Gaza: l’orrore senza fine

Alaa aveva dieci figli e Israele gliene uccide nove. Almeno 30 palestinesi sono stati uccisi domenica 25 maggio in diversi attacchi condotti dalle forze israeliane nella Striscia di Gaza. Tra le vittime, secondo fonti mediche locali, c’è anche un giornalista, morto insieme a diversi familiari nella sua abitazione, e un alto funzionario del servizio civile d’emergenza di Gaza. I raid hanno interessato diverse zone del territorio: Khan Younis a sud, Jabalia a nord e Nuseirat al centro . Nella notte, un raid su una scuola di Gaza City ha fatto almeno 13 vittime

di Eliana Riva da il manifesto

Quando ha visto i corpi carbonizzati dei suoi sette figli, ha perso i sensi. La dottoressa Alaa al-Najjar, pediatra all’ospedale Nasser di Khan Younis, aveva passato la giornata a curare bambini. Era uscita la mattina con suo marito Hamdi al-Najjar, anche lui medico, rincasato prima di lei. Un bombardamento israeliano ha colpito l’abitazione, trasformandola in un mucchio di macerie e scatenando un violento incendio. I video girati sulla scena mostrano i soccorritori tirare fuori i corpi dei bambini, uno dopo l’altro.

LA DOTTORESSA AL-NAJJAR aveva dieci figli. Le bombe israeliane gliene hanno uccisi nove. Yahya, Rakan, Ruslan, Jubran, Eve, Revan, Sayden, Luqman e Sidra. Sette sono stati portati al Nasser mentre due, compreso l’ultimo di sei mesi, sono rimasti sotto le macerie. Solo un bambino è sopravvissuto, Adam di 11 anni, trasportato in sala operatoria come suo padre, pure in gravi condizioni. Tutti hanno riportato, oltre ai traumi, terribili ustioni.

Quando Alaa ha visto i corpi deturpati, è svenuta. Un orrore troppo grande da poter concepire. Ha dato alla luce il suo ultimo figlio solo sei mesi fa e poco dopo ha insistito per tornare al lavoro, in una situazione terribile soprattutto per i bambini, con gli ospedali che soffrono di una grave carenza di personale.

La casa di Alaa e Hamdi al-Najjar è uno dei «cento obiettivi» che l’esercito israeliano ha comunicato di aver colpito. Come sempre, i resoconti militari blaterano di tunnel, piattaforme per il lancio di razzi, postazioni militari, camuffando le stragi di civili con racconti di successi e vittorie.

I colleghi della coppia hanno raccontato che la famiglia non aveva legami con Hamas. Consapevoli che il sospetto basterebbe a Israele per giustificare l’assassinio di nove bambini tra i 12 anni e i 6 mesi. E che non è nemmeno necessario, perché da tempo ormai l’esercito stermina intere famiglie con l’aspirazione dichiarata di cacciare tutti da Gaza. Evidentemente non importa che siano vivi o morti.

Yaqeen Hammad era conosciuta come la più giovane volontaria umanitaria e attivista social. Pubblicava video-racconti della vita da Gaza, immagini di resistenza, ricostruzione, coraggio. Passava molto tempo con i bambini, preparando per loro giochi e regali. Partecipava a raccolte fondi e al lavoro di diverse associazioni. Un missile ha colpito ieri la sua casa a Deir al-Balah, uccidendola. Altre cinque persone sono state ammazzate e 50 ferite mentre si trovavano vicino ai pochi camion che trasportavano farina ad al-Mawasi, zona «umanitaria» in cui un nuovo attacco ha ucciso 7 persone.

SONO ALMENO 48 LE VITTIME di sabato. L’ospedale al-Awda, nel nord della Striscia, è ancora sotto assedio. La direzione sanitaria ha fatto sapere che i militari stanno pesantemente bombardando l’area e attaccando le ambulanze che tentano di trasportare pazienti e feriti.

Secondo un’inchiesta pubblicata ieri dall a Associated Press (Ap) l’utilizzo dei civili palestinesi come scudi umani è diventata una pratica sistematica per l’esercito israeliano. Non si tratta di iniziative occasionali di singoli soldati o ufficiali ma di ordini dall’alto. Un militare, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha raccontato all’agenzia che quasi ogni plotone ha utilizzato residenti per accedere a edifici e tunnel in cui si sospettava potessero trovarsi trappole esplosive. Nadav Weiman, direttore esecutivo di Breaking the Silence, l’organizzazione che raccoglie le testimonianze dei soldati israeliani, ha dichiarato: «Non sono resoconti isolati, ma indicano un fallimento sistemico e un orribile collasso morale».

INTANTO, NAZIONI UNITE e organizzazioni umanitarie continuano a chiedere di far entrare aiuti a Gaza. I camion a cui Israele ha permesso l’accesso sono nulla rispetto alle necessità della popolazione. E tra due giorni, lunedì o martedì al massimo, tutta la gestione del cibo dovrebbe passare nelle mani della fumosa fondazione statunitense (Ghf) realizzata per l’occasione. Proprio ieri è arrivata notizia che una Ong svizzera ha formalmente chiesto alle autorità del Paese (dove la fondazione è stata registrata) di investigarne le attività. Da più parti, infatti, stanno giungendo dubbi sulle capacità e sugli obiettivi reali della struttura guidata da funzionari della difesa e da ricchi dirigenti d’azienda statunitensi. Il Washington Post ha pubblicato ieri alcuni documenti riservati che rivelano come gli stessi responsabili nutrano seri dubbi sulla buona riuscita del progetto.

ANCHE I VERTICI delle forze armate israeliane avrebbero espresso parere negativo. Ma Tel Aviv sarebbe disposta solo, secondo un documento riservato ottenuto dall’Ap, a lasciare che le organizzazioni internazionali si occupino dell’assistenza non alimentare. Per il cibo il governo, con il sostegno degli Stati uniti, punta tutto sul suo nuovo «meccanismo», escludendo Onu e associazioni umanitarie, in quella che potrebbe trasformarsi in una tragedia ancora più grande per il popolo palestinese.

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