Il caso Roggero e il boomerang del populismo penale

Il sit-in per il gioielliere Mario Roggero a piazza Cavour, Roma, 15 luglio 2026. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La richiesta di grazia riapre il dibattito sulla legittima difesa e sul carcere: chi per anni ha invocato più repressione e il “buttare la chiave” oggi scopre la durezza di un sistema penale costruito proprio in nome della sicurezza

La richiesta di grazia per Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione per l’uccisione di due rapinatori e il ferimento di un terzo, ha riacceso il dibattito pubblico sul rapporto tra sicurezza, giustizia e legittima difesa.

A poche ore dalla sentenza della Cassazione, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha annunciato l’avvio dell’istruttoria finalizzata alla concessione della grazia, mentre il centrodestra si è immediatamente mobilitato con raccolte di firme, appelli e ordini del giorno a sostegno del commerciante piemontese.

Una decisione che apre inevitabilmente un interrogativo politico. Lo stesso ministro che in questi anni ha difeso il mantenimento del 41 bis nei confronti di Alfredo Cospito, sostenendo la necessità del massimo rigore dello Stato, si mostra oggi pronto ad attivare uno strumento di clemenza straordinario per un uomo condannato in via definitiva per duplice omicidio volontario.

Il problema, naturalmente, non è l’avvio di un’istruttoria, previsto dall’ordinamento. Il punto è la plasticità con cui il garantismo e la clemenza sembrano essere invocati solo per alcuni e negati ad altri. Da una parte il rigore assoluto, il carcere duro e la retorica dell’inflessibilità dello Stato; dall’altra la mobilitazione istituzionale per una grazia che, ancora prima di essere istruita, viene già caricata di un forte significato politico e simbolico.

In questo clima si inserisce anche il sostegno espresso dal presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, che ha annunciato l’intenzione di promuovere un ordine del giorno a sostegno dell’istanza di grazia.

Una presa di posizione che ha provocato la dura reazione di Alberto Deambrogio, segretario regionale del Partito della Rifondazione Comunista del Piemonte. Secondo Deambrogio, il comunicato di Cirio rappresenta «una deriva populista gravissima, un attacco intollerabile allo Stato di diritto e una profonda offesa ai valori costituzionali che un governatore regionale dovrebbe difendere per primo».

Per il dirigente di Rifondazione, la scelta del presidente della Regione rischia di trasformare una vicenda giudiziaria complessa in una campagna politica fondata sull’emotività e sul consenso facile. «La mossa di Cirio – afferma – è di fatto uno sdoganamento della vendetta privata».

Deambrogio ricorda come la sentenza definitiva abbia escluso la legittima difesa, evidenziando che Roggero inseguì i tre rapinatori fuori dal negozio e sparò quando questi erano già in fuga e non rappresentavano più un pericolo attuale. «Non siamo di fronte a una legittima difesa imperfetta o a un tragico eccesso dettato dalla paura. La sentenza di condanna evidenzia un’esecuzione stradale», sostiene il segretario di Rifondazione.

Da qui la critica all’uso politico della vicenda e alla rappresentazione del gioielliere come un simbolo della sicurezza negata. «Trasformare un uomo condannato per duplice omicidio volontario in un martire da proteggere invoca surrettiziamente la pena di morte per reati contro il patrimonio. Questa non è tutela dei cittadini piemontesi, è pura barbarie istituzionale».

Parole dure, che richiamano un punto essenziale: in uno Stato di diritto la giustizia non può essere sostituita dalla vendetta privata, né l’uso delle armi può essere elevato a modello di risposta all’insicurezza sociale.

Ma il caso Roggero pone anche una questione più generale che va oltre la stessa richiesta di grazia.

Se davvero una condanna a 14 anni e 9 mesi di carcere viene percepita come una pena insopportabile, allora bisognerebbe avere il coraggio di interrogarsi sull’intero sistema penale costruito negli ultimi decenni. Per anni la politica italiana ha invocato più carcere, più reati, più repressione, nuove prigioni e il “buttare via la chiave”. Ha sostenuto decreti sicurezza, alimentato l’idea che la soluzione a ogni problema sociale fosse l’inasprimento delle pene e trasformato il diritto penale nell’unico strumento di governo dei conflitti.

A forza di allargare la rete repressiva, però, quella stessa rete finisce inevitabilmente per stringersi e qualcuno di coloro che l’hanno tessuta vi rimane impigliato. La vicenda Roggero è, in questo senso, il boomerang del populismo penale.

Il carcere sembra una risposta giusta quando colpisce i poveri, i migranti, i tossicodipendenti, i marginali o i nemici di turno. Diventa improvvisamente una pena eccessiva quando a subirla è una persona percepita come “uno di noi”.

Se si ritiene davvero che quasi quindici anni di detenzione equivalgano a un ergastolo, allora la discussione non dovrebbe riguardare la grazia per un singolo caso trasformato in simbolo politico. Dovrebbe riguardare il modello di giustizia che abbiamo costruito: un sistema fondato sul carcere come risposta universale, che continua a produrre sovraffollamento, esclusione e nuove marginalità.

Oggi si invoca la clemenza per Mario Roggero. Ma quante volte la stessa sensibilità è stata riservata ai detenuti che vivono in carceri sovraffollate, a chi sconta pene lunghissime per reati legati alla tossicodipendenza, ai migranti finiti nel circuito penale per effetto di leggi securitarie o a quanti sono stati travolti da un sistema sempre più punitivo?

Se davvero quasi quindici anni di detenzione vengono considerati una pena disumana, allora bisognerebbe avere il coraggio di dirlo per tutti. Per chi vive il carcere come una discarica sociale, per chi è intrappolato in leggi emergenziali e punitive, per chi subisce un sistema penitenziario al collasso.

Forse il vero dibattito da aprire è un altro: amnistia, depenalizzazione, riduzione del ricorso alla detenzione, superamento delle leggi che hanno riempito le prigioni e politiche sociali capaci di affrontare le cause dei conflitti invece di limitarsi a punirne gli effetti.

Perché il populismo penale è una macchina che, una volta messa in moto, non distingue più tra amici e nemici. Produce soltanto nuove galere, nuove marginalità e nuove ingiustizie.

E prima o poi presenta il conto anche a chi, per anni, ne ha chiesto l’espansione.

La vicenda Roggero lo dimostra con particolare evidenza: il garantismo non può essere un abito da indossare soltanto quando il sistema penale colpisce uno dei propri simboli. O vale per tutti, oppure non è garantismo. È soltanto un’altra faccia del populismo penale.


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