Da quarant’anni, un’unica retorica dell’ordine. Poche questioni illustrano lo slittamento a destra dello spettro politico francese come il tema della «sicurezza». Per una parte dei candidati alle elezioni presidenziali francesi del 2022, è l’unico prisma attraverso cui osservare le disfunzioni della società. Com’è possibile che l’ossessione di alcuni sia diventata così centrale?
di François Thuillier
“Non permettere alle autorità di disporre del vocabolario a proprio piacimento, per la propria convenienza»: questa ambizione del drammaturgo Jean Genet, formulata nel 1977[1], non ha perso nulla della sua attualità. Perché la forza dei potenti si misura sempre dalla loro capacità di imporre agli altri la propria rappresentazione del mondo, il proprio linguaggio. È il caso, da qual-che anno, della nozione di «sicurezza» e del suo presunto antonimo: «violenza». Eppure, il senso di questi due termini è sempre legato al ruolo sociale che si attribuisce loro.
I termini di questo dibattito sono stati posti nel 1977, cioè tra la prima crisi petrolifera che ha messo fine ai «trenta gloriosi» e gli inizi della rivoluzione conservatrice che ha conferito all’Occidente la forma politica attuale.
A pochi mesi di distanza, Michel Foucault e Alain Peyrefitte hanno tracciato il quadro generale e delinea-
to i due poli di una controversia che da allora è diventata sempre più radicale. In occasione di una misura di antiterrorismo (l’estradizione, su richiesta delle autorità tedesche, dell’avvocato dei membri della Frazione dell’armata rossa [Raf] Klaus Croissant, rifugiato in Francia), il primo ha dichiarato a Le Matin de Paris[2]: «Ormai la sicurezza è al di sopra della legge». E ha poi aggiunto: «Le autorità hanno voluto mostrare che l’arsenale giuridico non è in grado di proteggere i cittadini. (…) Hanno ritenuto che l’opinione pubblica potesse essere condizionata dai media. Questa ricerca dello scontro fa parte del gioco della paura che il governo sta attuando da anni. L’intera campagna sulla sicurezza pubblica deve essere sostenuta – per essere credibile e politicamente redditizia – da misure spettacolari che mostrino come il governo sappia agire rapidamente e risolutamente al di là della legalità.»
Si tratta di un’epoca seminale. La crisi economica e le conseguenti misure di austerità stavano provocando tensioni sociali, sindacali e politiche. La destra sollevava lo spettro del Maggio ’68 e del caos per irrigidire il proprio discorso, approfittando di ogni crimine per chiedere un maggiore controllo sociale e proporre un «patto di sicurezza» alla popolazione. La logica punitiva stava guadagnando terreno. Foucault ha intuito allora che il prezzo da pagare per questo nuovo ordine simbolico sarebbe stato esorbitante.
La trappola semantica è scattata con un rapporto – la cui stesura, iniziata nell’aprile del 1976 sotto la direzione di Alain Peyrefitte, era appena terminata – rapidamente sbandierato ai quattro venti dalle forze conservatrici[3]. Questo testo ha conferito alla nozione di «violenza» – una parola apparsa nella lingua francese nel XIII secolo – il senso che avrebbe assunto da allora in avanti. Il termine, volutamente opaco ma utilizzato 569 volte in 193 pagine[4], si applica sia al disturbo dell’ordine pubblico e ai reati contro la persona sia globalmente all’illegalismo popolare, sfociando in una sorta di feticizzazione della sicurezza a beneficio di un nuovo ordine borghese. Questa «violenza», descritta a grandi linee come crescente e come un «fermento di disintegrazione», è stata usata come pretesto per una lunga serie di testi «securitari» inaugurati dalla cosiddetta legge «sicurezza e libertà» del 2 febbraio 1981.
