di Donatella Della Porta*
La Germania, la definizione Ihra e la costruzione istituzionale del silenzio su Gaza, come dispositivo repressivo contro solidarietà, migranti e libertà accademica. Il panico morale filoisraeliano e la svolta autoritaria dello Stato tedesco
In Germania, l’adozione di una definizione fuorviante e strumentale dell’antisemitismo che comprendente anche le critiche allo stato di Israele (la cosiddetta definizione dell’Ihra, International Holocaust Remembrance Alliance) è stata una delle principali tappe di una accelerata discesa autoritaria che comporta, accanto all’erosione dei diritti civili, una profonda crisi di rappresentanza e, quindi, di fiducia nelle istituzioni democratiche.
Per la seconda volta consecutiva, la Germania è stata declassata nel Civicus Monitor sui diritti civili, passando da «libero» a «limitato» e poi a «ostacolato». Notando che «il deterioramento dello spazio civico tedesco è avvenuto a un ritmo allarmante», il rapporto People Power Under Attack 2025 di Civicus per l’anno che sta per concludersi menziona come particolarmente preoccupanti le 9mila denunce promosse dalla polizia di Berlino contro i manifestanti solidali con la Palestina dal 7 ottobre 2023 e il taglio dei fondi, le intimidazioni e la sorveglianza delle organizzazioni della società civile che criticano Israele: «Questo forte calo riflette una repressione continua e onnicomprensiva della solidarietà con la Palestina, con i manifestanti che subiscono gravi violenze da parte della polizia e le organizzazioni della società civile soggette a raid e tagli ai finanziamenti».

IN PARTICOLARE, «le autorità tedesche hanno continuato a limitare severamente il diritto di protestare in solidarietà con il popolo palestinese. … I partecipanti, i giornalisti e gli osservatori parlamentari a tali proteste sono costantemente sottoposti a gravi violenze da parte della polizia, tra cui accerchiamenti, spray al peperoncino, pugni e strangolamenti. Qualsiasi violazione percepita delle restrizioni eccessivamente ampie alle proteste porta a un intervento forzato della polizia».
Una ricercatrice del Civicus Monitor ha denunciato che «in tutta Europa, i governi hanno cercato di mettere a tacere coloro che denunciano il genocidio invece di ascoltare le loro richieste di coscienza, con la Germania in prima linea nella repressione». Ciò accade in particolare perché «la Germania ha confuso le critiche anti-Israele con l’antisemitismo, raffreddando il dibattito a livello nazionale, incoraggiando la destra e mettendo a tacere le voci della società civile».
Un’organizzazione dal nome significativo, Archive of Silence (Archivio del silenzio). aveva identificato più di 200 casi di silenziamento della solidarietà filopalestinese solo tra ottobre 2023 e dicembre 2024. Nel suo database di 766 azioni contro la solidarietà con la Palestina in Germania dal 2019 al 2025, l’European Legal Support Center (Elsc) ha contato 175 casi di censura, 107 casi di diffamazione e 89 eventi cancellati.
Tutti questi casi di repressione sono legati a meccanismi di stigmatizzazione, che passano attraverso l’invenzione di nuovi termini o la risignificazione di quelli vecchi al fine di attribuire una connotazione negativa a interi gruppi considerati pericolosi per la società.
IN QUESTO PROCESSO, il panico morale opera attraverso una ridefinizione delle categorie esistenti che hanno lo scopo di sostenere la stigmatizzazione dei nemici del popolo. Nei casi appena citati, una delle principali accuse mosse contro gli attivisti progressisti oggetto di repressione è stata quella di «antisemitismo legato a Israele», attraverso l’adozione di una «definizione operativa» (definita come «senza valore legale», proposta nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra).
In particolare, discostandosi dalla definizione accademica e giuridica prevalente che definiva l’antisemitismo in relazione al popolo ebraico, la nuova definizione ha introdotto riferimenti a Israele come forme di antisemitismo, affermando che le manifestazioni di anti-semitismo potrebbero includere l’attacco allo Stato di Israele, concepito come una collettività ebraica, introducendo esempi come «Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è un’impresa razzista»; «Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista»; o «Ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele».
