Genova: lacrimogeni sugli operai ex-Ilva

La polizia spara lacrimogeni sugli operai. Un lavoratore ferito al volto. Occupata la stazione di Brignole

Cinquemila operai in marcia per difendere il lavoro. Una Prefettura blindata come una fortezza. Un clima di esasperazione che, dopo giorni di sciopero e proteste, è esploso ieri nel cuore di Genova. La vertenza Ilva continua a paralizzare la città, mentre lo stallo del governo sul futuro dell’acciaio italiano alimenta tensioni sempre più difficili da contenere.

La marcia da Cornigliano e la Prefettura sbarrata

I 5.000 lavoratori di Fiom, Fim e Usb — con la sola Uilm assente — sono partiti in corteo da Cornigliano. In testa il segretario generale della Fiom, Michele De Palma, e la sindaca Silvia Salis. La destinazione era la Prefettura: simbolo dello Stato, ma ieri trasformata in una cittadella inaccessibile.
Venti blindati, barriere di metallo, grate e reparti mobili hanno formato uno sbarramento imponente per impedire ai lavoratori di avvicinarsi al Palazzo del Governo.

Quando il corteo è giunto in centro, sono partiti i primi gesti di protesta: un lancio di uova e qualche fumogeno. La risposta della polizia è stata immediata e dura, con lacrimogeni sparati verso i manifestanti, alcuni — denunciano i sindacati — anche ad altezza d’uomo. Un operaio è rimasto ferito.

I mezzi da lavoro avanzano: sradicata una barriera

Dopo la prima ondata di lacrimogeni, gli operai hanno avanzato con i mezzi da lavoro, portati appositamente in corteo come simbolo della loro protesta. Uno di questi è stato agganciato a una delle barriere metalliche, che è stata divelta.
Nonostante il varco aperto, i manifestanti non hanno tentato di superare lo sbarramento né di entrare in Prefettura. “Non siamo qui per lo scontro, ma per farci ascoltare”, hanno ribadito i sindacati.

La protesta si sposta in stazione: occupati i binari di Brignole

Il corteo ha quindi puntato verso la stazione di Genova Brignole, dove centinaia di lavoratori sono scesi sulle banchine e hanno occupato i binari. Prima dell’occupazione, la sindaca Salis ha annunciato che venerdì incontrerà il ministro Urso e ha sospeso il Consiglio comunale finché da Roma non arriveranno risposte.

La rabbia degli operai: “Il governo non ha un piano”

La mobilitazione ligure arriva mentre a Taranto gli operai dell’acciaieria hanno appena concluso uno sciopero ad oltranza durato 48 ore. Ma se in Puglia la protesta si è momentaneamente fermata, Genova non sembra intenzionata a cedere.
La rabbia operaia continua a crescere contro quello che i sindacati definiscono “il non-piano del governo Meloni” sul futuro degli stabilimenti ex Ilva e dell’intero comparto siderurgico nazionale.

Dopo i blocchi stradali e l’occupazione dell’aeroporto, lo sciopero generale territoriale di giovedì 4 dicembre ha visto un’adesione compatta da parte dei metalmeccanici della zona, uniti in solidarietà ai colleghi dell’acciaieria.
Il corteo diretto in Prefettura ha trovato davanti a sé solo barricate e blindati. Lo sradicamento delle protezioni operato dai lavoratori con i mezzi da lavoro è stato seguito da un fitto lancio di lacrimogeni da parte della polizia, riportando la tensione a livelli altissimi.

Una vertenza che resta aperta

La giornata si chiude con una città ferita e un conflitto sociale lontano da una soluzione. L’incontro di venerdì a Roma potrebbe essere decisivo, ma cresce la sfiducia: senza garanzie reali su produzione, tutela occupazionale e investimenti, la mobilitazione continuerà.
E Genova è pronta a farsi sentire ancora.


“Non c’è vera democrazia se i lavoratori non contano”

In queste ore sta già prendendo forma una narrazione che tende a criminalizzare i lavoratori ex Ilva di Genova, accusandoli di aver ecceduto nella protesta. Giornalisti, politici e cittadini “benpensanti” insistono nel sostenere che “va bene protestare”, purché senza bloccare strade o stazioni, senza tensioni, senza “andare oltre”.

Ma questa lettura rovescia la realtà.
I lavoratori non stanno difendendo un privilegio: stanno difendendo la propria vita. Sono persone che rischiano di essere licenziate, abbandonate dallo Stato, private della possibilità di garantire un futuro ai figli — talvolta persino di arrivare a fine mese. E davanti a tutto questo, il problema diventano loro, se non accettano in silenzio quest’esclusione; se osano alzare la testa; se rifiutano l’idea di essere fermati da barriere che impediscono perfino di accedere a una Prefettura che dovrebbe rappresentarli.

Chi era in piazza non chiedeva l’elemosina: chiedeva riconoscimento, dignità, ascolto.
Gli operai di Genova, come quelli di Taranto e di ogni altro stabilimento in lotta, non difendono solo il proprio posto di lavoro, ma un principio più ampio: che nessuna persona possa essere trattata come un ingranaggio sacrificabile in nome del profitto.

La loro battaglia parla di tutti noi.
Perché non c’è vera democrazia se la vita delle persone vale meno degli interessi economici di pochi.
E non c’è vera democrazia se nei luoghi di lavoro non esiste partecipazione, tutela, rispetto.

Oggi, Genova non ha soltanto manifestato: ha ricordato al Paese che la dignità non è negoziabile.

Le corrispondenze di Radio Onda d’Urto:

con Roberto, di Genova City Strike. Ascolta o scarica

con Bruno Manganaro, oggi segretario del Sunia Genova, per anni segretario generale della Fiom del capoluogo ligure. Ascolta o scarica.

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