Per il campo conservatore, questo sequestro semantico, che limita il significato del termine «violenza» alla delinquenza dei poveri, si è rivelato uno strumento prima di conquista e poi di mantenimento del potere. Questa retorica dell’ordine ha avuto però soprattutto l’effetto di rendere asfittico lo spazio politico di un campo che, con la sua fuga in avanti in materia di sicurezza, ha lasciato emergere al proprio interno un’estrema destra ormai alle porte del potere. Da allora per la sinistra riformista discutere di questi temi significa adottare il vocabolario e il volto cupo dell’avversario.
La destra sorpassata a destra
Eppure i rivoluzionari, volendo rompere con l’ordine feudale, avevano messo fin dal principio la «sicurezza» al centro delle proprie preoccupazioni (cfr. gli articoli 2 e 12 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino) – una garanzia contro l’arbitrarietà dello Stato. Questa cautela nei confronti della «forza pubblica» era ancora riscontrabile, due secoli più tardi, nel programma comune del 1972, presentato dal Partito comunista francese (Pcf) e dal Partito socialista (Ps), in cui si costatava come la polizia fosse rimasta, sia nelle sue pratiche che nella sua essenza, un’istituzione dell’Ancien Régime. Tuttavia, all’interno delle forze di sinistra si è progressivamente arrivati a un punto di svolta.
Nelle «110 proposte» presentate del candidato Mitterrand nel 1981 il tema sembra essere scomparso. Questo «oblio» ha accompagnato la ridefinizione della linea del Ps che, divenuto egemone nel campo della sinistra con il declino del Pcf, non intendeva più preoccuparsi di questioni che potevano costargli l’accesso al governo. In seguito il Ps avrebbe attribuito le proprie disfatte elettorali del 1986 e del 1993 al fatto che il tema dell’«insicurezza» aveva guadagnato le prime pagine dei giornali[5]. La seconda sinistra ha scelto allora di drammatizzare e alcuni (Bruno Le Roux, Daniel Vaillant e Julien Dray) si sono posizionati a favore di un approccio autoritario, riprendendo parola per parola la retorica di destra sulle periferie e la stigmatizzazione della microcriminalità.
Quando è tornato al governo dopo la vittoria della «sinistra plurale» alle legislative del 1997, il Ps ha dato prova di aver imparato la lezione. Nel suo discorso di politica generale, il primo ministro Lionel Jospin ha dichiarato che « la sicurezza è la garanzia della libertà». Nell’ottobre dello stesso anno, il convegno di Villepinte, organizzato dal governo, ha confermato un allineamento generale ai cliché conservatori. Ministri ed esperti vicini al governo hanno tessuto le lodi della «sicurezza quotidiana», del « continuum di sicurezza» e della «polizia di prossimità» a vantaggio dell’«ordine nelle strade». Ormai nulla distingue-va più le posizioni socialiste da quelle della destra più radicale.
Ma questo non era ancora sufficiente. In occasione della sua sconfitta alle elezioni presidenziali del 2002, e di fronte all’accesso di Jean-Marie Le Pen al secondo turno, Jospin ha dichiarato, il 3 marzo, di aver «peccato di ingenuità» sulla mancanza di sicurezza. Nonostante qualche tentennamento, il Ps si è lasciato prendere sempre più dalla questione dell’ordine securitario. Nel maggio del 2012, al suo arrivo a place Beauvau, Manuel Valls ha adottato fin da subito la linea del discorso di Grenoble pronunciato nel 2010 dall’ex presidente Nicolas Sarkozy: retorica guerresca, messa in questione della giustizia minorile, legame tra immigrazione e delinquenza, ecc.
Valls si è anche servito delle stesse reti di polizia dell’ex presidente, anch’egli ministro dell’interno dal maggio del 2002 al marzo del 2004 e dal giugno del 2005 al marzo del 2007. L’aggravamento della minaccia terroristica, culminata negli attentati del 2015, gli ha persino consentito di andare oltre le posizioni della destra classica per avventurarsi sul terreno identitario (con la riduzione dell’islam al crimine terrorista) e su quello dell’allineamento strategico con i paesi anglosassoni (adottando l’argomento della «guerra al terrorismo»).
