Abusi su Chris Small, cofondatore del sindacato indipendente Amazon labor union perché «nero e filo Palestina»
di Enrica Muraglie da il manifesto

La conferma del trattenimento in custodia e della deportazione è arrivata lunedì sera. Nessuna sorpresa dal tribunale dell’immigrazione nella struttura carceraria di Givon, a Ramleh, dove rimangono ancora due dei 21 attivisti dell’equipaggio di Handala, la seconda nave della Freedom Flotilla Coalition (Ffc) che ha tentato di raggiungere Gaza.
«Al suo arrivo sotto la custodia israeliana, il difensore dei diritti umani statunitense Christian Smalls è stato aggredito fisicamente da sette individui in uniforme. Lo hanno strangolato e preso a calci alle gambe, lasciando segni visibili di violenza sul collo e sulla schiena», dichiara la Ffc in un post su Instagram. L’organizzazione sostiene che Christian Smalls «non è stato preso di mira in quanto attivista, ma come nero che sostiene la liberazione della Palestina. È quello che succede ogni giorno alle persone nere e indigene che osano ribellarsi, organizzarsi e resistere».
OLTRE A SMALLS, cofondatore del sindacato indipendente Amazon labor union, ieri mattina i legali dell’associazione Adalah si aspettavano di parlare con sette attivisti della nave Handala ancora trattenuti in Israele. Al loro ingresso nel carcere di Givon, i due avvocati vengono informati che cinque persone dell’equipaggio hanno cominciato le procedure di deportazione. Non è chiaro dove si trovassero e fino alla sera non c’è stata conferma dell’imbarco sui voli di rimpatrio, come si legge nel comunicato di Adalah.
Le condizioni di detenzione degli attivisti sono state difficili, continuano a esserlo per chi si trova ancora dietro le sbarre. Violente le perquisizioni delle celle, il personale penitenziario non collabora e si rifiuta di accendere l’aria condizionata o di concedere ai prigionieri l’ora d’aria prevista dai regolamenti. Negati i prodotti per l’igiene personale. Christian Smalls e Hatem Aouini (Tunisia) sono entrati ieri nel quarto giorno di sciopero della fame. «Il morale però è alto: continuano a ribadire che è l’unico modo per tenere alta l’attenzione sul genocidio, la carestia a Gaza e per rompere il blocco», ci racconta una delle avvocate dell’associazione arabo-palestinese che assiste gli attivisti.
UNA DETENZIONE «GROTTESCA» l’ha definita Tony La Piccirella al suo rientro in Italia, due giorni fa. L’attivista barese è stato detenuto in una cella senza rubinetto, e ogni volta che ha chiesto dell’acqua è stato raggiunto da un militare dell’Idf seguito da una telecamera. «In quale stato di diritto viene data dell’acqua come se fosse una concessione, e non il minimo dei diritti umani?», dice La Piccirella ai giornalisti che lo aspettano in aeroporto. Non è il trattamento che ci si aspetterebbe da un paese dal sistema carcerario conforme agli standard umanitari internazionali. Ma «non ci hanno trattato come trattano i palestinesi», continua La Piccirella.
Secondo il Servizio penitenziario israeliano, unica fonte di dati ufficiali sulle carceri dello stato ebraico, al 31 dicembre 2024 erano detenuti 9.619 palestinesi per «motivi di sicurezza». Di questi, 1.881 per violazione della legge sui «combattenti illegali», principalmente gazawi, e 3.327 in detenzione amministrativa, senza formulazione di accusa alcuna né processo equo. Solo in Cisgiordania, gli arresti da ottobre 2023 sono stati oltre 17mila, come riporta la Società dei prigionieri palestinesi (Pps). Nei 22 mesi di assedio nella Striscia, Israele ha aperto innumerevoli campi di prigionia e carceri sotterranee, dove abusi e torture sui palestinesi sono ampiamente documentati da organizzazioni internazionali e per i diritti umani.
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