Maria Elena Delia portavoce della Sumud Flotta Italia: “Le minacce del governo israeliano non ci fermeranno, partiremo comunque. I nostri governi sanno che ciò che facciamo è legale e spero tutelino i propri cittadini”. I portuali di Genova: “Se perdiamo contatto con le navi, blocchiamo tutta Europa”
di Umberto De Giovannangeli e Antonio Lamorte da l’Unità
È la Flotta della solidarietà, della resilienza, dei tanti e tanti che intendono restare umani. È la Global Sumud Flotilla. Una flotta formata da tante piccole imbarcazioni da diporto, spesso a vela, coordinate da una rete globale di movimenti e associazioni. Queste imbarcazioni portano con sé tonnellate di aiuti umanitari, raccolti grazie a oltre 2 milioni di euro donati da circa 30mila persone. L’iniziativa mira a rompere il blocco navale e l’assedio su Gaza, ma anche a mandare a tutto il mondo un messaggio di dignità e resistenza nonviolenta. Si tratta, insomma, di portare un aiuto concreto e, allo stesso tempo, di fare un’azione politica: si veleggia verso Gaza per fare luce sul genocidio, per smuovere le coscienze, l’opinione pubblica, per fare pressione sui governi in attesa che, finalmente, si muovano in modo concreto. Il nome “Sumud”, in questo senso, dice tutto: è una parola che racchiude il concetto arabo di perseveranza, resilienza e determinazione. Maria Elena Delia è la portavoce della Sumud Flotta Italia.
Come vi state preparando a questa iniziativa senza precedenti come Flotta Italia di cui tu sei la responsabile?
Io ne sono la portavoce, e credo importante sottolineare che insieme a me ci sono centinaia di persone straordinarie che stanno contribuendo a questo progetto. Io mi limito a rappresentare tutte e tutti loro. Noi ci stiamo preparando ormai da tante settimane e adesso siamo arrivati alle fasi finali di questa preparazione.
In cosa consiste questa preparazione?
Consiste nel fatto che in questo momento in Sicilia sono ormeggiate una quindicina di barche alle quali si aggiungeranno le cinque barche partite domenica dalla Liguria, quattro da Genova e una da La Spezia. In Sicilia ci sono circa duecento persone, tra equipaggi e passeggeri, che stanno seguendo quello che per noi è un passaggio obbligatorio, cioè un training di comportamento non violento, a dimostrazione del fatto che chiunque salirà su quelle barche sarà totalmente pacifico, totalmente non violento, non devo neanche dire che siamo tutti civili disarmati, e portiamo cibo e farmaci ad una popolazione allo stremo. A raccontarlo sono i corpi scheletrici dei bambini gazawi, lasciati morire di fame. La preparazione in queste ore è nella fase di completamento nei vari luoghi della Sicilia, tra Catania e Siracusa. Il 4 settembre queste persone saranno distribuite su queste venti imbarcazioni e salperanno da questi due porti per unirsi alle barche che sempre il 4 settembre salperanno da Tunisi, dalla Grecia e a quelle barche che sono salpate domenica da Barcellona e che sono dovute rientrare in porto per problemi di maltempo, ma che ripartiranno il prima possibile.
Qual è il messaggio, anche politico, che questa straordinaria iniziativa intende lanciare?
Il messaggio politico, che si affianca a quello umanitario, è questo: il fatto che centinaia, saremo circa seicento-settecento persone, abbiano deciso da tutto il mondo di mettere i propri corpi su queste barche equivale a dichiarare che se i governi, se le istituzioni, se l’Unione europea, non hanno avuto in due anni il coraggio di prendere una posizione di fronte al genocidio in corso, le donne e gli uomini del pianeta e dei 45-50 Paesi che partecipano alla Global Sumud Flotilla, non intendono essere complici. Noi chiediamo con forza che vengano riaperti i corridoi umanitari istituzionali, quelli dell’Onu, quelli che potrebbero portare tonnellate e tonnellate di aiuti. Noi chiediamo che le istituzioni che hanno il potere e gli strumenti per farlo, prendano una posizione, interrompano immediatamente gli accordi militari ed economici con Israele, prendano le distanze dal governo israeliano il cui primo ministro è stato dichiarato dalla Corte internazionale di Giustizia un criminale di guerra, alla guida di un governo che si sta macchiando di crimini di guerra e contro l’umanità. Noi siamo persone comuni, io sono una insegnante. Noi ci siamo dovuti mettere in movimento per colmare un vuoto istituzionale. Questo vuoto deve essere colmato da chi ha gli strumenti per agire. Questo è ciò che stiamo chiedendo. E lo facciamo mettendoci i nostri corpi, rischiando di persona, lo facciamo non perché ci consideriamo degli eroi, ma per restare umani. Lo facciamo perché si sta scrivendo una delle peggiori pagine della storia dell’umanità. E questo sarà ricordato negli anni a venire. Il governo israeliano non vi attende di certo a braccia aperte. Il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha dichiarato, e dalla sua bocca è ben più di una minaccia, che Israele è pronto a far fronte alla “Flotta terrorista”. Abbiamo letto queste dichiarazioni del governo israeliano. Ne prendiamo atto, ma le minacce non ci fermeranno. Noi partiremo comunque. Lo sappiamo noi, lo sanno perfettamente i nostri governi, che quello che noi stiamo facendo è totalmente legale. Noi navigheremo disarmati, con aiuti umanitari, in acque internazionali. Se la marina militare israeliana ci fermerà, starà compiendo un atto di pirateria. Loro non hanno alcuna sovranità in acque internazionali. Noi ci mettiamo i nostri corpi, la nostra coscienza. Spero che i governi, le istituzioni ci mettano i loro strumenti, le loro risorse. Noi abbiamo la coscienza a posto per quello che stiamo facendo. Sappiamo che il diritto internazionale è dalla nostra parte. Speriamo che i governi tutelino, come è loro dovere fare, i propri cittadini.
