado” diventano figure da spostare, da cancellare dalla vista.
Lo stesso vale per l’estensione della legittima difesa e per la normalizzazione del discorso sulle armi. Qui la retorica securitaria produce un effetto perverso: legalità e giustizia fai-da-te smettono di essere alternative e diventano complementari. Lo Stato chiede più pene e, allo stesso tempo, legittima la violenza privata. Il messaggio è sempre lo stesso: non una società più solidale, ma una società più armata.
A questo si aggiunge la criminalizzazione del dissenso. Il trattamento delle manifestazioni di piazza, l’uso sistematico di misure preventive, la retorica dei “professionisti del disordine” sono tasselli dello stesso mosaico. Il populismo penale non si limita a colpire i reati: colpisce ciò che disturba il potere. Il dissidente non è un avversario: è un deviante. E il deviante è, per definizione, un nemico.
Dentro questo quadro, il giustizialismo svolge un ruolo complementare. Non è un semplice amore per la legalità, ma una moralizzazione del conflitto. Dagli anni Novanta in poi la giustizia penale viene caricata di un ruolo improprio: sostituire la politica. Il processo penale diventa un’arena simbolica. L’antipolitica trova il suo mito fondativo: la politica è marcia, la giustizia è salvezza.
Il risultato è un rovesciamento: la giustizia penale viene scambiata per giustizia sociale. Ma la giustizia penale non redistribuisce, non include, non produce eguaglianza. Punisce, seleziona, stigmatizza. E tuttavia, quando la politica abdica al suo compito, la pena appare come l’unico modo di “fare qualcosa”.
Il passo successivo è il panpenalismo: il diritto penale non più come strumento tra gli altri, ma come risposta primaria a ogni problema. Immigrazione, degrado urbano, proteste, povertà: tutto viene tradotto in devianza. E in questa traduzione si consuma il cuore di tenebra dello Stato di diritto: l’ideologia della difesa sociale.
La società viene immaginata come un corpo sano minacciato da agenti patogeni. I devianti diventano virus. I migranti diventano contaminazione. I dissidenti diventano nemici. È un’idea incompatibile con lo Stato di diritto costituzionale, perché lo Stato di diritto non nasce per difendere i “buoni” dai “cattivi”: nasce per limitare il potere, soprattutto quando punisce.
Il populismo penale rovescia la prospettiva e produce la sua formula più tossica: lo Stato di diritto sarebbe incompatibile con la sicurezza. È una frase che prepara l’autoritarismo.
Il risultato è una società fragile, rancorosa, atomizzata. Una società in cui la paura è l’unico collante, il conflitto è criminalizzato, la pena è l’unica risposta, il nemico è necessario per governare. È una guerra civile molecolare. E lo Stato non è più arbitro: è parte armata.
Non si esce da questa gabbia con la nostalgia né con un moralismo speculare. Il populismo penale non è solo propaganda: è anche risposta a un vuoto reale. Quando la politica non offre protezione sociale, le persone chiedono protezione in altro modo. Per questo la risposta deve essere duplice.
Da un lato serve garantismo. Non come lusso per anime belle, ma come difesa materiale. Perché le garanzie servono soprattutto a chi sta in basso: a chi rischia di essere colpito selettivamente, a chi non ha risorse, a chi viene definito sospetto prima ancora che cittadino.
Dall’altro serve welfare. Non come carità, ma come struttura. Perché la sicurezza vera non è l’inasprimento delle pene. È casa, reddito, sanità, scuola, servizi territoriali. È riduzione dell’insicurezza materiale.
Il populismo penale è la politica della resa. La resa della democrazia alla sua caricatura: l’idea che la società possa reggersi non sulla giustizia, ma sulla punizione. Eppure la storia insegna che questo paradigma non produce ordine. Produce un ordine apparente fondato sulla paura, sulla selezione e sulla violenza.
La domanda non è se vogliamo più sicurezza. La domanda è: sicurezza per chi, contro chi, e a quale prezzo.
Perché quando la sicurezza diventa il nome del potere di punire, la libertà diventa sempre più piccola. E quando la libertà si restringe, a perdere non sono mai i potenti. A perdere sono sempre gli stessi: gli ultimi, i marginali, i dissidenti, i poveri.
È per questo che, dentro il referendum del 22–23 marzo, non basta un No “tecnico” e non basta un No di principio. Serve un No sociale: un No che parli a chi sciopera, a chi occupa, a chi blocca una strada perché non ha altri strumenti, a chi difende la casa, il lavoro, il territorio, l’ambiente, la scuola pubblica e la sanità. Un No che sappia che lo Stato penale cresce sempre nello stesso modo: restringendo gli spazi della democrazia collettiva e punendo chi prova ad allargarli.
Dire No significa rifiutare un Paese in cui la protesta diventa reato e la povertà viene perseguita, mentre la ricchezza viene protetta. Significa difendere una democrazia in cui la libertà non sia scambiata per sicurezza e in cui la sicurezza non sia usata come pretesto per reprimere. Oggi, più che mai, la libertà è conflitto, diritti, garanzie. E difenderla è una pratica concreta.
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