A Bagno a Ripoli i consiglieri comunali di Fratelli d’Italia vogliono marchiare gli istituti come “comunisti”, “woke” o “antifascisti”: un’operazione da regime per intimidire docenti e famiglie e trasformare la scuola pubblica in un terreno di caccia.
Quello che sta succedendo a Bagno a Ripoli non è “una mozione controversa”. Non è “una provocazione”. Non è “un eccesso di zelo”. È una cosa molto più precisa, e molto più grave: un tentativo di schedatura politica delle scuole, un atto di intimidazione che puzza di regime da chilometri e che riporta l’Italia indietro di un secolo, quando la scuola veniva piegata a colpi di propaganda e paura. Non siamo davanti a una discussione sull’istruzione. Siamo davanti a un progetto di controllo. Un progetto di repressione culturale. Un progetto apertamente autoritario.
La mozione presentata dai consiglieri comunali di Fratelli d’Italia propone di integrare la denominazione ufficiale degli istituti con etichette che ne indichino il presunto orientamento politico e culturale. La lista è un delirio reazionario, una caricatura tossica costruita per avvelenare il dibattito e colpire chiunque non si inginocchi: scuole “politicamente schierate a sinistra”, “ideologicamente comuniste”, “favorevoli alle teorie lgbtq+ e/o woke”, fino a definizioni come “antiamericana”, “antisionista”, “antifascista”, “anticattolica” o persino “antidemocratica”. Il pretesto è la “trasparenza”, l’obiettivo dichiarato sarebbe “aiutare le famiglie nella scelta”.
Ma qui non c’è niente da scegliere. Qui c’è solo da capire una cosa: Fratelli d’Italia vuole trasformare la scuola pubblica in un bersaglio politico. Vuole creare una lista nera. Vuole mettere un marchio. Vuole costruire un clima in cui insegnare diritti, uguaglianza, storia del fascismo, antirazzismo, educazione affettiva, pluralismo, diventa un atto sospetto. Vuole spingere docenti e dirigenti a farsi piccoli, zitti, innocui. Vuole la scuola senza conflitto, senza pensiero, senza critica. Vuole una scuola addomesticata. E chi conosce un minimo la storia sa benissimo come si chiama questa cosa: fascistizzazione.
La parte più infame, quella che non può passare sotto silenzio, è che in questo elenco compare anche “antifascista” come se fosse un problema da segnalare. Come se l’antifascismo fosse una devianza. Come se l’antifascismo fosse “ideologia”. Come se fosse un’etichetta di parte, un vizio, un estremismo. Questa è la chiave. Perché in quel momento la mozione smette persino di fingere: è un attacco diretto alla Costituzione, nata dalla Resistenza, fondata sull’antifascismo, costruita per impedire che il fascismo tornasse a mettere le mani sul Paese.
E allora diciamolo senza diplomazie: chi vuole schedare come “antifascista” una scuola, non sta difendendo la democrazia. Sta dichiarando guerra alla democrazia.
Non è un caso che l’impianto sembri uscito dal 1923. Non è un caso che la logica sia quella del marchio, della delazione, del sospetto. Non è un caso che si parli di “orientamento insegnato e voluto dal corpo docente”, come se esistesse una cospirazione. È la solita menzogna: inventare un nemico interno per giustificare la repressione. I “comunisti”, i “woke”, le “teorie lgbtq+”, gli “antiamericani”, gli “antisionisti”, gli “anticattolici”. Un frullatore ideologico costruito per un solo scopo: colpire la scuola come spazio di libertà.
Perché la scuola, anche ridotta allo stremo da anni di tagli e precarietà, resta ancora uno dei pochi luoghi dove può nascere un pensiero non allineato. Dove si può imparare a leggere la realtà. Dove si può imparare che il fascismo non è un’opinione ma una pratica di violenza. Dove si può imparare che i diritti non sono concessioni ma conquiste. Dove si può imparare che la dignità umana viene prima di bandiere e confini. E questo, per una destra che vive di paura e obbedienza, è intollerabile.
La schedatura serve a una cosa sola: creare una campagna di boicottaggio e isolamento. Trasformare alcune scuole in bersagli. Spingere le famiglie a scappare. Farle chiudere. Spostare studenti verso istituti “graditi”, cioè istituti in cui la scuola non è più un luogo di formazione ma un luogo di disciplina. Una scuola in cui, invece di insegnare la Costituzione, si torna a fare l’inchino alla patria e all’ordine. Una scuola in cui la storia diventa propaganda e la cultura diventa catechismo nazionalista. Una scuola in cui la diversità è un problema e non una ricchezza.
E qui bisogna essere chiarissimi: questa proposta non è un inciampo locale, non è un’uscita sfortunata di quattro consiglieri. È un metodo politico preciso. Si parte dai comuni, si creano precedenti, si testano reazioni, si normalizza l’abominio. Poi si sale di livello. È già successo. È così che funziona la destra quando vuole spostare l’asse del Paese: un passo alla volta, finché la gente si abitua.
Non dobbiamo abituarci. Mai.
Perché questa mozione non colpisce solo la scuola. Colpisce tutti noi. Colpisce l’idea stessa di società. È un messaggio ai docenti: “Vi controlliamo”. È un messaggio agli studenti: “State al vostro posto”. È un messaggio alle famiglie: “Diffidate del pensiero critico”. È un messaggio al Paese: “Il pluralismo è un problema”. È una logica da lista nera, da repressione preventiva, da Stato ideologico. È, in sostanza, un atto di squadrismo istituzionale.
E per questo va respinto con una risposta all’altezza. Senza mezze parole. Senza toni moderati. Senza quella prudenza che in Italia, ogni volta, ha fatto da tappeto rosso all’autoritarismo.
Siamo dalla parte di chi insegna. Di chi non si piega. Di chi, nonostante tutto, continua a trasmettere ai ragazzi strumenti per capire e per scegliere, invece che ordini per obbedire. Siamo dalla parte di chi fa scuola pubblica come presidio democratico. Siamo dalla parte di chi difende la Costituzione non con le cerimonie, ma nella pratica quotidiana.
E soprattutto diciamolo come va detto: questa è merda fascista.
Non una metafora. Non un insulto. Una definizione politica.
E va fermata subito. Con determinazione, con mobilitazione, con antifascismo militante. Perché la scuola pubblica non si schedatura. Si difende.
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One Comment on “Fratelli d’Italia vuole schedare le scuole: a Bagno a Ripoli torna l’Italia del 1923”
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