I dannati della terra nell’Europa delle frontiere


Fanon ci ha insegnato che il mondo coloniale non scompare: cambia forma. Oggi vive nei CPR, nei ghetti agricoli, nei decreti sicurezza, nella remigrazione e in quel senso comune che trasforma gli sfruttati in minaccia, i poveri in nemici e la libertà in problema di ordine pubblico.

C’è un errore che va evitato subito. Parlare dei migranti come vittime da compatire. È il linguaggio umanitario che spesso disarma il conflitto, trasforma la violenza strutturale in emergenza morale e riduce i soggetti oppressi a corpi sofferenti da assistere. Fanon ci ha insegnato altro. Ci ha insegnato che il colonialismo non è soltanto dominio militare o occupazione territoriale, ma produzione di un mondo diviso, gerarchizzato, organizzato secondo una distribuzione diseguale dell’umanità.

Il mondo coloniale, scriveva Fanon, è un mondo tagliato in due. Da una parte lo spazio del colono, della legge, della ricchezza, della protezione; dall’altra quello del colonizzato, della polizia, del sospetto permanente, della violenza amministrata come normalità. Sarebbe un errore pensare che questa struttura appartenga solo al passato. Oggi quella divisione riappare dentro l’Europa, nelle sue frontiere esterne e interne, nei centri di detenzione amministrativa, nei ghetti agricoli, nei porti chiusi, nei decreti sicurezza, nelle procedure accelerate di asilo, nelle politiche di rimpatrio e nella propaganda della remigrazione.

Il migrante è diventato il colonizzato interno dell’Europa contemporanea. Non perché la sua condizione coincida meccanicamente con quella del colonizzato storico, ma perché su di lui si concentrano tecniche di governo fondate sulla separazione, sulla sorveglianza, sulla precarietà giuridica e sulla disponibilità allo sfruttamento. È il soggetto che può essere trattenuto senza reato, espulso senza reale considerazione della sua storia, sfruttato nei campi e poi descritto come minaccia, reso indispensabile all’economia e contemporaneamente indesiderabile nella cittadinanza.

Qui Marx torna decisivo. L’esercito industriale di riserva non è una categoria etnica. Non indica “gli stranieri” contro “gli italiani”. Indica quella massa di forza lavoro disponibile, ricattabile, intermittente, espulsa e riassorbita dal ciclo capitalistico secondo le esigenze dell’accumulazione. Migranti, disoccupati, precari, stagionali, lavoratori poveri, giovani senza prospettive, donne spinte fuori dal lavoro stabile, sottoccupati, lavoratori al nero: tutti possono essere collocati dentro questa funzione. Il capitale non ha bisogno semplicemente di lavoratori. Ha bisogno di lavoratori divisi, isolati, messi in concorrenza tra loro.

È qui che il razzismo diventa funzione economica. Non serve soltanto a produrre odio. Serve a organizzare il mercato del lavoro. Serve a impedire che chi subisce lo stesso ricatto riconosca un interesse comune. Serve a trasformare il conflitto verticale tra sfruttati e sfruttatori in conflitto orizzontale tra sfruttati. Quando il bracciante italiano vede nel bracciante migrante un concorrente e non un compagno di condizione, quando il precario vede nel richiedente asilo il responsabile della propria miseria e non nell’impresa che comprime i salari o nello Stato che smantella il welfare, il capitale ha già vinto una parte essenziale della battaglia.

Foucault aiuta a comprendere l’altro lato del processo. Il potere moderno non si limita a reprimere: produce categorie, normalità, devianza, pericolosità. Il migrante non viene soltanto controllato perché è considerato pericoloso; viene costruito come pericoloso attraverso un insieme di dispositivi: questure, CPR, hotspot, procedure di frontiera, fotosegnalamenti, fogli di via, decreti, banche dati, retoriche mediatiche, campagne politiche. Il potere non si limita a dire “questo soggetto va espulso”. Prima lo nomina, lo classifica, lo isola, lo rende amministrativamente sospetto.