In meno di mezzo secolo, la cosiddetta sinistra «di governo» ha così attraversato in materia di sicurezza tutto l’arco politico. Cercando la propria strada, ha finito per aderire al campo di coloro che avrebbe dovuto combattere. Tuttavia il Ps, rilanciando il discorso securitario, non ha solo fatto propria una semplice propaganda di destra, ha completato il sovvertimento del dibattito pubblico. Grazie a questo tema, i conservatori sono riusciti a conquistare il potere; una vittoria schiacciante e duratura, supportata dal loro controllo sui principali mezzi di fabbricazione dell’opinione pubblica. Ma su cosa si basa un tale discorso?
In assenza di strumenti di misurazione credibili, l’ipotesi di un aumento della violenza non è verificabile. I dati relativi al processo penale vengono raccolti in diversi modi, ciascuno dei quali presenta però dei pregiudizi. In primo luogo, si hanno le cosiddette inchieste di vittimizzazione (che misurano la sensazione di vulnerabilità, vale a dire il rischio stimato di trovarsi in pericolo) e le indagini di delinquenza e di devianza auto-riferite. Apparse negli anni ’80, queste sono senza dubbio le più vicine alla realtà, ma soffrono delle distorsioni della percezione degli autori e delle vittime.
In secondo luogo, le statistiche della polizia. Pubblicate dal 1973, queste fonti non sono realmente utilizzabili, dal momento che misurano solo i fatti accertati e in un’ottica restrittiva (assenza di contravvenzioni, di fatti ignorati e di delitti trattati da altre istituzioni, come il diritto del lavoro, il diritto tributario o quello ambientale). Questi dati riflettono quindi solo delle priorità repressive, in particolare dal 2002, con l’affermarsi di una cultura del risultato che influisce sull’attività dei dipartimenti. Infine, le statistiche giudiziarie e penitenziarie (che vanno dall’incriminazione alla condanna, passando per la fase istruttoria) esistono dal XIX secolo, ma sono spesso il riflesso delle sanzioni maggiori che colpiscono l’illegalismo popolare rispetto alla delinquenza dei ricchi, per via delle priorità delle politiche penali, della debolezza dei mezzi difensivi e delle insufficienti garanzie degli imputati. A privare l’osservatore di qualsiasi certezza in materia, oltre all’imperfezione di tali indicatori, si aggiungono le fluttuazioni del perimetro legislativo dei reati, sempre più largo.
L’unica statistica affidabile – in quanto non soggetta ad alcuna ambiguità nella raccolta e riproducibile nel tempo e nello spazio, caratteristica che consente di fare confronti internazionali – è quella della violenza omicida. Nel lungo periodo, in questo ambito, si è però registrato un calo tendenziale[6]. Il suo tasso (calcolato annualmente su 100.000 abitanti) nel XIII secolo era di 100. Sceso a 10 nel XVII secolo, nell’Europa occidentale è arrivato oggi a 1. Questa pacificazione dei costumi, seguita alla progressiva edificazione dello Stato, ha subito talvolta delle inflessioni (la seconda guerra mondiale, la guerra di Algeria, il terrorismo e l’antiterrorismo dei nostri giorni, i cui effetti facciamo ancora fatica a misurare), ma dà credito all’idea secondo cui la violenza grave in Francia sarebbe diminuita, anche tra i giovani e gli stranieri.
Dei «traditori» della propria classe
In queste condizioni, il successo dei dibattiti sull’insicurezza non dimostra piuttosto un abbassamento della nostra soglia di tolleranza alla violenza? E un aumento della sua denuncia? Per capire i sondaggi d’opinione, bisogna distinguere tra due nozioni. Prima di tutto, la paura della «vittimizzazione», una sensazione relativamente stabile da molti anni. In secondo luogo, la preoccupazione per la delinquenza, cioè l’inquietudine legata allo spettacolo della violenza, in questo caso dei poveri che si azzuffano tra loro, poliziotti compresi. Questa varia in funzione dell’attualità e dei contesti politici. Si tratta di una sensazione che non proviene dalle cifre, ma da una narrazione sulla sicurezza che presenta un carattere soggettivo e contingente, influendo diversamente a seconda dell’età, del sesso, dell’appartenenza politica e della posizione sociale[7].
