Da Amendolara ai ghetti agricoli, la strage dei quattro braccianti afghani rivela il fallimento delle politiche sul lavoro e sull’immigrazione. Dietro il caporalato c’è una filiera che unisce sfruttamento, decreti flussi, razzismo e ricatto della manodopera migrante
Sono stati bruciati vivi. Non è una metafora. Non è una figura retorica. È ciò che è accaduto ad Amendolara, in Calabria, il primo giugno 2026. Quattro giovani lavoratori agricoli – Ullah Ismat Qiemi, diciannove anni; Safi Iayjad, ventisette; Amin Fazal Khogjani, ventotto; e Waseem Khan, ventinove – sono stati rinchiusi in un minivan, cosparsi di benzina e dati alle fiamme. Il loro crimine sarebbe stato quello di aver chiesto il pagamento del lavoro svolto nei campi di fragole della Basilicata.
L’unico sopravvissuto è riuscito a salvarsi sfondando un finestrino a testate e fuggendo dal bagagliaio. Ha raccontato di minacce continue, coltelli, pistole, ricatti, lavoro non pagato. Ha raccontato di una quotidianità fatta di paura e sfruttamento. Ha raccontato che lui e gli altri chiedevano semplicemente il salario promesso. Nulla di più.
La tentazione, come sempre, sarà quella di fermarsi ai responsabili materiali. Due caporali pachistani sono stati arrestati e dovranno rispondere di questa strage. Ma sarebbe un errore trasformare questa vicenda nell’ennesima storia di “mele marce”, di criminali isolati, di mostri eccezionali.
Perché Amendolara non nasce dal nulla. È il prodotto di un sistema.
Lo ha spiegato con chiarezza Marco Omizzolo, uno dei maggiori studiosi del caporalato e dello sfruttamento lavorativo in Italia. Quello che è accaduto rappresenta certamente qualcosa di inedito per brutalità, ma affonda le radici in una realtà che coinvolge centinaia di migliaia di lavoratori. Secondo il sociologo, circa 450 mila persone vivono oggi nel settore agroalimentare italiano in condizioni di sfruttamento sistematico, dentro un sistema che nulla ha a che vedere con la Repubblica fondata sul lavoro descritta dalla Costituzione.
La vera domanda, allora, non è soltanto chi abbia acceso il fuoco. La domanda è chi abbia costruito il contesto che rende possibile tutto questo.
Per comprenderlo bisogna tornare a Giuseppe Di Vittorio. Bracciante pugliese, sindacalista, padre costituente. La sua esperienza politica nacque proprio dalla lotta contro il caporalato nelle campagne del Mezzogiorno. Già allora il reclutamento della manodopera serviva a schiacciare salari, dividere i lavoratori, spezzare l’organizzazione sindacale e mantenere una massa di persone ricattabili e prive di diritti. Già allora gli agrari utilizzavano la vulnerabilità dei più poveri per imporre condizioni di lavoro disumane. Già allora violenza economica e violenza fisica camminavano insieme.
A quasi ottant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione, quella storia sembra ripresentarsi sotto nuove forme. Cambiano le nazionalità. Cambiano le rotte migratorie. Cambiano i nomi delle vittime. Ma resta immutata la logica.
Oggi i nuovi braccianti sono afghani, pakistani, bengalesi, sudanesi. Persone che attraversano guerre, dittature, povertà e frontiere per arrivare in Europa. Una volta giunti in Italia vengono spesso risucchiati dentro una filiera dello sfruttamento che inizia ben prima del lavoro nei campi.
È qui che entra in gioco il fallimento del decreto flussi.
Francesco Piobbichi di Mediterranean Hope ha invitato a guardare la strage dentro un quadro più ampio. Perché prima ancora dei campi esiste una catena fatta di intermediari, pratiche opache, debiti, aziende fantasma, studi professionali compiacenti e reti criminali che gestiscono l’ingresso e il reclutamento della manodopera migrante. Una filiera transnazionale che produce lavoratori formalmente regolari ma sostanzialmente privi di libertà reale.
Il caporalato, in questo senso, non comincia nei campi. Comincia alle frontiere.
Comincia quando il diritto di soggiornare, lavorare e vivere viene subordinato a meccanismi che producono dipendenza e ricatto. Comincia quando migliaia di persone vengono rese vulnerabili dalle stesse politiche che dichiarano di voler combattere lo sfruttamento.
Per questo è insufficiente indignarsi contro i caporali.
I caporali esistono e devono essere perseguiti. Ma prosperano dentro un ecosistema che li rende necessari. Un sistema economico che ha bisogno di lavoro a basso costo, di persone facilmente sostituibili, di lavoratori privi della forza contrattuale necessaria per rivendicare diritti.
Lo dimostra anche il clamoroso fallimento delle politiche pubbliche.
Nel 2022 era stato previsto un portale nazionale per contrastare lavoro nero e sfruttamento. Doveva raccogliere dati, coordinare controlli e rafforzare gli strumenti di prevenzione. Con il cambio di governo il progetto è stato sostanzialmente abbandonato. Dei 200 milioni previsti dal PNRR per contrastare il caporalato e migliorare le condizioni degli insediamenti agricoli ne sono stati utilizzati appena 25. Una cifra che racconta più di molti discorsi ufficiali.
Nel frattempo la propaganda continua a indicare nei migranti il problema. Si alimentano paure. Si evocano invasioni. Si moltiplicano decreti sicurezza, CPR, respingimenti e campagne contro gli stranieri. Ma il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Mentre si criminalizzano le vittime, si rende invisibile il sistema che produce lo sfruttamento. Mentre si parla continuamente di sicurezza, si ignorano le condizioni di insicurezza assoluta in cui vivono centinaia di migliaia di lavoratori. Mentre si addita il migrante come minaccia, si protegge un modello produttivo che continua a fondarsi sulla vulnerabilità, sul ricatto e sull’abbattimento dei diritti.
Per questo la strage di Amendolara non riguarda soltanto quattro giovani braccianti. Riguarda il modo in cui è organizzata una parte significativa dell’economia italiana. Riguarda il rapporto tra lavoro e cittadinanza. Riguarda la distanza crescente tra i principi costituzionali e la realtà concreta di chi lavora. Riguarda una politica che preferisce costruire CPR invece di ispettorati del lavoro, finanziare deportazioni invece di tutele, alimentare paura invece di garantire diritti.
I quattro ragazzi uccisi ad Amendolara non sono morti soltanto per mano dei loro assassini. Sono stati uccisi anche da un sistema che li aveva già resi invisibili. E finché non avremo il coraggio di guardare quel sistema negli occhi, il fuoco che li ha consumati continuerà a bruciare, lontano dai riflettori, nelle campagne, nei cantieri, nei magazzini e nelle periferie del nostro Paese.
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