Gaza: uccisi sei giornalisti

Invasione vicina, bomba sulla stampa di Gaza: uccisi sei giornalisti, tra loro il volto più noto di Al-Jazeera, Anas al-Sharif, da tempo nel mirino. Israele prova a liberarsi di occhi e orecchie in vista della conquista di Gaza City. Ieri altri massacri

di Chiara Cruciati da il manifesto

Gaza è quel luogo del mondo dove i giornalisti fanno testamento. Un ultimo messaggio, professionale e umano, perché da lasciare ai propri figli non hanno più niente. Lo fanno perché sono obiettivi dichiarati della macchina da guerra israeliana. Anas al-Sharif era da tempo nelle liste dei most wanted del governo israeliano.

Aveva un mirino puntato addosso, il grilletto è stato premuto domenica sera: una bomba ha centrato la tenda della stampa fuori dall’ospedale al-Shifa di Gaza City. Ha preso fuoco. I soccorritori, gente disperata che correva gridando i loro nomi, ha trovato i corpi semi-carbonizzati, sfigurati.

Anas Al-Shari e Mohammed Qreiqeh, corrispondenti di al-Jazeera, Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal, Mosaab Al Sharif e Mohammed al-Khalidi, cameraman e fotografi: le ultime sei vittime del giornalisticidio in corso a Gaza. Sono almeno 238 i lavoratori dell’informazione ammazzati dall’esercito israeliano. Ieri una folla enorme li ha sepolti avvolti nei lenzuoli bianchi. Sopra, hanno poggiato una bandiera della Palestina e i giubbotti con su scritto «Press». Dovrebbero fare da scudo e invece sono una calamita di morte.

Sui social e in tv i colleghi hanno riversato un dolore difficile da spiegare a parole. L’anchorman di al-Jazeera chiamato a dare la notizia singhiozzava. Mahmoud Abu Salam è scoppiato in lacrime mentre raccontava dei «compagni di guerra e genocidio», di Anas «una colonna, una montagna, del campo profughi di Jabaliya» e del «mondo che sta a guardare quello che ci stanno facendo». «Noi che non siamo ancora stati seppelliti, continueremo a fare informazione», ha detto a descrivere un destino che immagina già segnato.

Hani Mahmoud, collega di al-Jazeera, era a poca distanza, ha sentito l’esplosione: «È la cosa più difficile per me da raccontare in 22 mesi». C’è chi ha condiviso il loro lavoro, tra la gente di Gaza, a due passi dalle esplosioni, dentro le corsie degli ospedali e in quei campi di massacri di massa che sono i centri di distribuzione degli aiuti alimentari della Ghf. Tutti loro hanno perso peso, sonno, tempo per i figli, pezzi interi di famiglie: in un video si vede al-Sharif abbracciare il collega Noufal in ginocchio, in lacrime, accanto al corpo della madre, uccisa qualche mese fa.

Il massacro di domenica ha fatto saltare un tappo. La scomparsa di Sharif, in particolare, il volto più noto del giornalismo palestinese di Gaza, successore morale di Wael Dadouh, ha straziato una comunità intera. Come fosse un sintomo, un’avvisaglia: siamo al punto di non ritorno, il massacro sarà totale, e invisibile.

Anas aveva 28 anni e due figli piccoli. Non li vedeva quasi mai. Nel suo testamento si è rivolto a chi quelle righe le avrebbe lette dopo la sua morte: gli ha affidato la Palestina «cuore pulsante di ogni persona libera nel mondo» e ha affidato la figlia Sham, il figlio Salah e «la mia compagna di vita, mia moglie Bayan, rimasta salda come il tronco di un ulivo che non si piega…Vi esorto a non lasciarvi mettere a tacere dalle catene o confinare dalle frontiere. Siate ponti verso la liberazione della terra e del suo popolo».

Sui social è apparso anche altro, le accuse di Israele ad al-Sharif. Riceveva a cadenza regolare minacce dirette, l’ultima a luglio sulla pagina X del portavoce in lingua araba dell’esercito, Avichai Adraee. «Ha servito come capo di una cellula terroristica di Hamas», scrive l’esercito allegando una sorta di tabella Excel che non è chiaro da dove provenga (accanto c’è la foto di un combattente di Hamas al telefono) in cui lo si definisce un membro delle forze di élite Nukhba, battaglione di Jabaliya.

