Mentre la Striscia continua a contare morti e feriti, la società civile rilancia una flottiglia internazionale per rompere l’assedio
Nella Striscia di Gaza si continua a morire anche mentre, sulla carta, dovrebbe essere in vigore un cessate il fuoco. Tel Aviv lo ha sottoscritto lo scorso ottobre, ma secondo le testimonianze e i dati riportati, non lo avrebbe mai rispettato. Nelle ultime 24 ore sarebbero state almeno 24 le vittime palestinesi dei raid. Le notizie più recenti, nella mattina del 5 febbraio 2026, parlano di un uomo ucciso poche ore fa nella città di Bani Suheila, a est di Khan Younis, e di un giovane morto per le ferite riportate diversi mesi fa durante un bombardamento israeliano nella stessa zona. La violenza, dunque, non si interrompe, e il bilancio continua a crescere giorno dopo giorno.
A Gaza, infatti, anche nelle ultime 24 ore si registrano nuovi morti. Tre persone sarebbero state uccise, in un contesto che rende la parola “tregua” sempre più un artificio diplomatico, utile alle dichiarazioni ma incapace di cambiare la realtà sul terreno. Secondo i numeri riportati, da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore le persone uccise sono salite a 529, mentre i feriti sarebbero 1.462. Un conteggio che racconta una continuità della guerra, più che una sua sospensione.
Parallelamente, anche la Cisgiordania vive una quotidianità di violenze e soprusi. Nelle ultime ore coloni israeliani hanno assaltato le case dei palestinesi in alcuni villaggi a nord della Valle del Giordano, mentre nell’area di Hebron bulldozer scortati dai militari hanno portato avanti nuove demolizioni. Scene che si ripetono con regolarità e che, secondo molte organizzazioni e osservatori internazionali, contribuiscono a un progressivo strangolamento delle comunità palestinesi, colpite sia sul piano umano sia su quello materiale.
Dentro questo quadro, l’emergenza sanitaria assume contorni ancora più drammatici. Il valico di Rafah, riaperto ieri dopo due anni di chiusura, ha permesso a soli cinque pazienti palestinesi in condizioni critiche di lasciare Gaza. Un dato minuscolo, soprattutto se messo a confronto con le oltre 22mila persone che necessitano cure mediche immediate, tra cui migliaia di minori. La possibilità di uscire per ricevere trattamenti salvavita resta dunque un privilegio per pochissimi, mentre la grande maggioranza continua a rimanere intrappolata in un sistema sanitario devastato e privo di risorse.
A definire questa situazione una catastrofe umanitaria è anche il nuovo rapporto della relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, intitolato “Genocidio di Gaza: un crimine collettivo”. L’indagine è stata presentata martedì 3 febbraio in conferenza stampa alla Camera dei deputati e punta il dito contro un elemento spesso rimosso dal dibattito pubblico: il ruolo dei partner occidentali nel sostenere, direttamente o indirettamente, la macchina bellica israeliana. Albanese sostiene che armi, intelligence e addestramento congiunto abbiano contribuito ad alimentare ciò che definisce un processo genocidario. Nel suo intervento ha citato esplicitamente l’Italia, ricordando che il Paese è partner del programma F-35, considerato centrale nei bombardamenti su Gaza, con Leonardo indicata come snodo importante di questa filiera. Ha inoltre sottolineato come l’export israeliano sia cresciuto e come l’Unione Europea rappresenti il primo partner commerciale di Israele.
Le parole della relatrice speciale non si sono fermate alla denuncia. Albanese ha affermato che gli Stati dovrebbero garantire il ritiro incondizionato dai territori palestinesi, sospendere i legami commerciali con Israele e perseguire le responsabilità individuali legate all’occupazione. Non farlo, ha concluso, significa essere complici. In un passaggio che unisce analisi politica e appello morale, ha dichiarato di augurarsi che dalle rovine di Gaza possa nascere un nuovo multilateralismo e che l’Italia scelga chiaramente da che parte stare.
Nel suo intervento, Albanese ha anche richiamato l’attenzione sulla repressione che colpisce i movimenti solidali con il popolo palestinese, parlando di una “repressione continua” e denunciando leggi che, a suo avviso, strumentalizzano la lotta necessaria contro l’antisemitismo per proteggere dall’esercizio della giustizia uno Stato accusato di crimini gravissimi contro l’umanità. Secondo la relatrice, questo tipo di meccanismi rischia di minare le fondamenta dell’ordine democratico e della libertà di espressione. Ha inoltre collocato quanto accade in Palestina dentro una cornice più ampia, sostenendo che sia l’esito di un ordine mondiale coloniale che continua a consentire la violazione del diritto all’autodeterminazione dei popoli.
Le parole di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, durante la conferenza stampa di presentazione del rapporto dal titolo ‘Genocidio di Gaza: un crimine collettivo‘ Ascolta o scarica
In Italia, intanto, il dibattito politico si concentra anche sul ddl Romeo, una proposta che ha l’obiettivo di equiparare antisemitismo e antisionismo e che, secondo i critici, potrebbe aprire la strada alla criminalizzazione delle mobilitazioni solidali con la Palestina. Il timore è che, in nome della lotta contro l’odio, si restringa ulteriormente lo spazio di dissenso e si colpisca chi denuncia le responsabilità dello Stato israeliano e dei suoi alleati.
