Gino non deve essere estradato: l’antifascismo europeo ancora nel mirino


La Corte d’appello di Parigi apre alla consegna di Rexhino Abazaj alla Germania per i fatti di Budapest. Dopo aver negato l’estradizione in Ungheria per il rischio di trattamenti inumani e di un processo non equo, la Francia rischia ora di aggirare la sua stessa decisione. Il ricorso in Cassazione sospende la consegna: è il momento di moltiplicare la solidarietà.

Rexhino “Gino” Abazaj rischia nuovamente di essere consegnato nelle mani di una macchina giudiziaria europea che da oltre tre anni insegue militanti antifascisti attraverso frontiere, mandati d’arresto e procedure di estradizione. Questa volta a chiedere la sua consegna è la Germania e la Corte d’appello di Parigi ha deciso di dare il via libera. Gino dovrebbe essere trasferito alle autorità giudiziarie tedesche, anche se i suoi avvocati hanno annunciato ricorso in Cassazione, che ha effetto sospensivo.

È l’ennesimo capitolo del cosiddetto “caso Budapest”, nato dalle contestazioni antifasciste del febbraio 2023 contro il “Giorno dell’Onore”, il raduno internazionale che ogni anno richiama nella capitale ungherese neonazisti provenienti da diversi paesi europei. Gino è accusato, insieme ad altri militanti, di aver partecipato ad aggressioni contro esponenti dell’estrema destra. Sono gli stessi fatti attorno ai quali si è sviluppato il caso di Ilaria Salis e che hanno dato origine a una vasta offensiva giudiziaria transnazionale contro l’antifascismo europeo.

La vicenda di Gino è però particolarmente grave proprio per ciò che è già accaduto in Francia. Arrestato a Parigi nel novembre 2024 sulla base di un mandato d’arresto europeo ungherese, Abazaj ha trascorso quattro mesi nel carcere di Fresnes. Il 9 aprile 2025 la giustizia francese ha infine respinto la richiesta di estradizione avanzata da Budapest. Una decisione tutt’altro che formale: i giudici francesi avevano preso in considerazione il rischio di trattamenti inumani o degradanti, le condizioni della detenzione e le garanzie relative all’indipendenza e all’imparzialità della giustizia ungherese.

Sembrava la conclusione di un calvario. Non lo era.

Appena diciannove giorni dopo quella decisione, a Gino è stato notificato un nuovo mandato d’arresto europeo. Stessi fatti, stesso contesto politico, stessa persona. A cambiare era il paese richiedente: non più l’Ungheria di Viktor Orbán, ma la Germania.

Ed è proprio qui che la vicenda assume i contorni inquietanti di un accerchiamento giudiziario. Secondo quanto riferito dalla difesa, il mandato tedesco accusa Gino di aver fatto parte di una presunta «organizzazione criminale di estrema sinistra» finalizzata ad aggredire militanti dell’estrema destra in Germania e in altri paesi europei, con particolare riferimento proprio agli avvenimenti di Budapest.

La questione non è stabilire qui la responsabilità penale individuale per i fatti contestati: quella dovrebbe essere materia di un processo rispettoso delle garanzie fondamentali. Il problema è il dispositivo politico-giudiziario che si è costruito attorno al cosiddetto Budapest-Komplex. Mandati d’arresto europei, cooperazione tra polizie, procedimenti paralleli e richieste di consegna stanno trasformando un’inchiesta giudiziaria in una caccia transnazionale agli antifascisti.

La decisione francese appare ancora più grave perché rischia di svuotare di significato quella pronunciata nell’aprile 2025. Se la Francia aveva stabilito che Gino non poteva essere consegnato all’Ungheria per le insufficienti garanzie sui suoi diritti fondamentali, non può oggi semplicemente lavarsene le mani consegnandolo a un altro Stato senza ottenere garanzie vincolanti sul fatto che da lì non possa essere trasferito successivamente a Budapest.

È precisamente questo uno dei punti sollevati dalla difesa. Gli avvocati hanno chiesto garanzie alla Germania affinché Gino, una volta consegnato, non possa essere estradato in Ungheria. Secondo il suo legale Youri Krassoulia, la questione sarebbe stata sostanzialmente ignorata. Gino rischierebbe quindi di partire per la Germania senza che esista un controllo effettivo su ciò che potrebbe accadergli successivamente.

E non si tratta di un timore astratto. Il precedente di Maja T. pesa enormemente sull’intera vicenda. La consegna dell’attivista non binario dalla Germania all’Ungheria ha già mostrato quanto fragili possano diventare le garanzie dei diritti fondamentali quando entra in funzione il meccanismo repressivo costruito intorno al caso Budapest.

È dunque legittimo domandarsi che cosa rimanga della decisione francese del 2025. Se non si può estradare direttamente una persona verso uno Stato perché esiste il rischio concreto che vengano violati i suoi diritti fondamentali, non può diventare accettabile raggiungere indirettamente lo stesso risultato attraverso un altro paese europeo. Altrimenti le garanzie previste dal diritto europeo diventano una formalità aggirabile cambiando semplicemente l’intestazione di un mandato d’arresto.

La vicenda di Gino mostra inoltre una contraddizione politica ancora più profonda. L’Europa che proclama continuamente la propria fedeltà allo Stato di diritto tollera ogni febbraio, nel cuore di Budapest, una mobilitazione internazionale neonazista e contemporaneamente dispiega un’enorme cooperazione giudiziaria e di polizia per inseguire attraverso il continente chi a quel raduno si è opposto.

Thomas Portes, deputato de La France Insoumise presente alla Corte d’appello, ha denunciato proprio questo paradosso, contestando l’idea che la Francia possa collaborare a una caccia giudiziaria contro militanti antifascisti.

Gino, intanto, vive da più di tre anni dentro questo labirinto. Finlandia, Francia, Ungheria, Germania. Arresti, carcere, controlli giudiziari, mandati europei, udienze, richieste di estradizione. Una pena anticipata prima ancora che una responsabilità sia stata definitivamente accertata.

Il ricorso annunciato davanti alla Cassazione sospende per ora la consegna. Significa che esiste ancora uno spazio per impedirla. Ma il tempo è poco.

Occorre quindi tornare a mobilitarsi. Presidi davanti alle ambasciate e ai consolati, comunicati, striscioni, iniziative pubbliche, prese di posizione politiche, giuridiche e culturali. La solidarietà che ha accompagnato Gino durante la battaglia contro l’estradizione in Ungheria deve tornare a farsi sentire con ancora maggiore forza.

Non si tratta soltanto della sorte individuale di un compagno. Il caso Abazaj riguarda il precedente che si sta costruendo in Europa: l’utilizzo della cooperazione giudiziaria e di polizia per inseguire militanti politici oltre i confini nazionali, fino a rendere inefficace persino una precedente decisione giudiziaria fondata sulla tutela dei diritti fondamentali.

La Francia aveva già stabilito che consegnare Gino all’Ungheria sarebbe stato incompatibile con quelle garanzie. Non può permettere che ciò che era inaccettabile direttamente diventi possibile passando dalla Germania.

Gino non deve essere estradato. Né in Germania, né oggi né domani in Ungheria. La solidarietà antifascista non conosce confini.



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