In questo caso, da dove viene tale narrazione? Qual è il suo scopo? In questa guerra di opinione, i fari puntati sulla «sicurezza» corrispondono a un’agenda e a un progetto. I «beneficiari indiretti del crimine» sono chiaramente identificabili tra coloro che hanno fatto della violenza una rendita politica, economica, accademica, pubblicitaria e mediatica.
Non solo dunque un lavoro sulla narrazione sembra impossibile finché l’informazione pubblica rimane nelle mani del potere finanziario, ma anche un lavoro sulle istituzioni appare, per il momento, puramente teorico. Negli ambienti che hanno imparato a evitare, a fuggire o a fare a meno della polizia, la sola idea di riformare le forze dell’ordine è talvolta vista come una forma di « malinconia democratica»[8], un progetto anacronistico. A malapena si arriva a suggerire, a intervalli regolari, il rafforzamento degli organi di ispettorato.
Negli ultimi anni, tuttavia, alcune riflessioni sulla riduzione delle forze di polizia si sono fatte largo sia negli ambienti accademici influenzati dalla criminologia critica e dalla sociologia della devianza sia negli ambienti legati alla sicurezza, preoccupati di ricentrare l’istituzione sul suo core business preservandola da missioni secondarie in cui la sua immagine è più controversa (misure sanitarie, conflitti nell’uso dello spazio pubblico, mantenimento dell’ordine privato, ecc.). L’approccio latino di una polizia delle istituzioni (in opposizione all’approccio anglosassone, che ricerca costantemente la fiducia della popolazione) ha tuttavia favorito l’idea che i 250.000 membri delle forze dell’ordine francesi (polizia e gendarmeria insieme) abbiano tradito la propria classe sociale, rinnegando le proprie origini popolari per mettersi al servizio dei detentori del potere.
Le rivoluzioni democratiche della fine del XVIII secolo hanno introdotto la nozione dell’uguaglianza davanti alla legge, ma per alcuni il poliziotto è ancora colui che difende l’accaparramento delle ricchezze e degli spazi da parte di una minoranza, colui che fa rispettare la legge del più forte e lo status quo, colui che accentua i rapporti di dominio.
Stando così le cose, chi oggi è disposto ad accettare i termini del dibattito sulla sicurezza ha al proprio arco diversi argomenti per contestare le analisi proposte dai media. Un lavoro serio sulle cifre e sul modo di comunicarle permetterebbe facilmente di contrastare l’ideologia della sicurezza ovunque sia necessario. Ma lo si deve fare a rischio di alimentare un dibattito che, di per sé, al momento sembra favorire solo una certa parte politica? Questa è la sfida che devono affrontare tutti i partiti di sinistra, chiamati a trovare modi di agire innovativi e a interrogarsi sul potere critico del linguaggio.
da Le Monde Diplomatique
Traduzione di Federico Lopiparo
Note:
[1] Jean Genet, prefazione ai Textes des prison-niers de la Fraction armée rouge et dernières lettres d’Ulrike Meinhof, Maspero, Parigi 1977
[2] Intervista con Jean-Paul Kauffmann, Le Matin de Paris, Parigi, 18 novembre 1977.
[3] Alain Peyrefitte, Réponses à la violence. Rapport à M. le Président de la République présenté par le comité d’études sur la violence, la criminalité et la délinquance , La Documen – tation française, Parigi 1977
[4] Nicolas Bourgoin, La Révolution sécuritaire (1976-2012), Champ Social, Parigi 2013
[5] Laurent Bonelli, La France a peur. Une histoire sociale de l’«insécurité», La Découverte, Parigi 2008
[6] Robert Muchembled, Une histoire de la violence. De la fin du Moyen Âge à nos jours , Seuil, Parigi 2008.
[7] «Enquête sur la montée de la haine et de la violence dans la société française», Ipsos, gennaio 2019
[8] Volume collettaneo, Défaire la police , Éditions Divergences, 2021.