Fin dal momento della sua pubblicazione, la definizione dell’Ihra è stata molto contestata sia nella forma che nel contenuto. In particolare, gli esempi forniti sono stati criticati per la loro mancanza di chiarezza sulle condizioni in cui le critiche a Israele sono considerate antisemite o meno, estendendone arbitrariamente l’uso per limitare le critiche alle politiche israeliane. Non a caso, nel 2020, un gruppo di 220 esperti nello studio dell’Olocausto e dell’antisemitismo ha contestato la definizione dell’Ihra, firmando la Dichiarazione di Gerusalemme, che distinguendo l’antisemitismo dalla critica a Israele, definisce il primo come «discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)».
Sebbene la definizione dell’Ihra sia stata adottata da 25 Stati membri dell’Ue e dagli Stati uniti, è proprio in Germania che sono state investite risorse pubbliche nella creazione di una burocrazia dedicata alla implementazione di un ampio sistema di controllo che strumentalizza la lotta contro l’antisemitismo in modo tale da separarla dalla lotta più ampia contro il razzismo e la discriminazione.
Sotto la pressione dei commissari speciali per la protezione della vita ebraica e la lotta contro l’antisemitismo, attraverso panici morali promossi da gruppi filoisraeliani e dall’ambasciatore di Israele e rilanciati da una stampa ben poco plurale e da politici di tutti i partiti, la definizione di antisemitismo dell’Ihra è stata utilizzata per soffocare il dibattito e limitare i diritti civili e politici.
IN MOLTI DEI CASI sopra citati, la definizione dell’Ihra è stata presa come punto di riferimento per stigmatizzare e punire le critiche ai crimini contro l’umanità commessi da Israele. Adottando la definizione dell’Ihra nella raccolta di dati sull’antisemitismo, sia la polizia che organizzazioni di vario tipo hanno lanciato l’allarme rispetto ad un cosiddetto antisemitismo di sinistra e guidato dai migranti, contando nelle statistiche le dichiarazioni contro Israele espresse in manifesti o graffiti o anche sui social media.
Così, ad esempio, secondo le statistiche della polizia, i crimini antisemiti sono passati da 2.641 nel 2022 a 6.236 nel 2024, ma la crescita si riferisce soprattutto a espressioni verbali (1.367 casi di “propaganda”, 2.920 di istigazione all’odio razziale e 846 principalmente di graffiti) che fanno riferimento a critiche a Israele. Nelle spesso citate statistiche RIAS, l’aumento dei casi di antisemitismo da 2.616 nel 2022 a 8.627 nel 2024 dipende dall’aumento dei cosiddetti casi legati a Israele (che passano da 633 a 5.857).
La definizione dell’Ihra è anche sempre più utilizzata per privare dell’accesso alla cittadinanza e deportare i residenti con background migratorio con promesse incendiarie da parte del governo federale (Cdu/Csu e SpdD) di togliere persino la cittadinanza tedesca a coloro che, avendo una doppia cittadinanza, non obbediscono alla peculiare richiesta di riconoscere il diritto dello Stato di Israele ad esistere.
In questa evoluzione, particolarmente preoccupante è stata l’adozione della risoluzione parlamentare sull’antisemitismo e l’ostilità verso Israele nelle scuole e nelle università, proposta nel 2024 da Spd, Cdu/Csu, Bündnis 90/Die Grünen e Fdp e votata anche dall’estrema destra Alternative für Deutschland, che ha confuso la critica a Israele con l’antisemitismo.