La frontiera, allora, non è più solo una linea geografica. È un dispositivo politico. Entra nelle città, nelle scuole, negli ospedali, nei luoghi di lavoro, nei tribunali, nei documenti. Stabilisce chi può muoversi e chi no, chi può lavorare e chi deve restare ricattabile, chi può essere curato e chi deve temere di essere identificato, chi può rivendicare diritti e chi deve restare in silenzio. La frontiera diventa una tecnologia di governo della società intera.

Per questo la remigrazione non è una provocazione folkloristica dell’estrema destra. È la forma ideologica più esplicita di un processo già in corso. Dice apertamente ciò che le politiche migratorie europee praticano da anni con linguaggio amministrativo: selezionare, trattenere, respingere, espellere, rendere alcune vite meno garantite di altre. La differenza è che la remigrazione elimina ogni pudore. Trasforma la gerarchia dei diritti in programma politico e presenta l’espulsione di massa come risanamento nazionale.

Ma il punto decisivo è che questo pensiero non è più minoritario. È diventato senso comune. Non domina solo nelle frange neofasciste, ma attraversa il linguaggio dei governi, dei talk show, dei giornali, delle opposizioni impaurite, delle istituzioni europee. Si può non usare la parola remigrazione e praticarne comunque la logica. Si può condannare l’estrema destra e votare regolamenti che aumentano detenzione, rimpatri e accordi con Paesi terzi. Si può dirsi democratici e accettare che migliaia di persone vivano in un limbo giuridico permanente.

Fanon ci costringe a vedere che il problema non è l’eccesso di violenza, ma la normalità della violenza. Il colonizzato non vive l’eccezione: vive dentro un ordine in cui l’eccezione è la regola. Così oggi il migrante vive dentro una democrazia che per lui funziona diversamente. I diritti esistono, ma sono condizionati. Le garanzie esistono, ma si restringono. La libertà personale esiste, ma può essere sospesa per ragioni amministrative. L’uguaglianza esiste, ma incontra il limite del documento.

Un pensiero di rottura deve partire da qui. Non dalla richiesta di una società più buona, ma dal rifiuto di un ordine sociale fondato sulla produzione di dannati. Non basta chiedere accoglienza se non si mette in discussione il sistema che ha bisogno di produrre esclusione. Non basta denunciare il razzismo se non si mostra la sua funzione materiale. Non basta difendere i migranti come vittime se non si riconosce che essi sono già parte centrale del conflitto sul lavoro, sulla cittadinanza, sulla libertà e sulla distribuzione della ricchezza.

I dannati della terra, oggi, non sono fuori dal nostro mondo. Ne sono il fondamento nascosto. Raccolgono il cibo che mangiamo, spostano le merci che compriamo, abitano le periferie che non vogliamo vedere, attraversano i confini che difendiamo, muoiono nei mari che chiamiamo nostri. Sono esclusi dalla piena cittadinanza ma inclusi nello sfruttamento. Respinti come persone, incorporati come forza lavoro.

È questa contraddizione che può diventare rottura. Quando i dannati smettono di essere oggetto di gestione e diventano soggetto politico, l’intero ordine vacilla. Le lotte dei braccianti, dei facchini, dei lavoratori migranti nella logistica, dei richiedenti asilo che rifiutano il silenzio, dei detenuti nei CPR che si ribellano alla cancellazione della propria vita, indicano già una possibilità diversa. Non chiedono compassione. Mettono in discussione la distribuzione concreta del potere.

Per questo il conflitto non può essere aggirato. Una società costruita sulla gerarchia delle vite non si corregge con qualche buona pratica. Si rompe. Si rompe costruendo organizzazione, solidarietà di classe, alleanze reali tra lavoratori nativi e migranti, lotte contro la detenzione amministrativa, contro i decreti sicurezza, contro la remigrazione, contro il lavoro ricattabile, contro la trasformazione della povertà in colpa.

Fanon non ci consegna una pedagogia della bontà. Ci consegna una pedagogia della liberazione. E la liberazione non consiste nel chiedere al potere di essere meno crudele, ma nel sottrargli la possibilità di decidere chi è pienamente umano e chi no. Oggi questa è la posta in gioco: non integrare i dannati nell’ordine esistente, ma rompere l’ordine che continua a produrli.

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