Giorgio Rossetto rischia il carcere per aver concesso un’intervista a Radio Onda d’Urto

Perseguitare uno storico attivista No Tav per le sue parole: la Procura chiede il carcere a Giorgio Rossetto per un’intervista sullo sgombero di Askatasuna

C’è un confine che lo Stato ha deciso di oltrepassare senza più fingere imbarazzo: punire le opinioni. La richiesta della Procura generale di Torino di revocare i domiciliari e convertire la pena in detenzione carceraria per Giorgio Rossetto non è un eccesso, né una sbavatura. È l’ennesima prova di una strategia di compressione sistematica del dissenso, che trasforma la parola politica in indizio di pericolosità e l’impegno militante in marchio d’infamia.

La “colpa” contestata a Rossetto è disarmante nella sua nudità: un’intervista concessa a Radio Onda d’Urto, il 18 dicembre, nel giorno dello sgombero del centro sociale Askatasuna. Un commento politico, una lettura del conflitto, parole pronunciate prima delle mobilitazioni. Eppure, per la Procura, quelle parole sarebbero la “dimostrazione evidente e concreta” dell’inefficacia della misura alternativa al carcere nel perseguire la presunta “finalità rieducativa”. Traduzione: parli, quindi sei irrecuperabile; sei irrecuperabile, quindi vai in carcere.

Rossetto è ai domiciliari da due anni per la sua partecipazione alle mobilitazioni contro l’Alta Velocità in Val di Susa. Prima ancora, sorveglianza speciale a Bussoleno. Un curriculum repressivo che non si misura sui fatti, ma sull’identità. Le sue parole — “tenere il fiato sul collo”, “accettare il terreno del conflitto” — vengono rilette come un mandato occulto ai cortei, sulla base di annotazioni della Digos e dell’Antiterrorismo. Non importa che l’intervista preceda le mobilitazioni; non importa la premessa in cui Rossetto rivendica la distanza organizzativa da Askatasuna dal 2018. Conta chi parla.

Qui si consuma il salto di qualità. Non più diritto penale del fatto, ma diritto penale d’autore. Lo spiega con lucidità il giurista ed ex magistrato Livio Pepino: non è la gravità dell’azione a determinare la risposta punitiva, ma l’identità politica di chi la pronuncia. È una linea che attraversa e rafforza le novità securitarie dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni: non governare il conflitto, ma scoraggiarlo; non ascoltare, ma disciplinare.

Il giudice, per ora, ha respinto la revoca immediata e fissato un’udienza il 21 gennaio. Ma il clima è quello descritto dall’avvocato Roberto Lamacchia: si costruisce l’immagine di un “leader” che guiderebbe ogni azione, che ignorerebbe i provvedimenti, per rendere il carcere l’unica risposta possibile. È la logica dell’esemplarità punitiva: colpire uno per parlare a tutti.

Questo caso non è isolato. È coerente con perquisizioni nelle case degli attivisti, con indagini a distanza di mesi, con multe e divieti amministrativi che aggirano le garanzie penali. È coerente con l’idea che la sicurezza si produca riducendo il dissenso, e che la legalità diventi una clava. È coerente con una stagione in cui le parole pesano più dei fatti, e pesano solo se pronunciate da chi contesta l’ordine esistente.

Punire un’intervista significa dichiarare guerra alla libertà politica. Significa dire che il problema non è ciò che fai, ma ciò che rappresenti. Che la rieducazione non è un percorso, ma una pretesa di silenzio. Che l’obbedienza è l’unica forma accettabile di cittadinanza.

Se passa questa logica, nessuno spazio di conflitto è al sicuro. Perché quando la parola diventa prova, il carcere non è più l’eccezione: è lo strumento. E allora non siamo di fronte a singoli procedimenti, ma a un regime di intimidazione. Un regime che chiama “sicurezza” ciò che è repressione, e “legalità” ciò che è persecuzione politica.

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