In quel caso, persino la molto moderata Conferenza dei rettori aveva criticato la proposta di risoluzione parlamentare, sottolineando che essa «non è oggettivamente necessaria e non è utile nel contesto dell’autonomia universitaria e della libertà accademica. … La libertà accademica è alla base di tutte le azioni delle università. Le università si aspettano che i poteri esecutivo e legislativo considerino questa libertà accademica come un principio guida nella stesura delle risoluzioni sulle università. Nella situazione attuale, ciò significa: 1) La discussione sulla definizione di antisemitismo è oggetto e compito del dibattito accademico. Le decisioni politiche non possono e non devono compromettere o impedire questo discorso accademico. L’intervento dello Stato nel modo in cui questo discorso accademico viene condotto nelle università non è ammissibile; 2) Deve essere garantito che i finanziamenti statali per la ricerca e l’insegnamento siano distribuiti esclusivamente sulla base di principi e procedure scientifici».
SEBBENE LA SCELTA di una risoluzione parlamentare piuttosto che di una legge abbia permesso di evitare un controllo di costituzionalità, come hanno osservato alcuni giuristi critici, «la risoluzione rischia di vincolare l’accesso alle risorse statali per gli attori della società civile, delle arti e del mondo accademico a una risposta semplicistica a questa controversa questione. Sebbene la risoluzione non sia giuridicamente vincolante, essa può indirettamente e di fatto ledere i diritti fondamentali alla libertà di espressione, all’arte e alla scienza».
Il pesante uso strumentale della definizione dell’Ihra nella stigmatizzazione e nella repressione della sinistra e dei migranti ha prodotto non solo una grave rottura della fiducia nelle istituzioni accademiche, culturali e artistiche, ma anche una profonda crisi di rappresentanza, poiché la convergenza di tutti i partiti politici (con la recente parziale eccezione di Die Linke) nella difesa cieca di Israele non è sostenuta dall’opinione pubblica che, nella sua maggioranza, condanna il genocidio israeliano e la fornitura di armi tedesche da impiegare a Gaza.
Secondo il rapporto Gaza, Israele e la politica estera tedesca: uno sguardo sull’opinione pubblica (2025) pubblicato dal GIGA (una istituzione accademica tedesca) e basato su un sondaggio su mille intervistati nell’agosto 2025, solo il 10% è pienamente d’accordo con l’affermazione che «la sicurezza di Israele è la ragion di Stato della Germania», mentre più di due terzi (69%) affermano che la politica estera tedesca dovrebbe essere guidata non da un’alleanza incondizionata con Israele, ma piuttosto dal diritto internazionale e dai diritti umani universali.
Sulla stessa linea, il 59% degli intervistati considera l’offensiva militare di Israele a Gaza un genocidio (solo il 21% non è d’accordo); il 65% è convinto che l’esercito israeliano stia commettendo crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza (solo il 15% non è d’accordo); il 63% ritiene che il precedente governo tedesco avrebbe dovuto condannare esplicitamente i crimini di guerra israeliani sin dall’inizio dell’assalto a Gaza; il 66% è favorevole a un’immediata sospensione delle esportazioni di armi verso Israele e il 51% alla sospensione di ogni cooperazione militare e di polizia con Israele; il 68% chiede al governo di esercitare un e su Israele affinché ponga fine al blocco di Gaza e accetti un cessate il fuoco permanente. Infine, quasi due terzi (61%) ritengono che le critiche a Israele debbano essere separate dall’antisemitismo.
UN ALTRO SONDAGGIO rappresentativo condotto da YouGov ha mostrato che il 62% degli intervistati considera la campagna militare di Israele come un genocidio contro i palestinesi, con percentuali piuttosto simili tra gli elettori del partito conservatore Cdu/Csu (60%) e del Partito Socialdemocratico Spd (71%). Secondo tale sondaggio, ben due terzi (67%) dei tedeschi hanno un’opinione negativa o piuttosto negativa di Israele, contro un esiguo 19% che esprime un giudizio positivo o piuttosto positivo.
Se dunque l’adozione e applicazione della definizione Ihra non siano riuscite a tacitare la indignazione verso i continui crimini di guerra a Gaza e nei territori illegalmente occupati da Israele, gli effetti deleteri della strumentalizzazione dell’antisemitismo (del resto spesso denunciata da intellettuali ebrei) sui diritti civili e la democrazia in Germania sono ben visibili.
*da il manifesto
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