Licenziato da uno store ufficiale di Milano-Cortina 2026 dopo aver risposto alle provocazioni sioniste con due sole parole: “Free Palestine”
Il suo nome è Ali Mohamed Hassan e fino a ieri fa lavorava in uno store ufficiale delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Oggi, invece, è diventato l’ennesimo volto di una distorsione sempre più evidente: un mondo in cui la libertà di parola viene tollerata solo quando non disturba, e in cui la “neutralità” è diventata il modo più elegante per reprimere.
Secondo quanto ricostruito, Hassan era al lavoro quando nel negozio è entrato un gruppo di tifosi israeliani, sventolando bandiere davanti al personale. Non è chiaro se fosse un gesto provocatorio o semplicemente un’esibizione identitaria, ma ciò che è accaduto dopo è stato ripreso in un video e ha iniziato a circolare rapidamente online.
Ali Mohamed Hassan, di fronte a quel gruppo, ha risposto con due parole: “Free Palestine”. Palestina libera. Nient’altro. Nessun insulto, nessuna minaccia, nessun riferimento etnico o religioso. Solo un’espressione politica e umana, una frase che in questi mesi è diventata per milioni di persone un modo per chiedere fine all’assedio, alle violenze e alla distruzione che sta travolgendo la popolazione palestinese.
Una delle presenti, riprendendo con il telefono, lo ha sfidato: “Dillo di nuovo”. E Hassan lo ha ripetuto. Più volte. A ogni provocazione, lui ha continuato a rispondere allo stesso modo, senza alzare i toni e senza arretrare: “Free Palestine”.
È qui che la storia smette di essere solo un episodio da social e diventa una notizia politica, culturale e perfino simbolica. Perché, dopo la diffusione del video, Hassan è stato licenziato. Gli organizzatori delle Olimpiadi hanno giustificato il provvedimento sostenendo che “non è appropriato esprimere opinioni politiche personali” sul posto di lavoro.
La frase è apparentemente neutra. In realtà è una condanna. Perché ciò che viene definito “opinione politica” non è un’uscita razzista, non è una discriminazione, non è un’aggressione. È una richiesta di libertà per un popolo. È una posizione morale, prima ancora che politica. E soprattutto è una posizione che oggi, sempre più spesso, viene trattata come se fosse di per sé colpevole.
Il punto non è solo il licenziamento in sé, ma ciò che racconta del clima in cui viviamo. Un clima in cui un dipendente può essere provocato, filmato, messo sotto pressione e poi punito, mentre chi lo provoca ottiene di fatto il risultato desiderato. Un clima in cui l’indignazione viene disciplinata e la solidarietà viene sorvegliata. Un clima in cui la repressione non ha bisogno di manganelli: le basta un regolamento interno e la parola “inappropriato”.
Il video è stato diffuso da Eye on Palestine e rilanciato da No Justice No Peace, scatenando una reazione immediata. Migliaia di persone hanno espresso solidarietà ad Hassan, indignate per un licenziamento percepito come ingiusto e punitivo. Nelle ore successive, si è mossa la solita — e ormai necessaria — macchina del supporto dal basso: messaggi, commenti, proposte di aiuto concreto, l’idea di una raccolta fondi e l’intenzione di costruire un sostegno legale per contestare quello che molti definiscono un licenziamento illegittimo.
Ed è proprio questo che rende il caso ancora più significativo. Perché la storia di Ali Mohamed Hassan non riguarda solo un posto di lavoro perso, ma una linea rossa che viene spostata sempre più avanti. Oggi non serve più pronunciare un insulto per essere puniti: basta dire “Palestina libera”. Basta nominare un popolo che sta subendo bombardamenti, fame, sfollamenti e morte. Basta non adeguarsi al silenzio.
Il paradosso è che tutto questo avviene nel contesto delle Olimpiadi, l’evento che più di ogni altro si riempie di retorica su pace, fratellanza, dialogo tra i popoli. Ma nel momento in cui un lavoratore pronuncia due parole che evocano libertà e dignità, quelle stesse istituzioni scelgono la strada più semplice: cancellarlo.
E così la neutralità olimpica, che dovrebbe impedire propaganda e discriminazioni, diventa invece una gabbia che punisce chi si schiera dalla parte delle vittime. Una neutralità che non colpisce tutti allo stesso modo, ma colpisce sempre e solo una direzione: quella della solidarietà con la Palestina.
Ali Mohamed Hassan, con due parole, ha fatto esplodere una contraddizione enorme. E il sistema ha risposto come spesso fa: non discutendo, non argomentando, non cercando equilibrio, ma punendo.
E se oggi si può perdere il lavoro per aver detto “Free Palestine”, allora non siamo davanti a un semplice episodio di cronaca. Siamo davanti a un segnale. Uno di quelli che, messi in fila, raccontano un Paese e un’Europa sempre più disposti a reprimere la coscienza, purché resti tutto tranquillo in vetrina.
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