Houston, un altro morto per mano dell’ICE


Ucciso l’operaio messicano Lorenzo Salgado Araujo. La versione degli agenti è già contestata da testimoni e familiari. Come a Minneapolis, il copione si ripete: un uomo disarmato, una presunta minaccia, nessun video e molte domande.

Un altro nome si aggiunge alla lunga lista delle vittime della guerra ai migranti condotta dall’amministrazione Trump. Mercoledì 8 luglio, a Houston, in Texas, un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) ha ucciso a colpi d’arma da fuoco Lorenzo Salgado Araujo, operaio e piccolo imprenditore edile messicano di 55 anni, residente negli Stati Uniti da trentacinque anni.

La sua morte presenta inquietanti somiglianze con quelle di Renée Good e Alex Pretti, uccisi a Minneapolis nei mesi scorsi, e con altri casi di uso letale della forza da parte degli agenti federali. Ancora una volta c’è una vittima, una versione ufficiale che parla di legittima difesa e una ricostruzione dei testimoni che racconta tutt’altra storia.

«Aiutatemi, mi hanno sparato»

Erano le 6.50 del mattino quando Salgado Araujo stava percorrendo Canal Street, nel quartiere di Magnolia Park, cuore della comunità ispanica di Houston. Come faceva abitualmente, stava cercando lavoratori a giornata da portare in cantiere.

Secondo il Dipartimento per la Sicurezza Interna, l’uomo avrebbe ignorato gli ordini degli agenti e utilizzato il proprio furgone come un’arma, tentando di investire un agente federale. A quel punto l’agente avrebbe aperto il fuoco per difendersi.

Ma le testimonianze raccolte sul posto raccontano un’altra scena.

«Aiutatemi! Mi hanno sparato!», urlava Lorenzo, ferito all’addome, mentre era già a terra, ammanettato e con un agente dell’ICE sopra di lui. Uno dei suoi figli ha assistito alla scena.

Secondo i familiari, i testimoni e la League of United Latin American Citizens (LULAC), Salgado Araujo non rappresentava alcuna minaccia. Le fotografie scattate immediatamente dopo la sparatoria mostrano il suo veicolo senza danni evidenti, circostanza che contraddice la versione del governo secondo cui avrebbe speronato le auto federali.

La persona sbagliata

Con il passare delle ore è emerso un elemento ancora più inquietante: Lorenzo Salgado Araujo non era nemmeno l’obiettivo dell’operazione.

Gli agenti stavano cercando due cittadini guatemaltechi segnalati dalle autorità del Texas, che viaggiavano a bordo di un furgone bianco.

Hanno visto un altro furgone bianco. Hanno creduto che il conducente «somigliasse» a uno dei ricercati. E hanno iniziato l’inseguimento. Il problema è che si erano sbagliati.

I tre passeggeri che si trovavano sul veicolo con Salgado Araujo, tuttora detenuti dall’ICE, attraverso il loro avvocato, Hugo Balderas-Ibarra, affermano che il furgone non abbia mai tentato di investire gli agenti e che i federali abbiano aperto il fuoco quasi immediatamente.

«L’incolumità degli agenti non è mai stata messa a rischio», sostiene il legale.

Anche alcuni filmati di sorveglianza sembrano porre seri dubbi sulla ricostruzione ufficiale.

Un’altra versione che non torna

Come già accaduto a Minneapolis, la versione dell’ICE si sta sgretolando davanti ai tentativi di verifica.

L’uomo è stato colpito sul lato destro dell’addome, cioè dal lato del passeggero. Esperti di balistica osservano che sarà necessario spiegare in che modo quella traiettoria possa conciliarsi con l’ipotesi di un investimento frontale dell’agente.

Un altro elemento suscita interrogativi: gli agenti non indossavano bodycam.

Il Dipartimento per la Sicurezza Interna sostiene che non fossero ancora state distribuite. Ancora una volta, dunque, non esistono immagini ufficiali dell’omicidio. Ancora una volta, la verità dipenderà dalle testimonianze e dai video raccolti da cittadini e passanti.

«La stessa storia di Minneapolis»

Il presidente nazionale della LULAC, Roman Palomares, ha chiesto un’indagine indipendente e ha ricordato il precedente di Renée Good, uccisa a Minneapolis.

«Ci stanno raccontando la stessa storia, quasi parola per parola», ha dichiarato il direttore esecutivo dell’organizzazione, Juan Proaño. «Dimostratelo».

Anche la deputata democratica Sylvia Garcia, il deputato Christian Menefee e l’avvocata della contea di Harris Abbie Kamin hanno chiesto piena trasparenza.

La famiglia della vittima ha appreso la notizia della morte attraverso i social network. Il medico legale della contea di Harris ha classificato il decesso come omicidio. L’ispettorato generale del Dipartimento per la Sicurezza Interna indaga sulla sparatoria, mentre l’FBI sta indagando sulla presunta aggressione a un agente federale.

Una situazione paradossale: l’agenzia cui appartiene il poliziotto che ha sparato è chiamata a indagare su sé stessa.

Una macchina che continua a uccidere

Mercoledì sera centinaia di persone hanno marciato per le strade di Houston al grido di «ICE out of Houston», lasciando fiori e candele sul luogo dell’omicidio.

La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha annunciato iniziative legali contro gli Stati Uniti:

«Non possiamo restare in silenzio davanti alla morte di messicani il cui unico crimine è lavorare onestamente».

Lorenzo Salgado Araujo viveva negli Stati Uniti da oltre tre decenni. Aveva costruito una piccola impresa, mandato tre figli all’università e stava per completare il percorso di regolarizzazione.

«Non meritava di morire. Non meritava di essere ridotto a un titolo di giornale: “messicano ucciso dall’ICE”», ha detto suo figlio Ronaldo.

La sua è la quinta vittima mortale della campagna di raid e deportazioni di massa dell’amministrazione Trump.

Tre delle persone uccise erano cittadini statunitensi. In totale, gli agenti dell’ICE hanno già compiuto ventuno interventi armati. Tredici agenti sono stati indagati, sette sono stati prosciolti, due hanno patteggiato e quattro attendono ancora il processo.

Nel frattempo la macchina delle deportazioni continua a pieno regime. L’ICE effettua circa duemila arresti al giorno, contro i milleduecento del periodo più intenso del 2025. Le persone detenute nelle carceri speciali sono ormai 39 mila, rispetto alle 30 mila di febbraio.

E l’agenzia prepara nuovi raid sistematici nei luoghi di lavoro. Per l’amministrazione Trump l’immigrazione resta la priorità assoluta, la promessa fondativa da mantenere a qualsiasi costo. Anche a costo di nuove vite.


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