I corpi restituiti sulle spiagge di Sicilia e Calabria e la catena di naufragi fantasma legata al ciclone Harry raccontano la verità: non è il mare a uccidere, ma la Fortezza Europa, che sceglie il muro contro l’accoglienza e lascia migliaia di persone scomparire nel silenzio.
Il mare restituisce in questi giorni corpi di un reato. Corpi di un crimine contro l’umanità. Li deposita sulle coste occidentali di Sicilia e Calabria come una prova materiale, irriducibile, contro la propaganda di Stato. Come un atto d’accusa contro i governi europei e mediterranei che hanno trasformato il Mediterraneo in un cimitero e poi hanno avuto anche la faccia di chiamarlo “sicurezza”.
Almeno tredici cadaveri sono stati recuperati tra il 6 e il 17 febbraio lungo un percorso macabro che va da Pantelleria a San Vito Lo Capo, da Marsala a Trapani, fino alle spiagge calabresi di Tropea, Paola, Scalea, Amantea. Salme in avanzato stato di decomposizione, a volte a pezzi. A Paola è arrivata persino solo la metà inferiore di un corpo. Una donna, un giovane, uomini senza nome. Resti umani scambiati inizialmente per arbusti. È così che finisce chi viene costretto a prendere la via del mare: non solo morto, ma disintegrato, cancellato, ridotto a materia.
Le procure hanno aperto fascicoli. Le autorità cercano date e rotte. Ma il punto non è “quando” e non è “come”. Il punto è: perché.
Il sospetto più fondato è che si tratti di migranti vittime di naufragi fantasma avvenuti nei giorni del ciclone Harry, tra il 18 e il 21 gennaio, quando il Mediterraneo centrale è stato attraversato da venti violentissimi e correnti confuse. Un allarme della guardia costiera — reso pubblico dal giornalista Sergio Scandura — segnalava otto barconi partiti da Sfax tra il 14 e il 21 gennaio: solo uno è arrivato a Lampedusa, degli altri non si è saputo più nulla. Un naufrago soccorso da un mercantile e sbarcato a Malta ha raccontato che le altre cinquanta persone con cui viaggiava erano annegate.
E qui arriva la notizia più oscena: secondo le stime ufficiali si parlava di 380 persone. Ma secondo Refugees in Tunisia, che ha raccolto testimonianze tra parenti dei dispersi e persone presenti alle partenze, potrebbero essere almeno mille. Mille esseri umani scomparsi. Mille. E nessuno ha gridato all’emergenza.
Sapete cosa significa? Significa che per gli Stati l’emergenza esiste quando i migranti arrivano vivi. Non quando muoiono negli abissi.
Finché restano sotto il mare, sono perfetti: invisibili, muti, senza prova. Finché non tornano a galla, la loro lontananza permette tutto. Permette perfino l’oltraggio del ricordo, il cinismo, la gioia della morte dietro uno schermo, la propaganda sugli “sbarchi ridotti”. Ma quando quei corpi arrivano, martoriati dalle onde, dal tempo e dai pesci, allora ci obbligano a una cosa che la politica prova da anni a cancellare: la nostra umanità.
C’è un’immagine che torna, in queste ore, con una potenza insopportabile. Durante la seconda guerra mondiale sulle coste calabresi il mare restituiva corpi di soldati. E c’erano donne che ogni alba scendevano sulla spiaggia, li recuperavano, ne ricomponevano il corpo, davano loro una degna sepoltura. Non chiedevano chi fossero, non chiedevano da che parte stessero. Li consideravano esseri umani e li trattavano come tali anche da morti. Era un gesto di umanizzazione che sta alla base della civiltà.
Oggi quei corpi ci chiedono la stessa cosa: dignità. Sepoltura. Nome, se possibile. Memoria, se necessaria. E invece rischiano di finire nel modo in cui l’Europa preferisce trattare i migranti: come un problema logistico, un fastidio amministrativo, un costo da minimizzare, un numero da archiviare.
Ma mentre li seppelliamo dobbiamo dirci la verità fino in fondo: queste morti non sono state provocate dal ciclone. Non sono “una tragedia naturale”. Non sono una fatalità. Sono il prodotto deliberato di una politica.
Sono il risultato feroce e cinico di una frontiera costruita apposta per permettere a noi di muoverci liberamente e costringere loro alla via del mare. Perché l’Europa non concede visti, non apre corridoi, non garantisce vie legali reali, non riconosce la libertà di movimento. E così crea il mercato dei trafficanti, crea la rotta, crea la morte. Poi si lava le mani e chiama tutto questo “lotta all’immigrazione irregolare”.
Non sapremo mai se il governo tunisino, pur sapendo del ciclone in arrivo, abbia chiuso un occhio lasciando partire decine di barche. Non sapremo mai se qualcuno abbia addirittura spinto quelle persone via per liberarsene. Ma sappiamo una cosa: mancano trenta barche all’appello e nessuno ne ha parlato. Sappiamo che il silenzio è parte del crimine. Sappiamo che se fossero stati trenta pescherecci europei, l’Europa avrebbe fermato il mondo. Per loro, invece, non vale nemmeno una breaking news.
E mentre il mare inghiottiva e poi restituiva questi corpi, l’Unione Europea votava un piano ancora più duro contro i migranti. E il governo italiano esultava. Rivendicava il pacchetto sicurezza. Attaccava ancora una volta chi salva vite in mare. Eccola la catena: propaganda, frontiera, morte. Eccolo l’effetto reale delle vostre parole: venite a vederlo su queste spiagge.
Qui, davanti a questi resti, crolla tutta la retorica sulla “riduzione degli sbarchi”. Perché la riduzione degli sbarchi non è riduzione della migrazione. È riduzione della visibilità. È spostamento del massacro più lontano. È trasformare le persone in dispersi.
È un’Europa che si vanta di avere meno arrivi, mentre aumenta la morte.
E questa scia di corpi porta con sé un’altra verità che l’Italia preferisce separare per non vedere: la frontiera e lo sfruttamento sono la stessa cosa. Finché sarà impedita la libertà di movimento, i lavoratori e le lavoratrici migranti saranno ricattabili. Arriveranno vivi, se arrivano, e poi diventeranno carne da macello nel lavoro nero. Come quel bracciante a Latina che ha perso un braccio su un macchinario ed è stato abbandonato dai padroni in strada, come un elettrodomestico rotto.
La frontiera è la sintesi. È il vero fascismo europeo: disumanizza, degrada, disciplina, marchia. Trasforma la persona in oggetto. In clandestino. In numero. In forza lavoro usa-e-getta. In cadavere.
Per questo non basta seppellire. Bisogna anche ricordare. E bisogna farlo con un gesto pubblico, visibile, politico.
Non seppelliamo queste persone sotto lapidi senza nome come se fossero un incidente. Sepelliamole come ciò che sono: martiri della libertà, uccisi dalla violenza della frontiera europea. E diciamo anche chi sono gli assassini: governi che hanno scelto la morte come politica.
C’è una proposta che va raccolta e sostenuta: mettere un simbolo su quelle tombe, in Sicilia e in Calabria. Una piuma di libertà cinta dal filo spinato. Un segno che ricordi ai vivi, a chi passerà domani davanti a quelle lapidi, che qui non c’è “una tragedia del mare”. Qui c’è una responsabilità. Qui c’è una colpa. Qui c’è un crimine.
E soprattutto: qui c’è la prova che la barbarie non è in arrivo. È già qui.
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