di Chiara Cruciati da il manifesto
A Gaza City non si può restare, non si può fuggire. Un milione di palestinesi senza alternative: a sud non c’è più spazio nemmeno per una tenda e mancano i soldi per spostarsi. Intanto l’esercito ordina di andare via, bombarda e demolisce. Le voci di chi rimane: «Si vede fino alla frontiera: è tutto piatto»
Servono le parole per descrivere Gaza City, ed è sempre più difficile. «È come Vita e destino, il romanzo di Vasilij Grossman, hai presente? Le macerie di Stalingrado, la vita offuscata che si muove tra i resti, l’eco dei bombardamenti».
Capita che quando le parole non si riescono a trovare ci si affidi a quelle di un altro. Le voci ci giungono da Gaza al tempo degli ordini di evacuazione categorici, dei raid che sbriciolano torri alte 13 o 14 piani, dell’abisso su cui si affaccia un milione di persone, intrappolate tra l’impossibilità di fuggire, l’inutilità di scappare, il terrore per la carneficina che deriverà da un assedio feroce.
La mente corre subito a Gaza nord, autunno 2024: centinaia di migliaia di palestinesi chiusi per mesi nelle loro comunità evaporate, scuole-rifugio date alle fiamme dall’esercito israeliano, esecuzioni sommarie, sparizioni forzate. E niente cibo, niente acqua.
Martedì mattina alle 8.30 l’esercito ha ordinato l’evacuazione di tutta Gaza City. Lo ha fatto con annunci sull’account X del portavoce in lingua araba, Avichay Adraae, da due anni ormai oscura collezione di ultimatum, minacce e surreali fantasie di aree sicure in cui trovare rifugio. Lo ha fatto anche con i volantini dal cielo e i messaggi registrati sui cellulari di tanti palestinesi. Non è chiaro ancora quanto tempo abbiano a disposizione 800-900mila persone per andarsene, sono chiari invece gli ostacoli, per molti insormontabili.
«Una parte della popolazione si sta muovendo verso sud dall’est della città, ormai da settimane, chi ha un minimo di risorse e trova un angolo, un pezzettino di terra dove montare una tenda – racconta Marco Sandrone, capoprogetto di Medici senza Frontiere a Gaza – Parliamo al massimo di 150mila persone. Significa che la stragrande maggioranza è ancora qui, non ha la possibilità o l’intenzione di spostarsi. E vive nel panico di non sapere cosa succederà nei prossimi giorni, soprattutto dopo i volantini e le chiamate dell’esercito che dice che intensificherà i bombardamenti e che occuperà la città».
Intorno le macerie, la distruzione totale delle infrastrutture e degli edifici che erano ancora in piedi. Ieri Tel Aviv ha bombardato la torre residenziale Taiba 2, mentre un raid centrava delle tende e uccideva almeno 15 persone. Cinquantatré le vittime totali di ieri, per un bilancio ufficiale di 65mila morti dal 7 ottobre 2025, drammaticamente al ribasso.
«I bombardamenti si sono intensificati – aggiunge un’operatrice di Gaza che chiede di restare anonima – Colpiscono le torri, ma cosa sono quelle torri? Sono condomini abitati. Al momento solo gli ospedali non ricadono sotto ordine di evacuazione, ma non ci sono indicazioni chiare: le cliniche sono al sicuro? E come si raggiunge l’ospedale se intorno è combat zone?». Una zona rossa grande come una città, di cui non resta niente che riesca a fare ombra.
«Intorno vedi solo fumo, polvere che si alza, aerei che volano bassi – continua l’operatrice – Le demolizioni sono continue, ovunque, una costante attività di demolizione di tutto ciò che è ancora in piedi. Alcune aree sono completamente rase al suolo. Una distesa di macerie e cemento. All’altezza del corridoio Netzarim si arriva a vedere fino alla frontiera: è tutto piatto».
«I palazzi vengono presi di mira, in moltissimi casi con le famiglie ancora dentro – continua Sandrone – Negli ospedali la situazione è ancora più angosciante: sono pochi, parzialmente funzionanti e non hanno la capacità di accogliere così tanti pazienti. Un sistema sanitario che prima della campagna genocidaria israeliana era all’avanguardia oggi può offrire solo cure di base».
All’orizzonte c’è un abisso ancora peggiore, rimanere in trappola, senza mezzi e viveri e senza più rifugi di fronte alla macchina da guerra israeliana. Ad agosto sono arrivati più camion dei mesi precedenti, comunque insufficienti. A preoccupare è soprattutto la distribuzione dell’acqua, a est è già interrotta: lì l’esercito è già entrato con gli stivali a terra. Israele insiste con le ong internazionali perché lascino la città e tante stanno lavorando a piani di evacuazione, «ma così la popolazione non riceverà più questi servizi minimi, non solo medici ma anche alimentari. Sarà lasciata a se stessa. L’offensiva israeliana su Gaza City va fermata subito, Msf si appella ai governi complici, come quello italiano di cui sono cittadino, che stanno sostenendo questa macchina bellica e permettendo questa atrocità».
La fuga di massa desiderata dall’esercito israeliano – che permetterebbe di prendere possesso completo di una Gaza City fantasma e di concentrare la popolazione palestinese in un fazzoletto di terra a sud – per ora è avvenuta solo in parte. Costa troppo spostarsi (un litro di carburante sta a cento shekel, venti euro, e un camioncino su cui salire a 2mila euro) e di spazio a disposizione non ce n’è più: al-Mawasi, ex “zona umanitaria”, è una tendopoli sterminata senza servizi né altro spazio da offrire, nemmeno per una tenda. «Mi trovo a Gaza City, nel quartiere di Nasr – racconta Mohammed Al-Tibi, anche lui operatore di Msf – Mi sento completamente smarrito, combattuto tra il tornare a nord a recuperare le mie cose e la mia famiglia e restare lì, rischiando la vita, o rimanere dove sono. Semplicemente non c’è alternativa».
La sola strada utilizzabile è la Rashid Road, quella che corre lungo la costa. È intasata, anche se l’esodo non è ancora massiccio. La direzione è comunque al-Mawasi. Spazio non ce n’è, né c’è sicurezza. I palestinesi sono in trappola.
Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.
Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000
News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp


