Fermo preventivo ai minori: l’ultima stretta del governo


Il Consiglio dei ministri vara un nuovo disegno di legge sulla sicurezza che estende il fermo preventivo ai minori e ai luoghi della movida. Dopo i manifestanti e gli attivisti, nel mirino finiscono ora le cosiddette “bande giovanili”. Una nuova stretta sicuritaria che trasforma il disagio sociale in un problema di ordine pubblico.

Non bastavano i decreti sicurezza, il fermo preventivo contro i manifestanti, i nuovi reati di piazza, i fogli di via e le misure di prevenzione. Il governo Meloni torna ancora una volta sul terreno che più gli è congeniale: quello dell’emergenza sicurezza e della costruzione di nuovi nemici sociali.

Il Consiglio dei ministri ha infatti approvato un nuovo disegno di legge che estende il fermo preventivo a una platea ancora più ampia di persone, includendo perfino i minorenni e allargando il campo di applicazione dalle manifestazioni politiche ai luoghi della movida e ai contesti di aggregazione giovanile.

L’obiettivo, neppure troppo nascosto, sono i cosiddetti “maranza”, categoria sociologica e mediatica dai contorni indefiniti, divenuta negli ultimi anni il nuovo bersaglio delle campagne securitarie della destra.

Dai manifestanti ai ragazzi delle periferie

Quando il fermo preventivo fu introdotto dall’ultimo decreto Sicurezza, il governo lo giustificò con la necessità di prevenire i reati di piazza. Già allora giuristi, avvocati e organizzazioni per i diritti umani denunciarono l’incostituzionalità di una misura che consente di privare una persona della libertà senza che abbia commesso alcun reato.

A pochi mesi di distanza, però, il governo ritiene già insufficiente quella normativa e decide di estenderla ulteriormente.

Le forze dell’ordine potranno accompagnare nei locali di polizia, compresa quella municipale, persone considerate “pericolose” e trattenerle fino a dodici ore con il pretesto dell’identificazione.

Il tutto sulla base di criteri estremamente vaghi e discrezionali. Non più soltanto i partecipanti a una manifestazione, ma anche ragazzi e ragazze presenti nei luoghi della movida o in aree caratterizzate da «consistenti afflussi di persone».

Il messaggio è chiaro: la semplice appartenenza a determinate categorie sociali può diventare un indice di pericolosità.

La criminalizzazione dei giovani

Il nuovo disegno di legge si presenta formalmente come un provvedimento per la «prevenzione del disagio giovanile». In realtà, il suo impianto sembra muoversi nella direzione opposta: non affrontare le cause del disagio, ma gestirne gli effetti attraverso strumenti di polizia.

Il governo più anziano della storia repubblicana sceglie ancora una volta di leggere i problemi delle nuove generazioni in termini di ordine pubblico.

Disoccupazione, precarietà, povertà educativa, mancanza di spazi sociali, crisi abitativa, desertificazione dei servizi pubblici: nulla di tutto questo entra nel provvedimento.

Entrano invece i fermi preventivi, i divieti di aggregazione, le nuove aggravanti e l’ampliamento dei poteri di polizia. Ancora una volta una questione sociale viene trasformata in una questione penale.

L’invenzione delle “classi pericolose”

La categoria dei “maranza” è emblematica di questo meccanismo. Non esiste una definizione giuridica. Non esiste un’identificazione precisa. È una categoria mediatica e culturale che mescola giovani delle periferie, figli di immigrati, ragazzi poveri, culture giovanili percepite come estranee o minacciose.

Una parola nata nelle campagne mediatiche e finita, con impressionante rapidità, nell’agenda legislativa del governo.

La storia del controllo sociale ci insegna che ogni stagione politica costruisce le proprie “classi pericolose”. Nell’Ottocento erano i vagabondi e gli operai senza lavoro; nel Novecento gli anarchici, i sovversivi, i tossicodipendenti; oggi sono i migranti, gli attivisti e i giovani delle periferie. L’operazione politica è sempre la stessa: trasformare soggetti socialmente vulnerabili in problemi di sicurezza.

Giovani, poveri e migranti: tre bersagli in uno

La retorica sui “maranza” consente al governo di colpire contemporaneamente tre categorie: i giovani, descritti come portatori di devianza e violenza, i poveri, identificati come fattori di degrado urbano, I migranti e i figli dell’immigrazione, rappresentati come una minaccia culturale e identitaria.

Nel paese dell’inverno demografico e della crisi sociale, la risposta della politica continua a essere l’espansione dei poteri di polizia. Anziché investire in istruzione, servizi sociali, politiche giovanili e inclusione, si scelgono il controllo, la sorveglianza e la repressione.

Più arbitrio e meno garanzie

Il disegno di legge introduce inoltre nuove misure contro le cosiddette “bande giovanili”, consentendo al questore di emettere avvisi orali e limitazioni alla libertà di aggregazione nei confronti di persone ritenute potenzialmente responsabili di atti di vandalismo o violenza.

Ancora una volta non si interviene sui reati commessi, ma sulla presunta pericolosità delle persone, non si giudicano i fatti, ma i profili sociali. È la progressiva trasformazione del diritto penale del fatto in diritto penale dell’autore, una deriva che negli ultimi anni ha assunto dimensioni sempre più preoccupanti.

Una guerra contro le nuove generazioni

Questo nuovo disegno di legge rappresenta l’ennesimo capitolo di una vera e propria guerra politica e culturale contro le nuove generazioni.

Dall’anti-rave alle occupazioni scolastiche, dalle manifestazioni per il clima ai cortei per la Palestina, dai movimenti studenteschi alle periferie urbane, il filo conduttore è sempre lo stesso: costruire emergenze e rispondere con strumenti repressivi.

Ma i dati sulla criminalità raccontano un’altra storia. I reati continuano a diminuire e non esiste alcuna emergenza tale da giustificare l’ennesimo inasprimento delle norme sulla sicurezza.

Siamo di fronte, piuttosto, a un’operazione eminentemente politica e identitaria. Una strategia che produce consenso attraverso la costruzione di nuovi nemici e alimenta la convinzione che ogni problema sociale possa essere risolto con più polizia, più controlli e meno diritti. Dopo i migranti, gli attivisti e i manifestanti, il nuovo bersaglio sono i giovani delle periferie.

Ma nessun decreto sicurezza, per quanto repressivo, potrà cancellare le contraddizioni sociali che questo governo continua ostinatamente a trasformare in questioni di ordine pubblico.


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