di Roberta Cospito
Un film perché non venga mai archiviata la tragedia di Giulio, per denunciare quanto abbiano pesato sull’atroce vicenda sia gli interessi economici del nostro Paese sia i benevoli rapporti tra l’Italia e un dittatore
È notizia di questi giorni che il docufilm Giulio Regeni – Tutto il male del mondo per la regia di Simone Manetti non è stato ritenuto di “interesse culturale nazionale” dal Ministero della Cultura e, per questo motivo, non ha ricevuto alcun finanziamento pubblico, mentre è stato sostenuto il progetto Tony Pappalardo Investigations di Pier Francesco Pingitore, storico autore del Bagaglino, figura vicina alla destra culturale.
Il disinteresse istituzionale verso questa pellicola viene, però, smentito dalla sala cinematografica; al termine della proiezione cui ho assistito di recente, nessun spettatore è riuscito a lasciare velocemente la poltrona e ritornare alla propria vita – come quasi sempre accade –, ma tutti sono rimasti al loro posto, a lungo, nel silenzio, quasi fosse un rifiuto collettivo all’”abbandonare” ancora una volta Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto nel 2016.
Che questa di Manetti non sia un’opera rassicurante, oltre per la terribile storia raccontata, lo si capisce dalle prime sequenze: le inquadrature, spesso recuperate da fonti amatoriali, sono storte, sgranate, sporche, frammentarie; sentiamo voci; intravediamo personaggi, strade buie, angoli di palazzi. Tutto molto cupo e di difficile lettura.
E così è stato il caso Giulio Regeni; una storia in cui la verità fatica a emergere nonostante i titanici sforzi della sua famiglia, i genitori Paola Deffendi e Claudio Regeni, e la tenace avvocata Alessandra Ballerini. È proprio quest’ultima che riporta un’interessante osservazione emersa dal confronto con alcuni legali egiziani secondo i quali è normale per noi italiani, che siamo “nativi democratici”, fare così tanta fatica a comprendere le dinamiche di un contesto autoritario ed è un accanimento inutile cercare di capire come sia stato possibile torturare e uccidere un ragazzo che stava raccogliendo materiale – per conto di università britanniche –, per una ricerca sui sindacati egiziani indipendenti, in particolare quelli degli ambulanti che anni prima erano stati tra i più attivi nel contrastare il regime di Mubarak.
Stiamo parlando di uno stato paranoico, di una dittatura in cui la vita vale poco o nulla e omertà e depistaggi sono all’ordine del giorno, e che decide “semplicemente” che quell’italiano che parla arabo, che fa domande sui sindacati, che partecipa alle riunioni, altro non è che un agente straniero che trama contro il regime. Quindi lo sorveglia, lo fotografa, gli perquisisce casa, fa videoregistrare il suo incontro con un sindacalista che cerca inutilmente di incastrarlo, infine lo fa sequestrare, torturare brutalmente e uccidere.
La visione del film è dolorosa, a tratti insostenibile, specie quando emerge un pensiero terribile: forse Giulio si poteva salvare. Se le persone con cui condivideva l’appartamento lo avessero avvisato che alcuni elementi della National Security egiziana erano entrati in casa e prelevato il suo documento di identità forse, una volta rientrato in Italia per le festività natalizie, non sarebbe più tornato in Egitto e si sarebbe salvato.
“Dove hai imparato a resistere alle torture?” è una delle frasi che viene riportata durante il processo da un testimone che ricorda ancora le grida di dolore che ha sentito provenire dalla stanza in cui Regeni era detenuto. Urla che, a un certo punto, si interrompono per lasciar spazio al silenzio; probabilmente, un silenzio simile a quello che avvolge lo spettatore in sala.
Il corpo del ricercatore sarà poi ritrovato denudato nella parte inferiore, nei pressi di un cavalcavia nell’equivoca periferia del Cairo, talmente martoriato che, mostrato alla madre in obitorio, le farà pensare che su quel giovane viso si fosse riversato tutto il male del mondo.
In effetti la testimonianza del medico legale italiano non risparmia la nostra immaginazione ed è uno dei momenti più duri per chi assiste alla proiezione: il cadavere è devastato da pugni, calci, trascinamenti, ferite da corpi contundenti, manette a mani e piedi, uso di pettine chiodato, molteplici fratture di ossa, bruciature, colpi sotto le piante dei piedi e, infine, il decesso per torsione del collo.
Nonostante tutto questo, le autorità egiziane in un primo momento hanno parlato di un incidente stradale, poi hanno inventato festini omosessuali finiti male, infine hanno sperato di liquidare l’intera faccenda crivellando di proiettili cinque criminali e facendo trovare a casa di uno di loro lo zainetto e i documenti di Giulio.
Nel film di Manetti non manca l’aperta denuncia della famiglia Regeni d’essere stata completamente abbandonata dallo Stato. Se è vero che qualche mese dopo il ritrovamento del corpo, a seguito delle insoddisfacenti risposte delle autorità egiziane e la scarsissima collaborazione sull’inchiesta, l’ambasciatore italiano viene fatto rientrare con un gesto politicamente forte, è anche vero che l’anno dopo, nell’agosto 2017, il governo italiano – all’epoca guidato da Paolo Gentiloni con Angelino Alfano – decide di inviare un nuovo ambasciatore al Cairo, rinunciando di fatto all’unico vero strumento di pressione, mossa definita “grave” addirittura da Amnesty International, a probabile dimostrazione di come gli interessi economici, Eni in testa, siano stati preponderanti e di quanto il Presidente Abdel Fattah al-Sisi e il suo governo siano politicamente ed economicamente importanti per essere coinvolti nella morte di un italiano innocente.
Il grande merito di questo film è quello di opporsi all’oblio, rifiutare che questa storia venga archiviata.
C’è da sperare che le sale cinematografiche continuino a dare spazio a quest’opera e, attraverso essa, solidarietà e sostegno alla famiglia di Giulio Regeni che giustamente persevera nel chiedere verità e giustizia.
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