Ginevra contro il G7: il vertice dei potenti e la piazza che non arretra

Dal 13 al 17 giugno la coalizione NoG7 chiama alla mobilitazione internazionale contro il summit di Évian. La Svizzera prepara controlli alle frontiere, esercito e dispositivi eccezionali: ma a Ginevra la manifestazione del 14 giugno è annunciata comunque, con o senza autorizzazione.

In Italia se ne parla pochissimo. E già questo silenzio dice molto. Dal 15 al 17 giugno 2026 il G7 tornerà a riunirsi a Évian-les-Bains, sulla sponda francese del Lemano, a pochi chilometri da Ginevra. Ufficialmente sarà il vertice dei “grandi” chiamati a discutere di squilibri economici globali, cooperazione multilaterale, sicurezza energetica, crisi geopolitiche e stabilità finanziaria. In realtà, come sempre, sarà il luogo in cui una minoranza di potenze economiche e militari pretenderà di parlare a nome del mondo intero, mentre fuori dai palazzi blindati cresce la rabbia di chi subisce guerre, impoverimento, devastazione climatica, colonialismo, razzismo istituzionale e politiche di morte alle frontiere. Il vertice, organizzato dalla Francia, è previsto dal 15 al 17 giugno e coinvolgerà i leader dei Paesi del G7, dell’Unione europea e altri capi di Stato e di governo invitati. Proprio per questo, a Ginevra, è stata lanciata una mobilitazione internazionale NoG7 dal 13 al 17 giugno, con una manifestazione centrale prevista per domenica 14 giugno. L’appello della coalizione NoG7 chiama movimenti, collettivi, organizzazioni sociali, sindacali, ecologiste, femministe, anticoloniali e antimilitariste a convergere nella città svizzera per contestare il vertice di Évian.

Non si tratta soltanto di una protesta simbolica contro un appuntamento diplomatico. Si tratta di rompere la normalità con cui i governi responsabili della guerra permanente, del riarmo, delle politiche migratorie assassine, del saccheggio ambientale e della subordinazione dell’economia ai profitti del capitale finanziario continuano a presentarsi come garanti dell’ordine mondiale. La coalizione ha annunciato tre giorni di iniziative e proteste e ha chiarito che la mobilitazione del 14 giugno si terrà comunque, anche in assenza di autorizzazione. La tensione, a Ginevra, è già altissima. Non c’è ancora un accordo definitivo sul percorso e sulle condizioni della manifestazione. Le autorità svizzere e cantonali stanno predisponendo un dispositivo di sicurezza eccezionale, giustificato con la vicinanza del vertice e con il carattere transfrontaliero dell’evento. La Confederazione ha deciso controlli temporanei alla frontiera interna con la Francia dal 10 al 19 giugno, su richiesta del Canton Ginevra, che coordina il dispositivo sul versante svizzero. È una misura che inciderà direttamente sulla mobilità, sui collegamenti e sulla possibilità stessa di raggiungere Ginevra nei giorni della protesta. Non solo. Il Consiglio federale svizzero ha approvato anche l’impiego dell’esercito in servizio d’appoggio alle autorità civili, con un dispositivo che può arrivare fino a 5.000 militari. Sono previste restrizioni dello spazio aereo, rafforzamento della sorveglianza e misure coordinate con le autorità francesi. La zona interessata riguarda Évian, Losanna e l’aeroporto internazionale di Ginevra. La stessa comunicazione ufficiale svizzera parla di “misure di sicurezza eccezionali” in un contesto di tensioni globali crescenti.

È qui che il vertice mostra la sua vera natura. Il G7 si presenta come spazio di dialogo tra democrazie liberali, ma per esistere deve sospendere pezzi di libertà, militarizzare territori, chiudere frontiere, limitare spostamenti, sorvegliare città, restringere lo spazio pubblico. Mentre i governi parlano di pace, preparano dispositivi di guerra interna. Mentre invocano la cooperazione internazionale, blindano i confini. Mentre celebrano la democrazia, trattano la protesta come un problema di ordine pubblico. Il G7 non è soltanto un summit. È una scena di potere. E attorno a quella scena viene costruita una zona di eccezione.

Il paradosso è evidente. A Évian si riuniranno governi che, negli ultimi anni, hanno alimentato l’escalation militare, sostenuto politiche di riarmo, difeso regimi alleati responsabili di crimini di guerra, imposto sanzioni selettive, protetto interessi energetici e finanziari, chiuso gli occhi davanti al genocidio a Gaza e continuato a trasformare le migrazioni in una questione di polizia. A Ginevra, invece, si proverà a dire che questo ordine mondiale non è inevitabile. Che non esiste nessuna “comunità internazionale” quando sette potenze pretendono di decidere per otto miliardi di persone. Che il mondo non può essere amministrato da chi produce crisi e poi si presenta come unico soggetto legittimato a governarle.

