Germania, attivisti climatici trattati come mafiosi

Ultima Generazione alla sbarra: l’articolo 129 e il salto “sicuritario” della Repubblica federale

Trattati alla stregua delle cosche. Il salto di qualità nella repressione della protesta in Germania passa dal tribunale di Potsdam e arriva dritto sul tavolo del ministro dell’Interno: da un lato il “maxiprocesso” agli attivisti di Ultima Generazione, dall’altro il progetto – per ora ancora sulla carta – di trasformare l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (BfV) in un vero servizio di intelligence. Un doppio giro di vite che, pur rimanendo formalmente dentro la legalità, segna un arretramento evidente sul terreno dello stato di diritto e un’accelerazione nel paradigma sicuritario del governo guidato dal cancelliere Friedrich Merz.

Il punto di rottura, almeno simbolico, è arrivato con l’avvio del procedimento presso la Corte distrettuale di Potsdam. Per la prima volta un tribunale tedesco ha aperto formalmente un processo contro militanti di Letzte Generation-Deutschland utilizzando l’articolo 129 del codice penale: una norma pensata storicamente per colpire strutture criminali organizzate, in particolare associazioni mafiose e reti dedite a reati seriali. Ora la stessa disposizione viene impugnata contro un gruppo noto per azioni di disobbedienza civile non violenta: blocchi stradali, colla, vernice, campagne mediatiche.

Nel dettaglio, cinque membri dell’organizzazione dovranno rispondere entro la fine dell’anno dell’accusa di «appartenenza a un’organizzazione criminale». Il dato giuridico conta quanto quello politico: Potsdam crea un precedente che può valere su scala nazionale, aprendo la strada a una nuova stagione giudiziaria in cui la protesta climatica viene trattata come minaccia criminale strutturata. E infatti, in parallelo, si profilano altri fascicoli nei Land: anche le procure di Flensburg e Monaco hanno già avviato indagini basate sul medesimo articolo.

«Siamo di fronte a un momento spartiacque», ha sintetizzato alla Taz la portavoce del movimento, Carla Hinrichs, anche lei coinvolta in procedimenti per azioni condotte in Baviera. La formula non è retorica. Mai prima d’ora in Germania erano state contestate imputazioni così pesanti a una forma di protesta dichiaratamente non violenta. Il rischio, sostengono i critici, è un effetto deterrente che va ben oltre Ultima Generazione: se la soglia dell’“organizzazione criminale” si abbassa fino a includere chi organizza blocchi stradali, allora l’intero repertorio della disobbedienza civile entra in una zona grigia, dove la repressione non è più l’eccezione ma diventa metodo.

La stretta giudiziaria, però, non è un fatto isolato. È la punta dell’iceberg di una trasformazione più ampia. A rafforzare l’impressione di un nuovo corso è il progetto del ministro dell’Interno Alexander Dobrindt (Csu), intenzionato a riformare il BfV. L’obiettivo dichiarato è dotare l’ufficio non soltanto di strumenti di monitoraggio, ma di vere «capacità operative»: perché, nella narrazione governativa, «la semplice raccolta di informazioni non è più sufficiente per un servizio moderno con capacità di controspionaggio». Tradotto: meno osservazione, più intervento dietro le quinte.

Una riforma del genere avrebbe un peso enorme in un paese in cui l’intelligence interna è stata storicamente sottoposta a vincoli e cautele proprio per evitare derive. Se il BfV diventasse un’agenzia con facoltà operative comparabili a quelle degli 007, la linea tra tutela dell’ordine costituzionale e sorveglianza del dissenso rischierebbe di assottigliarsi ulteriormente. E il fatto che questo progetto emerga mentre i tribunali iniziano a usare strumenti tipici della lotta alla criminalità organizzata contro attivisti climatici non è un dettaglio: è una fotografia coerente di un cambiamento di clima politico.

Già a metà dicembre 2025, del resto, Merz aveva preannunciato al Bundestag l’intenzione di ampliare i poteri delle autorità di sicurezza, motivandola non solo con le minacce provenienti dalla Russia, ma con la necessità di un rafforzamento strutturale dell’apparato. Oggi quella promessa prende forma: nel linguaggio, nelle norme invocate, nella scelta di trasformare l’attivismo in un problema di sicurezza nazionale.

La Germania, che per anni ha rivendicato un equilibrio tra libertà di protesta e tutela dell’ordine pubblico, sembra così entrare in una fase diversa. Tutto rimane “nel solco legale”, ma il punto non è soltanto la legge: è l’uso politico che se ne fa. Se la colla degli attivisti finisce nello stesso capitolo penale delle cosche, la democrazia non viene abolita. Semplicemente cambia tono. E quel tono, oggi, è sempre più repressivo.

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