I bulldozer israeliani in ogni angolo di Palestina

di Chiara Cruciati*

Naqab, Gerusalemme, Gaza, West Bank: demolizioni di massa usate per la pulizia etnica. Ben Gvir guida personalmente le distruzioni. L’esercito confisca altre terre nella Valle del Giordano. I coloni cacciano sei famiglie. Due uccisi in Cisgiordania, un’anziana e un ragazzino

«Ci ucciderete, ci rovinerete. Non ci date il diritto di vivere. Dammi il diritto di vivere». In piedi di fronte al ministro della sicurezza nazionale di Israele, Itamar Ben Gvir, c’è un uomo palestinese. Gli si rivolge con fermezza, accerchiato da poliziotti venuti a fare da scorta all’ennesima provocazione del leader dell’ultradestra. Stavolta non in un centro di detenzione con prigionieri politici sdraiati a terra a faccia in giù, le mani legate dietro la schiena, ma in una comunità palestinese beduina nel deserto del Naqab, una delle decine mai riconosciute da Tel Aviv sebbene siano molto più vecchie dello Stato di Israele.

BEN GVIR vive di umiliazioni altrui, del ribadire l’inferiorità dei palestinesi di fronte alla legge suprematista dello stato. Tre giorni fa si è presentato in quella piccola comunità, appena 44 abitanti, per consegnare personalmente alcuni tra le centinaia di ordini di demolizione spiccati contro i villaggi non riconosciuti. Una vera e propria campagna di distruzione, ribattezzata «Southern Hawk 3» e che serve a «ripulire» le zone considerate demaniali e dunque – secondo le autorità israeliane- abusivamente occupate dalle comunità beduine.

I bulldozer israeliani, negli ultimi mesi, fanno i doppi turni: le demolizioni di proprietà palestinesi hanno subito un’escalation senza precedenti e non risparmiano nessun angolo della Palestina storica. In Naqab (territorio dello stato di Israele), a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme est, le autorità israeliane procedono come schiacciasassi con un obiettivo che è unico: spingere sempre un metro più in là la pulizia etnica dei palestinesi, ovunque essi si trovino.

Ieri è accaduto di nuovo nella cittadina di Qatanna, a Gerusalemme, e in quella di Al-Mughayyir, in Cisgiordania, a ovest di Ramallah. Qui l’esercito ha attaccato la comunità, ha perquisito decine di case, demolito alcune strutture e ne ha confiscate altre per tramutarle in postazioni militari.

La Cisgiordania soffoca, stritolata dai tanti tentacoli con cui l’occupazione opera: confische di stato, aggressioni dei coloni, nuove infrastrutture che la fanno in mille pezzi. Ieri sono stati i coloni a prendersi duecento ettari di terre agricole nell’area di Khirbet Samra, semplicemente circondandola con una rete. A Fasayel, nella Valle del Giordano, hanno fatto lo stesso: hanno chiuso gli accessi alle terre agricole e ai pascoli e hanno costretto sei famiglie a lasciarle, insieme alla loro sola fonte di reddito.

Poco più a nord della Valle, nel villaggio di Al Maleh, nelle stesse ore l’esercito si presentava dal sindaco, Mahdi Daraghmeh, per consegnargli personalmente un ordine di confisca degli appezzamenti nell’area di Khirber Al-Hadid. All’agenzia Wafa Daraghmeh ha detto che nell’ordine non era specificata né la ragione né la dimensione delle terre confiscate.

E POI C’È IL FUOCO. Ieri la Cisgiordania ha pianto due uccisi, che si aggiungono agli oltre 1.060 ammazzati da esercito o coloni dal 7 ottobre 2023. A Jenin a cadere sotto i colpi dei soldati è stato un ragazzino di 15 anni, Murad Fawzi Abu Seifen. Le pallottole lo hanno raggiunto per strada durante un raid dell’esercito. Il suo corpo è tuttora ostaggio dei militari, la cui versione dei fatti non si discosta dalla nota formula: il ragazzo, dice l’esercito, ha lanciato un dispositivo incendiario contro le truppe. Testimoni raccontano di quattro colpi che hanno abbattuto Murad per strada, di soldati che hanno impedito all’ambulanza di raggiungerlo e della morte per dissanguamento.

Un’altra vittima ad al-Mazraa al-Gharbiya, alle porte di Ramallah: l’esercito ha invaso la cittadina, ha sfondato le porte di una casa per compiere un arresto e ha terrorizzato una donna di 78 anni, Haniyeh Hanoun. Ha avuto un infarto. I soldati hanno impedito ai familiari di portarla in ospedale. Quando, un’ora dopo, hanno lasciato la casa, la corsa verso l’ospedale è stata bloccata da un checkpoint volante: 45 minuti di attesa, senza ragione. La donna si è spenta prima di essere soccorsa da un medico.

STORIE CHE si somigliano, tasselli di un lungo colonialismo che non accenna a frenare. Non c’è tregua, lo sa Gaza che fa i conti con un cessate il fuoco di plastica. I raid proseguono, seppur sporadici, impedendo ogni tentativo di ripresa.

Ieri un uomo è rimasto ucciso nel collasso di un edificio semi distrutto da un bombardamento a Gaza City, difficile stimare quanti siano intrappolati tra le macerie. Il contesto lo dà l’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi: sono decine di migliaia gli sfollati che hanno cercato un rifugio nei palazzi danneggiati dai raid, luoghi insicuri dove piantare una tenda per proteggersi dal freddo che sta iniziando a farsi strada. «Vivono senza dignità, senza sicurezza, senza un’igiene adeguata – scrive l’agenzia – Ogni giorno è una battaglia».

«Tanta gente non ha nemmeno una tenda – denuncia Shaina Low del Norwegian Refugee Council – Le persone che le hanno sono quelle fortunate». I valichi restano chiusi per ordine israeliano, una delle più brutali violazioni della tregua.

*da il manifesto

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