Quando si usano parole importanti, come genocidio, per riferirsi alla mattanza di Gaza o si prendono iniziative come quella della Global Sumud Flotilla, c’è subito chi alza la voce per gridare “ecco gli amici di Hamas”, marchiandovi di antisemitismo.
Io mi sento sempre un po’ a disagio nel dover ancora oggi rispondere a questo tipo di accuse. Non vedo davvero come decidere di portare cibo e farmaci ad una popolazione che è sotto gli occhi del mondo intero, basta accendere un telefonino per vedere cosa succede a Gaza, sia tacciabile di antisemitismo. Portare aiuti alla popolazione gazawa non ha nulla a che vedere con il sostegno ad Hamas. Non ha nulla a che vedere con l’essere antisemiti. Mi sembra quasi ridondante, però proprio perché so che è necessario farlo, lo facciamo. Tra di noi, tra l’altro, ci sono persone di fede ebraica. In questi giorni abbiamo visto in Israele scendere in piazza tantissimi israeliani che stanno chiedendo di fermare questo scempio. Chi la vuole mettere sul piano religioso è in mala fede. Sa di esserlo e non tiene conto del fatto che ormai queste argomentazioni hanno perso qualunque tipo di forza, perché le persone hanno una testa, una intelligenza, per leggere gli eventi. E sanno benissimo che noi su quelle barche non abbiamo niente a che fare con il terrorismo. Siamo delle persone normali che hanno raccolto cibo e farmaci e li vogliamo portare alle persone che nella Striscia di Gaza stanno morendo di fame o sotto i bombardamenti. Credo che la consapevolezza sia molto cambiata rispetto ad anni fa. Questo tipo di accuse non hanno più ragion d’essere. Io stessa sono di una famiglia che è di lontane origini ebraiche. La religione non c’entra niente, c’entra l’umanità. Che sta morendo a Gaza.
I portuali di Genova contro Israele: “Se perdiamo contatto con le navi, blocchiamo tutta Europa”
Già lo scorso giugno il presidio organizzato dal Collettivo Autonomo dei Lavoratori del Porto (Calp) e dalla sezione sindacale Porti di Usb al varco del Genoa Port Terminal aveva confermato che a bordo di una nave della compagnia israeliana Zim non era stata imbarcata alcun tipo di armi. Il Manifesto aveva parlato di “embargo pacifista”, contro la strage in corso nella Striscia di Gaza che secondo le stime di Hamas ha superato le 62mila vittime che per la rivista medica The Lancet già lo scorso giugno erano state ampiamente sottostimate. I portuali genovesi hanno confermato ieri il loro sostegno alla causa dopo la partenza della Global Sumud Flotilla.
“Devono tornare indietro le nostre ragazze e i nostri ragazzi senza un graffio, e tutta la nostra merce, che è del popolo, fino all’ultimo cartone, deve arrivare dove deve arrivare. Da questa regione escono 13-14mila container all’anno per Israele. Non faremo uscire più nemmeno un chiodo. Lanceremo lo sciopero internazionale, bloccheremo le strade. Bloccheremo tutto”. Ieri sera si è tenuta una fiaccolata che ha accompagnato oltre 280 tonnellate di derrate alimentari raccolte da Music for Peace e dagli stessi stessi portuali del Calp, già da anni attivo contro il trasporto di armi.
“Se anche solo per 20 minuti perdiamo il contatto con le nostre barche, noi blocchiamo tutta l’Europa, dal Porto di Genova non uscirà più nulla”, le parole di un portavoce del Collettivo dei lavoratori portuali. “Dopo aver raccolto gli aiuti per Gaza, ora arriva la parte difficile, intorno a metà settembre queste barche arriveranno vicino alle coste di Gaza, nella zona critica. Se anche solo per 20 minuti perdiamo il contatto con le nostre barche, con le nostre compagne e i nostri compagni, noi blocchiamo tutta l’Europa. Insieme al nostro sindacato Usb, insieme a tutti i lavoratori portuali, insieme a tutta la città di Genova”.
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