Mentre le istituzioni restano immobili o divise, la società civile internazionale prova a rilanciare. Una nuova flottiglia tenterà di raggiungere la Striscia di Gaza in primavera, con l’obiettivo dichiarato di rompere l’isolamento del territorio palestinese e aprire un corridoio umanitario via mare. Gli organizzatori della Global Sumud Flotilla hanno annunciato ieri a Johannesburg un progetto molto più ambizioso rispetto al tentativo dello scorso anno, prevedendo la partecipazione di cento imbarcazioni e oltre mille operatori sanitari. La conferenza stampa si è tenuta presso la Nelson Mandela Foundation, dove il comitato direttivo internazionale si è riunito con rappresentanti della società civile sudafricana, gruppi religiosi e media. Il lancio è previsto per il 29 marzo da Barcellona, con ulteriori partenze dall’Italia, dalla Tunisia e da altri porti del Mediterraneo.
Il ricordo del precedente tentativo pesa però come un avvertimento. Lo scorso ottobre circa quaranta imbarcazioni della stessa iniziativa erano state intercettate dalla marina israeliana mentre cercavano di raggiungere Gaza con aiuti umanitari. Più di 450 attivisti furono arrestati, tra loro anche Greta Thunberg e Mandla Mandela, nipote dell’ex presidente sudafricano. Israele considera queste missioni una violazione del blocco imposto alla Striscia e negli anni ha sempre fermato le imbarcazioni in mare.
Intervenendo a Johannesburg, Mandla Mandela ha definito la nuova missione una causa per chi vuole battersi per giustizia e dignità e ha richiamato esplicitamente l’eredità politica del nonno, ricordando che Nelson Mandela sosteneva che la libertà del Sudafrica sarebbe rimasta incompleta senza quella del popolo palestinese. Il reverendo Frank Chikane, figura storica della lotta contro l’apartheid, ha invece inquadrato l’iniziativa come una necessità morale e storica: quando le risposte politiche e istituzionali falliscono nel fermare le sofferenze dei civili, ha detto, spetta alla società civile agire.
Secondo Saif Abukeshek, membro del comitato direttivo, la scelta del Sudafrica come sede dell’annuncio non è casuale e riflette il ruolo simbolico del Paese nella resistenza popolare. Abukeshek ha affermato che, nonostante i riferimenti a un cessate il fuoco, i contatti sul campo a Gaza non segnalano miglioramenti sostanziali. Nelle ultime 24 ore, ha riferito, almeno venti palestinesi sarebbero stati uccisi nei bombardamenti, tra cui un bambino di 11 anni, portando a oltre 500 il numero degli uccisi dall’inizio della tregua tra Israele e Hamas.
La condizione dei minori resta uno degli aspetti più devastanti. Gli organizzatori parlano di oltre quarantamila bambini orfani o bisognosi di protezione internazionale. Alla violenza diretta si sommano poi le restrizioni ai movimenti e alle cure mediche: solo pochi pazienti al giorno riescono a lasciare Gaza per trattamenti urgenti, mentre migliaia restano bloccati, insieme a decine di migliaia di palestinesi impossibilitati a rientrare nella Striscia.
La missione della primavera 2026, inoltre, non si limiterà al mare. Nadir Al Nuri ha illustrato un piano coordinato che comprende iniziative via terra, difesa legale, campagne mediatiche e mobilitazione internazionale. Ahmed Ghnaia ha annunciato un convoglio umanitario terrestre parallelo, con l’obiettivo di sfidare le restrizioni sul valico di Rafah e dimostrare la necessità di corridoi umanitari gestiti da civili. Sumeyra Akdeniz-Ordu ha infine spiegato che la mobilitazione coinvolgerà migliaia di partecipanti e squadre specializzate composte da medici, educatori, gruppi di protezione civile non armati e tecnici della ricostruzione. L’iniziativa, ha detto, vuole rappresentare un’alternativa guidata dalla società civile alle proposte internazionali di ricostruzione e governance di Gaza, considerate insufficienti perché non centrano l’autodeterminazione palestinese.
La partenza del 29 marzo segnerà così l’inizio di una fase più ampia di mobilitazione globale, con ulteriori azioni previste in diverse regioni. Gli organizzatori sperano che una flottiglia più grande e visibile possa esercitare una pressione politica e simbolica maggiore, in appoggio alla popolazione civile di Gaza. Resta però l’incognita più grande: la risposta israeliana, che in passato ha impedito con la forza ogni tentativo di raggiungere via mare la Striscia.
In un tempo in cui le parole delle diplomazie sembrano non fermare nulla, Gaza continua a contare i morti, i feriti e gli esclusi dalle cure. E la distanza tra dichiarazioni ufficiali e realtà quotidiana appare ogni giorno più insostenibile.
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