Approvato il piano E1: isola Gerusalemme e spezza la West Bank. Nella Striscia parte l’operazione di conquista «Carri di Gedeone II». Bezalel Smotrich: «Lo stato palestinese viene cancellato dalle azioni. Ogni insediamento, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa pericolosa idea»
di Eliana Riva da il manifesto
Era attesa in questi giorni una risposta di Israele al nuovo piano per il cessate il fuoco già approvato da Hamas. E la risposta è arrivata: Carri di Gedeone II. È così che si chiama l’operazione di occupazione, controllo e sfollamento della città di Gaza City, lanciata ufficialmente ieri. È la seconda fase dello schema operativo messo in moto il 18 maggio scorso.
Netanyahu ha ordinato di accorciare i tempi e accelerare le manovre. I militari hanno detto di avere già il controllo della periferia della città. È cominciato anche il reclutamento dei riservisti, 130mila in totale, da arruolare in tre ondate. 60mila lettere di coscrizione verranno inviate entro la settimana e altre 20mila alla fine del mese. Sarà solo una formalità il via libera previsto per oggi dal Gabinetto di sicurezza. L’esercito ha dichiarato che si sta preparando a trasferire la popolazione di Gaza City, più di un milione di persone, verso il sud, nella tendopoli di al-Mawasi e in altri campi profughi. In un estremo tentativo di dimostrarsi interessati alla situazione umanitaria della popolazione civile palestinese che hanno ridotto alla fame, i militari starebbero tenendo colloqui con le organizzazioni umanitarie per aprire ospedali da campo e gestire l’enorme flusso di famiglie che dovranno essere chiuse in piccole aree non attrezzate.
La Croce rossa internazionale ha detto che la deportazione prevista dal piano non farà che peggiorare una situazione già catastrofica. Ma Israele non ha alcuna intenzione di fermarsi. Anche se non è chiaro a nessuno in che modo dovrebbe avvenire la «sconfitta totale di Hamas», che insieme alla liberazione degli ostaggi rappresenta l’obiettivo ufficiale dell’operazione. Dopo quasi due anni di attacchi e più di 62mila morti, il gruppo palestinese si dimostra ancora in grado di infliggere danni a uno degli eserciti più potenti del mondo.
Ieri i combattenti delle Brigate Al-Qassam, l’ala militare del movimento, hanno portato avanti un’operazione ben congegnata, come riconosciuto dalla stessa Tel Aviv. Più di quindici uomini, armati di missili anticarro e mitragliatrici hanno attaccato i soldati di stanza a Khan Younis. Ufficialmente si parla di tre feriti tra i militari, di cui uno grave, ma il bilancio potrebbe peggiorare.
Intanto, a Gaza in 24 ore sono stati ammazzati almeno 56 palestinesi, 22 mentre tentavano di raggiungere gli aiuti. Altre tre persone sono morte di fame. Un bambino di tre mesi è stato ucciso a Khan Younis. Nel campo profughi di al-Shati, a Gaza City, Israele ha bombardato una tenda di sfollati uccidendo cinque membri della stessa famiglia, tra cui tre bambini. Una famiglia di quattro persone è stata sterminata a Zeitoun.
I progetti mortiferi di occupazione e controllo di Gaza proseguono di pari passo con quelli di annessione della Cisgiordania. Ieri è stata approvata in via definitiva la costruzione di 3.412 unità abitative nella cosiddetta area E1, in terra palestinese. I negoziatori dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) sono rimasti per anni seduti con quelli israeliani, discutendo di scambi di terre, Gerusalemme est, ritorno dei profughi, tutto per provare a fondare uno stato che avesse un minino di contiguità territoriale. Mentre si dibatteva, Tel Aviv cambiava la realtà sul terreno, prendendo con la forza quello che avrebbe dovuto essere frutto di un compromesso. Man mano che le colonie israeliane (illegali per il diritto internazionale) crescevano, si pretendeva che i palestinesi concedessero di più. E quando l’Anp si è dimostrata disposta ad accettare ciò che non aveva mai accettato (come accaduto nel 2008), Israele ha rifiutato, rivelando i negoziati per quello che realmente erano: un guscio vuoto.
Tempo preso per giungere al momento in cui ci troviamo ora, in una realtà che nelle intenzioni «seppellisce l’idea di uno stato palestinese», come dichiarato dal ministro israeliano delle finanze Bezalel Smotrich. Sono giunti alla fase attuativa i piani che separano la Cisgiordania in due, dividendo le principali città palestinesi e strappando via Gerusalemme est, la parte araba della città, la capitale dello stato di Palestina. Si tratta di 12 km quadrati adiacenti alla gigantesca colonia di Ma’ale Adumim, che collegano il più grande insediamento israeliano a Gerusalemme.
Ora Israele può pubblicare gare d’appalto e distribuire i permessi per la costruzione. «Lo stato palestinese viene cancellato non da slogan – ha dichiarato Smotrich – ma da azioni. Ogni insediamento, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa pericolosa idea».
L’ANP ha detto che il progetto trasforma la Cisgiordania occupata in cantoni divisi, simili «a vere prigioni». L’ong israeliana Peace Now ha denunciato che «il governo israeliano sta trascinando sia israeliani che palestinesi in un ciclo infinito di conflitti». Uno stato di apartheid, in cui i palestinesi sono relegati in piccoli bantustan, collegati da infrastrutture che in ogni momento possono essere chiuse dai checkpoint e dai militari israeliani. I coloni possono percorrere le vie più comode (vietate ai palestinesi) che portano dagli insediamenti a Gerusalemme e da lì a tutte le città israeliane. I progetti di ampliamento continuano in quasi tutte le colonie esistenti.
Ieri è stata concessa anche l’approvazione per la legalizzazione di un nuovo avamposto sulle colline a sud di Hebron, la stessa area in cui gli israeliani demoliscono le case palestinesi e i coloni attaccano, uccidendoli, abitanti e attivisti.
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