Frontex sotto accusa: indagato per crimini contro l’umanità l’ex direttore Leggeri

L’inchiesta della magistratura francese apre uno squarcio sulle politiche di frontiera dell’Unione Europea: respingimenti, violazioni del diritto d’asilo e una gestione che avrebbe sacrificato vite umane in nome della “sicurezza”

Fabrice Leggeri, ex direttore di Frontex e oggi eurodeputato del Rassemblement National, è indagato per crimini contro l’umanità e tortura. La notizia, anticipata dall’Agence France-Presse, segna un passaggio potenzialmente storico, perché per la prima volta uno dei principali responsabili delle politiche di controllo delle frontiere europee viene chiamato a rispondere davanti alla giustizia per le conseguenze delle proprie scelte.

L’inchiesta è stata aperta il 18 maggio su decisione della Corte d’Appello di Parigi, a seguito di una denuncia presentata nel 2024 dalla Ligue des droits de l’homme. Secondo l’organizzazione, Leggeri avrebbe guidato Frontex con una linea precisa: impedire l’ingresso dei migranti nell’Unione Europea “a qualunque costo”, anche a costo della vita delle persone.

Non si tratta di un’accusa isolata o improvvisa. Da anni Frontex è al centro di denunce e inchieste giornalistiche che documentano respingimenti illegali, omissioni di soccorso e operazioni condotte in violazione del diritto internazionale. Le accuse riguardano in particolare il Mediterraneo e il confine orientale dell’Unione, dove migranti e richiedenti asilo sarebbero stati intercettati e respinti senza possibilità di presentare domanda di protezione.

Durante la direzione di Leggeri, tra il 2015 e il 2022, Frontex è diventata il simbolo della trasformazione dell’Europa in una fortezza. Il suo mandato si è progressivamente ampliato, le sue risorse sono cresciute e la sua presenza operativa si è estesa, ma insieme a questa espansione si sono moltiplicate le accuse di violazioni sistematiche dei diritti fondamentali.

Il punto centrale dell’inchiesta riguarda proprio questo: non singoli episodi, ma una possibile responsabilità strutturale. L’ipotesi è che le politiche adottate dall’agenzia non siano state deviazioni occasionali, ma il risultato di una strategia consapevole di deterrenza, basata sulla chiusura delle rotte e sulla dissuasione anche attraverso il rischio di morte.

Se queste accuse dovessero trovare conferma, il caso Leggeri metterebbe in discussione non solo la gestione di Frontex, ma l’intero impianto delle politiche migratorie europee degli ultimi anni. Perché Frontex non è un attore isolato, ma uno strumento operativo dell’Unione Europea, sostenuto e finanziato dagli Stati membri.

Il fatto che Leggeri oggi sieda al Parlamento europeo tra le fila dell’estrema destra francese aggiunge un ulteriore elemento politico alla vicenda. Il passaggio dalle istituzioni tecniche alla rappresentanza politica non è casuale, ma riflette la continuità tra la gestione securitaria delle frontiere e l’agenda dei partiti nazionalisti e xenofobi.

Per anni le denunce sulle violazioni alle frontiere europee sono state archiviate come incidenti, eccessi o problemi operativi. Questa inchiesta, invece, prova a rovesciare la prospettiva: non errori, ma sistema. Non deviazioni, ma modello.

Se così fosse, la questione non riguarderebbe più soltanto le responsabilità individuali di un dirigente, ma la natura stessa della politica migratoria europea. Una politica che ha progressivamente spostato il confine del diritto, accettando pratiche che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate inammissibili.

L’indagine su Leggeri apre dunque una domanda che va ben oltre il piano giudiziario. Se impedire l’ingresso “a qualunque costo” significa esporre le persone alla morte, alla violenza o alla negazione dei diritti fondamentali, allora il problema non è solo chi ha eseguito quelle politiche, ma chi le ha rese possibili. E per la prima volta, questa domanda entra in un’aula di giustizia.

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