Flotilla, la procura di Roma indaga Israele per tortura

Punto di svolta nell’inchiesta sull’assalto alla Global Sumud Flotilla: i pm vogliono chiedere a Tel Aviv i nomi dei militari coinvolti nel sequestro delle imbarcazioni e nelle violenze contro gli attivisti diretti a Gaza.

L’inchiesta della procura di Roma sull’attacco israeliano alle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, la missione civile che nell’ottobre scorso tentò di portare aiuti umanitari a Gaza, entra in una fase decisiva. I magistrati Stefano Opilio e Lucia Lotti, con il sostegno del procuratore capo Francesco Lo Voi, sono orientati a chiedere una rogatoria internazionale nei confronti di Israele. Un passaggio cruciale, che punta a ottenere collaborazione giudiziaria da Tel Aviv per identificare i responsabili dei reati ipotizzati nel fascicolo aperto da mesi e ancora privo di indagati.

Le accuse prese in considerazione dalla magistratura italiana sono gravi. La più pesante è quella di tortura, emersa dalle testimonianze raccolte tra i partecipanti alla missione. A questa si aggiungono sequestro di persona, rapina e danneggiamento con pericolo di naufragio. Reati che, se confermati, descriverebbero l’operazione israeliana non come un semplice fermo navale, ma come un’azione violenta e illegittima contro civili impegnati in una missione umanitaria.

Sono stati ascoltati complessivamente 37 testimoni, tra cui quattro parlamentari italiani presenti a bordo. Il deputato Arturo Scotto ha spiegato di aver riferito ai pm “in maniera approfondita il trattamento riservato dalle autorità israeliane, completamente fuori da qualsiasi idea di Stato di diritto”, definendo molto rilevante il fatto che l’indagine prosegua nella ricerca di verità e giustizia.

La vicenda risale ai primi giorni di ottobre 2025, quando decine di imbarcazioni della Global Sumud Flotilla raggiunsero le acque internazionali prospicienti Gaza per consegnare tonnellate di aiuti alla popolazione stremata dall’assedio e da due anni di guerra totale. Prima ancora di raggiungere la costa, la flottiglia fu intercettata e assaltata dalla marina israeliana. Secondo i racconti dei testimoni, gli attacchi iniziarono già nella notte tra il 23 e il 24 settembre con droni che lanciavano gas urticanti, ordigni accecanti e piccoli esplosivi in mare, per poi culminare il 1° ottobre con il sequestro delle imbarcazioni e il trasferimento forzato degli attivisti in Israele.

Le testimonianze raccolte dagli inquirenti descrivono un quadro molto pesante. Una volta portati a terra, tra il porto di Ashdod e il carcere di Ketziot, gli attivisti sarebbero stati sottoposti a trattamenti degradanti e violenze fisiche e psicologiche: ore seduti sotto il sole sull’asfalto bollente, pestaggi, privazione di acqua potabile e cibo, deprivazione del sonno, minacce, scherni, celle minuscole prive di letti. Alcuni detenuti sarebbero stati svegliati con schiaffi, pugni e ginocchiate ogni volta che cercavano di addormentarsi.

Una testimonianza riferisce che una donna sarebbe stata trascinata per il collo, gettata a terra, sputata e costretta a subire umiliazioni con una bandiera israeliana mentre i soldati ridevano. Alle donne detenute non sarebbero stati forniti assorbenti. Un altro verbale racconta di cittadini arabi bendati e ammanettati, lasciati urlare dal dolore, mentre a un giovane tunisino sarebbe stato rotto un braccio davanti agli altri prigionieri. In alcuni casi i militari sarebbero arrivati con il volto coperto, cani al guinzaglio e armi spianate.

Per i legali della Flotilla, l’intera operazione della marina israeliana è “priva di qualsiasi base legale”. Le navi si trovavano infatti in acque internazionali e almeno una di esse batteva bandiera italiana, circostanza che rafforza la competenza della magistratura italiana sui fatti avvenuti in mare.

La rogatoria che la procura intende predisporre punta soprattutto a ottenere i nomi dei militari coinvolti nelle operazioni, passaggio essenziale perché nel sistema penale italiano la responsabilità è personale. Senza identificare gli autori materiali dei reati, il procedimento rischia di restare bloccato.

Ed è qui che la questione diventa inevitabilmente politica. Le rogatorie internazionali passano in larga parte attraverso il ministero della Giustizia, che dispone di ampi margini discrezionali. In altre parole: servirà una volontà politica del governo italiano di sostenere davvero l’azione giudiziaria. Un passaggio tutt’altro che scontato.

Il precedente del caso Regeni insegna prudenza. Anche allora richieste di collaborazione internazionale si scontrarono con omissioni, depistaggi e reticenze. A dieci anni dai fatti, il processo procede lentamente e con imputati irreperibili. Nulla lascia pensare che Israele sarà più collaborativo di quanto non lo siano stati altri governi coinvolti in casi sensibili.

Anche in passato Tel Aviv ha rifiutato cooperazione giudiziaria richiesta da altri Paesi, come Spagna e Turchia, in vicende analoghe legate ad attacchi contro flottiglie dirette a Gaza. Per questo è realistico ritenere improbabile una risposta favorevole.

Resta però il significato politico e giuridico dell’iniziativa italiana. Per la prima volta dopo l’assalto alla Global Sumud Flotilla, una procura europea qualifica quanto denunciato dagli attivisti come possibile tortura e prova a risalire ai responsabili. In un contesto segnato da impunità diffusa, è un passaggio che rompe il silenzio istituzionale.

Mancano ancora gli indagati. Potrebbero non arrivare mai. Ma il quadro emerso dalle testimonianze è già chiaro: chi cercava di portare cibo e medicine a Gaza è stato trattato come un nemico. E ora, almeno in un’aula giudiziaria italiana, qualcuno prova a chiedere conto di quanto accaduto.

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