Alla Festa del Pane spazio ai Paracadutisti Colline Romane, già contestati dall’ANPI per simbologie e celebrazioni legate alla memoria militare fascista. Un contestatore è stato portato in commissariato e denunciato per “urla sediziose”. La domanda resta: chi disturba davvero una città nata dalla Resistenza?
A Genzano è andata in scena una rappresentazione che dice molto dell’Italia di oggi. Da una parte un’associazione di paracadutisti, accolta dentro una festa cittadina con il patrocinio dell’amministrazione comunale e incaricata di srotolare un enorme tricolore sulla facciata dell’ex Scuola Locatelli. Dall’altra chi quella presenza ha deciso di contestarla e, secondo la ricostruzione diffusa dall’Assemblea “Peace and Love” dei Castelli Romani, è finito in commissariato e denunciato anche per le cosiddette “urla sediziose”.
La vicenda non può essere ridotta alla solita contrapposizione tra nostalgici e antifascisti. E soprattutto non nasce da una contestazione improvvisata. Alla vigilia dell’evento le sezioni ANPI del quadrante dei Castelli Romani avevano chiesto pubblicamente conto all’amministrazione della presenza dell’Associazione sportiva sociale paracadutisti Italia – Paracadutisti Colline Romane nella Festa del Pane e del Santo patrono. Al centro delle critiche c’era proprio la cerimonia prevista domenica 20 settembre in piazza Tommaso Frasconi.
Il luogo rende la scelta ancora più significativa. La piazza porta il nome di Tommaso Frasconi, sindaco socialista di Genzano perseguitato dal fascismo e mandato al confino; il comunicato sottolinea proprio la contraddizione tra quella memoria e la manifestazione ospitata nello stesso spazio.
Ma soprattutto non stiamo parlando di un’associazione sulla quale le polemiche siano nate domenica scorsa.
Una storia che viene da lontano
Già nel 2020 l’ANPI provinciale di Roma e la sezione di Nemi avevano duramente contestato una stele realizzata dal Nucleo Paracadutisti Colline Romane all’ingresso del paese. Secondo l’ANPI, il logo utilizzato riprendeva un emblema presente sugli elmetti dell’esercito tedesco durante la Seconda guerra mondiale e l’intera cerimonia proponeva una rappresentazione di El Alamein incapace di fare i conti con il carattere aggressivo e coloniale della guerra condotta dall’Italia fascista accanto alla Germania nazista.
La polemica ebbe allora anche una risposta dell’amministrazione di Nemi, che respinse quelle accuse sostenendo che il simbolo si ispirasse alla XII Legione e difendendo l’opera. Ma Repubblica documentò anche la presenza, sulla pagina Facebook del gruppo, di immagini con il teschio e il pugnale tra i denti e del motto fascista “Me ne frego”. La stessa fonte ricordava inoltre che il Nucleo svolgeva attività e corsi nella palestra comunale.
Sono elementi che rendono difficile liquidare la contestazione di Genzano come semplice provocazione contro dei reduci.
Qui non è in discussione il diritto di singoli ex militari ad associarsi, ricordare i propri compagni o praticare attività sportive. La questione è un’altra: perché le istituzioni pubbliche continuano a offrire riconoscimento, spazi e palcoscenici a realtà sulle quali esistono da anni contestazioni pubbliche riguardanti simbologie, linguaggi e rappresentazioni della storia fascista?
E perché, quando qualcuno contesta quella presenza, è il contestatore a diventare immediatamente un problema di ordine pubblico?
La piazza concessa, il dissenso sorvegliato
Secondo il comunicato dell’Assemblea “Peace and Love”, un presidio di protesta era stato regolarmente preavvisato e si trovava nei giardini comunali, sotto il controllo delle forze dell’ordine. Una persona che, secondo gli estensori, non partecipava direttamente al presidio avrebbe raggiunto piazza Frasconi e contestato verbalmente i paracadutisti, richiamando anche le loro commemorazioni e gridando “Tornatevene a Pomezia”.
Sempre secondo il comunicato, la polizia sarebbe intervenuta anche dopo una richiesta del sindaco, conducendo l’uomo in commissariato. Dopo circa due ore sarebbe stato rilasciato con una denuncia relativa al mancato rispetto delle prescrizioni imposte alla manifestazione e con la contestazione di “urla sediziose”.
Se questa ricostruzione verrà confermata dagli atti, il punto politico sarà enorme. Perché avremmo una piazza pubblica nella quale una cerimonia contestata per il suo significato storico e politico può svolgersi sotto il patrocinio istituzionale, mentre chi esprime rumorosamente il proprio dissenso viene allontanato dalla polizia.