La mobilitazione NoG7 assume dunque un significato che va oltre il calendario del vertice. È una chiamata contro la guerra globale e contro l’economia politica che la sostiene. Contro il colonialismo che cambia linguaggio ma non funzione. Contro la devastazione climatica prodotta dagli stessi Paesi che poi si riuniscono per promettere transizioni compatibili con i profitti delle multinazionali. Contro l’Europa delle frontiere, dei respingimenti, dei centri di detenzione, degli accordi con regimi autoritari per esternalizzare la violenza. Contro il capitalismo delle emergenze, che trasforma ogni crisi in occasione di comando, disciplinamento e accumulazione.

Per questo la scelta di Ginevra non è casuale. Ginevra è città simbolo del diritto internazionale, delle organizzazioni umanitarie, della diplomazia multilaterale. Ma proprio per questo può diventare anche il luogo in cui denunciare l’ipocrisia di un ordine internazionale che usa il linguaggio dei diritti mentre tollera guerre, apartheid, genocidi, sfruttamento e distruzione ambientale. La distanza tra Évian e Ginevra è breve sul piano geografico, ma enorme sul piano politico: da una parte il vertice dei governi e dei poteri economici; dall’altra una piazza che prova a rimettere al centro i popoli, i corpi, le lotte, le comunità colpite dalle decisioni prese nei luoghi chiusi del potere.

La difficoltà di raggiungere Ginevra sarà reale. I controlli alle frontiere, le limitazioni alla mobilità, il rafforzamento degli apparati di sicurezza e l’incertezza sull’autorizzazione della manifestazione sono già parte del dispositivo politico. Non servono soltanto a “garantire la sicurezza” del summit. Servono a scoraggiare la partecipazione, a rendere più costosa e complicata la presenza, a isolare la protesta, a costruire preventivamente l’immagine di un evento pericoloso. È un copione conosciuto: prima si militarizza lo spazio pubblico, poi si presenta la tensione prodotta dalla militarizzazione come prova della necessità di ulteriori restrizioni.

Ma proprio per questo la mobilitazione del 14 giugno assume un valore decisivo. Andare a Ginevra, sostenere il NoG7, rompere il silenzio mediatico italiano significa rifiutare l’idea che le grandi scelte sulla guerra, sull’economia, sull’energia, sulle migrazioni e sulla crisi climatica possano essere lasciate nelle mani di governi che rispondono ai mercati, alle industrie belliche, alle compagnie fossili e agli interessi geopolitici delle potenze occidentali. Significa affermare che la democrazia non coincide con i vertici blindati, ma con la possibilità concreta dei popoli di contestare, interrompere, disobbedire, costruire alternative.

Il G7 di Évian arriverà in un momento in cui il mondo è attraversato da guerre, riarmo, crisi sociale, autoritarismo e devastazione ecologica. Non sarà un vertice neutro. Sarà un passaggio politico dentro una fase in cui le classi dirigenti occidentali cercano di governare la crisi restringendo gli spazi democratici e ampliando quelli militari, polizieschi e finanziari. La risposta non può essere il silenzio. Non può essere la delega. Non può essere l’attesa.

Dal 13 al 17 giugno Ginevra può diventare uno spazio di convergenza internazionale. Una piazza contro il G7, contro la guerra, contro il capitalismo fossile e finanziario, contro le frontiere assassine, contro l’ipocrisia dei governi che parlano di diritti mentre praticano dominio. La manifestazione del 14 giugno, autorizzata o meno, sarà il punto di condensazione di questa opposizione.

La blindatura di Évian e dell’area ginevrina non è un dettaglio organizzativo, ma una rappresentazione plastica del modo in cui oggi viene governata la crisi. I luoghi della decisione vengono sottratti allo spazio pubblico, protetti da eserciti, controlli di frontiera, restrizioni alla circolazione e dispositivi preventivi di ordine pubblico. Chi decide della guerra, dell’energia, delle migrazioni, della finanza e della crisi climatica si riunisce in spazi separati, mentre chi subisce gli effetti di quelle decisioni viene tenuto a distanza, filtrato, sorvegliato, scoraggiato. La mobilitazione di Ginevra rompe precisamente questa separazione. Non perché una manifestazione possa da sola fermare il G7, ma perché rende visibile l’esistenza di un’opposizione sociale e politica che rifiuta di lasciare il mondo nelle mani di chi lo sta portando verso guerra permanente, autoritarismo, devastazione ecologica e nuove gerarchie coloniali. È in questa capacità di attraversare gli ostacoli, di costruire presenza collettiva e di contendere lo spazio pubblico che il NoG7 trova la propria forza.

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