Dieci attivisti internazionali, tra cui gli italiani Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, arrestati vicino a Sirte mentre tentavano di negoziare il passaggio degli aiuti verso Rafah. Una missione umanitaria trattata come un crimine
Dieci attivisti e attiviste del Global Sumud Land Convoy sono stati fermati nei pressi di Sirte dalle Forze Armate Arabe Libiche e dalle autorità della Libia orientale. La loro “colpa” sarebbe quella di aver attraversato la linea 5+5 per tentare una trattativa diretta e pacifica con le autorità locali, con l’obiettivo di permettere al convoglio umanitario di proseguire verso l’Egitto e raggiungere il valico di Rafah.
Tra loro ci sono anche due italiani: Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, pugliese residente in Piemonte. Con loro attivisti provenienti da Spagna, Polonia, Stati Uniti, Argentina, Uruguay, Portogallo e Tunisia. Nel gruppo ci sono anche due medici. Civili disarmati, impegnati in una missione umanitaria, ora trattenuti con l’accusa di immigrazione illegale.
Il convoglio trasporta case mobili, ambulanze, beni di prima necessità e personale specializzato: medici, psicologi, operatori umanitari. Non armi, non miliziani, non provocatori. Aiuti. Eppure ancora una volta la solidarietà verso Gaza viene fermata, criminalizzata, trasformata in questione di sicurezza.
Secondo quanto comunicato dalla Global Sumud Flotilla, i dieci delegati si erano offerti volontari per entrare nella zona di sicurezza e negoziare il passaggio del convoglio. L’ultima comunicazione risale alle 15:22 del 24 maggio, quando uno dei partecipanti ha riferito che il gruppo stava per essere trasferito su tre furgoni bianchi. Da allora non ci sono più stati contatti diretti.
Le notizie restano frammentarie. Fonti non ufficiali parlano di procedure di espulsione in corso. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che i due italiani sarebbero dovuti comparire davanti a un giudice, auspicando il loro ritorno in Italia. Ma non basta “augurarsi” nulla: il governo italiano deve pretendere immediatamente il rilascio dei propri cittadini e di tutti gli attivisti fermati.
La detenzione dei dieci delegati è priva di fondamento politico e morale. Il convoglio aveva già tentato due volte di aprire canali formali di negoziato: prima ricevendo promesse mai concretizzate, poi un rifiuto secco da parte di un ufficiale militare. Quando le vie ufficiali si sono chiuse, i delegati hanno tentato una mediazione diretta, in buona fede, per consentire il passaggio di aiuti destinati a una popolazione assediata.
Questo è il punto: mentre Gaza continua a essere strangolata, bombardata, affamata, chi prova a portare soccorso viene fermato, sequestrato, accusato. In mare come a terra, dalla Flotilla al Land Convoy, la solidarietà internazionale viene trattata come un reato.
La Global Sumud Flotilla chiede ai governi di tutto il mondo di intervenire per l’immediato rilascio degli attivisti. È una richiesta minima, urgente, necessaria. Perché quei dieci civili non devono essere processati, intimiditi o deportati come criminali. Devono essere liberati subito.
La loro missione è chiara: aprire un corridoio umanitario verso Gaza. Ed è proprio questa chiarezza a fare paura. Perché ogni convoglio, ogni barca, ogni delegazione che prova a rompere l’assedio smaschera l’ipocrisia dei governi che parlano di pace mentre lasciano morire un popolo sotto le bombe e sotto la fame.
IL COMUNICATO DIFFUSO DAL GLOBAL SUMUD FLOTILLA INTERNATIONAL
I partecipanti al convoglio globale di terra di SUMUD sono stati trattenuti in Libia orientale. Ieri pomeriggio hanno attraversato la zona di sicurezza 5+5 per negoziare un percorso sicuro per la nostra missione umanitaria a Gaza. L’ultimo contatto è stato alle 15:22 p.m. orario locale. Non si è più sentito da allora. I detenuti sono civili spagnoli, polacchi, statunitensi, argentini, uruguaiani, portoghesi, tunisini e italiani – medici e difensori dei diritti umani che si sono offerti volontari per consegnare aiuti e sostenere il popolo palestinese. Sono stati trattenuti da una forza di sicurezza affiliata alle Forze Armate Arabe della Libia (LAAF) e sono ancora detenuti dalle autorità orientali della Libia (GNS). Se sei di uno di questi paesi: contatta ora il tuo ministero degli esteri e richiedi il loro immediato rilascio.

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