Giulio Regeni è stato ucciso dal regime egiziano, non da un sindacalista cattivo

La nuova linea della stampa italiana – in prima fila La Repubblica, che si è fatta portavoce della campagna “Verità per Giulio” – oggi è quella di dare tutta la colpa al signor Mohamed Abdallah, capo del sindacato dei venditori ambulanti, che avrebbe tradito e venduto Giulio alla polizia egiziana. Si parla della disillusione e del disprezzo di Giulio nei confronti di Abdallah quando ha capito che era più interessato ai soldi che alla lotta politica. Dicono che ora i magistrati egiziani collaborano, che si avvicina il momento della verità.

Ma il ragionamento non torna. Manca un pezzo importante del quadro. Sembra che il signor Abdallah si sia presentato a gennaio dalla polizia a denunciare Giulio come spia perché il ricercatore italiano non voleva più attivarsi per un finanziamento al sindacato degli ambulanti. Ammesso che ciò sia vero (cosa del tutto possibile),  non era stato appurato da altre fonti che Giulio era sotto controllo dei servizi di sicurezza già almeno da dicembre, come riferiva, mesi fa la stessa Repubblica? E poi, basta davvero la denuncia di un semplice ambulante a mobilitare in pochi giorni i potenti apparati di sicurezza e attivare le procedure per un rapimento e detenzione? Davvero l’esercito e i servizi egiziani si sarebbero fatti convincere così facilmente che Giulio era una spia straniera? Non avevano i loro mezzi, molto più efficaci e potenti per verificarlo?

La tortura prolungata e l’omicidio violento di uno straniero occidentale, anche se sospettato di essere una spia, possono davvero passare inosservati ai più alti gradi dell’esercito e dei servizi segreti? Davvero possiamo credere che al governo e alla presidenza nessuno ne fosse al corrente? Eppure dal giorno dopo la sparizione di Giulio il 25 gennaio l’ambasciata aveva attivato i suoi contatti al ministero dell’Interno, che a sua volta si era mosso, o fingeva di muoversi, alla ricerca di Giulio. E sappiamo anche che al-Sisi in persona in quei giorni era stato allertato dalla Farnesina.

E invece no, non è lì che bisogna guardare. Da oggi, per Repubblica e per gli altri, è “l’infido” sindacalista l’obiettivo di tutta la rabbia e il disprezzo. E se lui è il colpevole, il traditore, allora possiamo finalmente perdonare al regime egiziano le violazioni sistematiche dei diritti umani, lo stato di emergenza permanente che tollera e incoraggia lo strapotere delle forze di sicurezza, che così hanno mano libera sulla vita e la morte degli uomini e donne egiziane. Finalmente, dice Repubblica “l’aria è cambiata”, i magistrati egiziani torneranno in Italia e stavolta si presenteranno “non solo con parole di circostanza”.

Improvvisamente i veri carnefici spariscono dalla scena. Spariscono gli insabbiamenti, le false piste, mesi e mesi di ostruzionismo. Spariscono i 60 000 prigionieri politici, i 1250 desaparecidos, le 13 nuove carceri costruite in soli tre anni dal regime di al-Sisi. Spariscono le centinaia di morti per torture, maltrattamenti, omicidi arbitrari in strada o nelle manifestazioni. Spariscono pure – o forse non sono mai comparsi – i cinque miliardi di euro all’anno di scambi commerciali tra l’Egitto e l’Italia, l’export di armi e software di sorveglianza (continuati anche dopo la morte di Giulio). Le centinaia di imprese italiane che investono in Egitto per sfruttare manodopera a basso costo. I cementifici, il tessile. Ma anche le banche. L’Eni e il suo giacimento di gas, il più grande del Mediterraneo, scoperto pochi mesi prima dell’assassinio di Giulio.

Siamo disposti ad accettare questo ora? Siamo disposti a chiudere di nuovo un occhio su tutti gli attivisti, giornalisti, studenti, ricercatori, gente comune in carcere, e ritenerci soddisfatti del contentino sul caso Regeni? O vogliamo una volta per tutte rompere il muro del silenzio e dell’ignoranza, aprire con un grimaldello la crepa che si è aperta e gettare ancora più luce sulla barbarie del “regime amico”?

Sappiamo già che non ci possiamo aspettare niente da chi è socio del potere. Non ce lo possiamo aspettare da Repubblica, che finge di difendere i diritti umani, ma poi non dice una parola sulla complicità del governo e delle imprese italiane con il regime di al-Sisi e con l’esercito e le cricche di potere economico egiziane. Non ce la possiamo aspettare dal governo italiano, che, vista anche la linea di Repubblica, sembra avere una smania incredibile di chiudere al più presto l’impasse diplomatica con l’Egitto, mandare il nuovo ambasciatore e riprendere i “normali” rapporti economici e politici con l’alleato strategico.

Tocca a noi allora tenere l’attenzione accesa sul caso Regeni. Moltiplicare le iniziative dal basso per non dimenticare Giulio e tutti gli altri. Tocca a noi che sappiamo bene chi è stato. A chi crede che non ci sarà verità e giustizia per Giulio se non sarà verità e giustizia per tutti gli altri, rivoluzionari e non, che muoiono ogni giorno per mano di polizia, che spariscono nelle carceri, a volte per sempre, che hanno le vite distrutte dai traumi psicologici e fisici della tortura. Verità e giustizia per il popolo egiziano che ha riconosciuto Giulio come figlio e fratello: “Giulio era uno di noi, ed è stato ammazzato come noi” è stato lo slogan dei tanti egiziano che hanno manifestato solidarietà e cordoglio davanti all’ambasciata italiana al Cairo. Giulio non è stato rapito torturato e ucciso da un piccolo infame sindacalista venduto. Giulio è stato ucciso da mani di stato, e da tutto il sistema di potere su cui si basa l’ingiustizia che lui combatteva.

Ignazio Errico