Non serve vietare formalmente l’antifascismo. Basta restringerne progressivamente lo spazio materiale.
È un meccanismo che conosciamo: l’ordine pubblico non interviene sul contenuto della manifestazione dominante, ma delimita il luogo nel quale il dissenso può essere espresso. Tu puoi protestare, purché abbastanza lontano; puoi dissentire, purché non disturbi; puoi essere antifascista, purché il tuo antifascismo rimanga innocuo.
Quando invece il dissenso rompe la scenografia istituzionale, diventa immediatamente questione di polizia.
La militarizzazione della memoria
La vicenda di Genzano assume poi un significato ancora maggiore se inserita nel clima politico contemporaneo. La presenza militare ed ex militare negli spazi civili è diventata sempre più ordinaria: scuole, università, manifestazioni sportive, fiere, festival, celebrazioni cittadine. L’apparato militare non viene più rappresentato soltanto come strumento dello Stato, ma come produttore di valori, modelli educativi e identità collettive.
È precisamente qui che militarismo e revisionismo possono incontrarsi.
La storia viene depoliticizzata. El Alamein diventa esclusivamente eroismo dei soldati italiani, separato dalla guerra coloniale combattuta dal fascismo. La Folgore diventa sacrificio, disciplina, coraggio, mentre scompare il progetto politico dentro il quale quei soldati furono mandati a combattere. Il tricolore finisce per coprire tutto: fascismo e antifascismo, aggressori e resistenti, Repubblica sociale e Resistenza trasformati in memorie equivalenti dentro una generica riconciliazione nazionale.
Ma la storia non è un album nel quale tutte le fotografie hanno lo stesso significato.
L’Italia fascista combatté una guerra di aggressione accanto alla Germania hitleriana. Occupò territori, partecipò a guerre coloniali e razziali, perseguitò oppositori, promulgò le leggi razziali e collaborò, durante la Repubblica sociale, con l’occupazione nazista. La Repubblica italiana nasce dalla sconfitta di quel progetto e dalla Resistenza.
Ricordarlo non significa cancellare i morti italiani. Significa restituire alla loro morte il contesto storico che il militarismo cerca continuamente di rimuovere.
Il problema non è chi ha gridato
Ed eccoci allora alla domanda fondamentale. Il problema di Genzano è davvero una persona che ha gridato contro i paracadutisti?
Oppure è un sistema istituzionale che considera normale offrire palcoscenici pubblici a una cultura militare sulla quale gravano da anni contestazioni antifasciste, mentre circonda di polizia chi la contesta?
Il comunicato dell’Assemblea “Peace and Love” pone esplicitamente questo problema denunciando la concessione di spazi pubblici, palestre scolastiche e occasioni istituzionali a queste associazioni.
È una domanda che riguarda molto più di Genzano.
Perché mentre si parla di riarmo, aumento degli organici militari, riserve, reclutamento dei giovani e “cultura della Difesa”, parallelamente cresce una pedagogia pubblica fondata sulla divisa, sulla disciplina, sull’obbedienza e sulla riabilitazione simbolica dell’immaginario guerriero.
Ed è proprio per questo che la memoria antifascista diventa nuovamente terreno di conflitto.
L’antifascismo istituzionale, quello delle corone una volta l’anno, è perfettamente compatibile con questa trasformazione. L’antifascismo che invece riconosce le continuità, contesta il revisionismo, mette in discussione il militarismo e pretende di intervenire nello spazio pubblico torna a essere scomodo.
A Genzano, domenica, qualcuno ha rotto per pochi minuti la scenografia.
Non sappiamo ancora quale sarà l’esito giudiziario della vicenda né disponiamo degli atti relativi alla denuncia. Ma una cosa è già evidente: il problema politico non può essere ridotto al volume della voce di un contestatore.
Il problema è quale memoria le istituzioni decidono di portare nelle piazze e quale dissenso decidono invece di tenere ai margini.
Genzano ha una storia antifascista che non può essere ridotta a decorazione cerimoniale. La memoria della Resistenza acquista senso soltanto quando diventa capacità di riconoscere nel presente nazionalismo, razzismo, militarismo e autoritarismo.
Altrimenti rimangono soltanto le corone del 25 aprile.
E il giorno dopo, nella stessa piazza, può tornare tutto ciò contro cui quelle corone dovrebbero ricordarci che si è combattuto.
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