Secondo Tel Aviv, al-Sharif sarebbe entrato nel movimento islamico nel 2013, a 15 anni, per diventare comandante a 21. Prima del 7 ottobre sarebbe stato ferito in modo così grave da intaccargli vista e udito. Di fatto incapace alla vita militare ma ciò non gli avrebbero impedito di partecipare all’attacco del 7 ottobre (sic).

Su altri canali sono stati pubblicati screenshot di un post su Telegram in cui, in inglese e con tanto di cuori verdi, avrebbe celebrato rapimenti e uccisioni. Tutto falso, a partire dalla data del post, 7 ottobre 2023: su Telegram le date non appaiono mai. Sono comparsi selfie con Yahya Sinwar e foto di lui seduto su una poltrona, accostandolo a una foto simile dell’ex leader di Hamas.

Il tentativo malriuscito e indegno di accusare al-Sharif: si camuffa da reporter, come se questo giustificasse il massacro mirato di sei persone. «Accuse che non hanno alcun senso, se fosse vero lo avrebbero ucciso o arrestato molto tempo fa», il commento secco del giornalista israeliano Meron Rapoport: lo hanno ucciso ora, ha aggiunto, per il suo ruolo «nel raccontare che a Gaza c’è la fame» e in vista dell’invasione di Gaza City per la quale Israele vuole minimizzare i testimoni.

Di fake news parlano anche lo scrittore Akiva Edar e Human Rights Watch («accuse senza fondamento né valore»). «Israele ha accusato al-Sharif e altri prima di lui – commenta Frank Smyth, fondatore del Global Journalist Security – e non ha mai mostrato alcuna prova. È una campagna per eliminare la stampa».

La macchina del fango israeliana, costruita male vista l’assenza di prove e le narrazioni in contraddizione tra loro (comandante militare, incapace alla leva, presente il 7 ottobre, anzi no), è stata oggetto di discussione ieri anche alla luce dello show di domenica a cura del primo ministro Benjamin Netanyahu che ha mostrato foto di bambini palestinesi pelle e ossa pubblicate sui media internazionali per tacciarle di fake news, mentre impedisce alla stampa l’ingresso a Gaza.

È così che i palestinesi e alcuni colleghi israeliani leggono l’ultima carneficina: Israele vuole chiudere gli occhi del mondo su Gaza e quegli occhi sono quelli dei giornalisti palestinesi, che stanno insegnando cosa significa fare giornalismo ai colleghi di ogni angolo di pianeta.

«Non si tratta solo di Anas al-Shari – ha commentato Jodie Ginsberg, direttrice del Committee to Protect Journalists, a cui il reporter si era rivolto per chiedere aiuto – È parte di una pratica lunga decenni di Israele: uccidere giornalisti».

Condanne anche dai governi, Qatar, Germania, Regno unito. Per la Ue è intervenuta Hadja Lahbib, commissaria europea per la parità: «Un attacco diretto alla libertà di stampa». L’Onu parla di uccisione «annunciata ma senza alcuna prova che non fosse altro che un giornalista» e Reporter Senza Frontiere di «tattica ripetuta che inizia con una campagna diffamatoria per giustificare gli omicidi (di giornalisti)».

Netanyahu non vuole che si racconti Gaza, le carneficine, la fame. Ieri altri cinque palestinesi sono morti di stenti, il bilancio supera ormai le 220 vittime per denutrizione, di cui almeno 101 bambini. E sempre ieri un’altra intera famiglia è stata sterminata da un raid sul quartiere di Zeitoun, a Gaza City, sei bambini e i loro genitori. Non si deve sapere.

Su quest’ennesima strage voluta di reporter, Riccardo Noury – portavoce di Amnesty International Italia – ha affidato al sito internet di Articolo 21 alcune riflessioni, che riguardano da vicino i media mainstream italiani: “Queste sei persone erano tra le voci ormai quasi afone e gli occhi stanchi della Striscia di Gaza. Affamate e stremate, hanno continuato a raccontare con coraggio il genocidio israeliano, nonostante l’enorme sofferenza personale e collettiva e le minacce di morte. I loro omicidi intenzionali costituiscono secondo Amnesty International un crimine di guerra. La definizione di giornalista-terrorista che ha campeggiato come una sentenza (emessa da chi?) per alcune ore sulla diretta del portale di Repubblica, non virgolettata e non attribuita ad alcuna fonte se non evidentemente a chi l’aveva scritta, ha spalancato le porte a una malevola conclusione: che le sei persone uccise fossero un bersaglio legittimo”.

Radio Onda d’Urto ha intervistato Riccardo Noury.Ascolta o scarica

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