Fakir, morto per soffocamento durante il fermo: sotto accusa la posizione prona


I consulenti della Procura indicano un’insufficienza respiratoria acuta alla base della morte del 42enne al Pilastro. Per l’avvocato Fabio Anselmo fu determinante il mantenimento a terra in posizione prona: «Una morte come quella di Riccardo Magherini». La difesa dei poliziotti attribuisce invece un ruolo centrale alla cocaina. La relazione definitiva è attesa entro il 21 ottobre.

Abderrahim Fakir è morto per una grave insufficienza respiratoria acuta su base ipossica. È questo il dato medico-legale fondamentale emerso dall’incontro del 2 ottobre tra i consulenti nominati dalla Procura di Bologna e quelli delle parti, chiamati a confrontarsi sui risultati dell’autopsia e degli esami tossicologici e istologici sul corpo del quarantaduenne morto il 19 luglio al Pilastro durante un intervento della polizia. La relazione definitiva non è stata ancora depositata e dovrebbe esserlo entro il 21 ottobre, ma quanto anticipato alle parti sposta inevitabilmente il centro dell’inchiesta sulla dinamica del contenimento, sul mantenimento di Fakir in posizione prona e sull’assistenza sanitaria ricevuta mentre si trovava in uno stato di forte agitazione.

È necessario essere precisi perché proprio sull’interpretazione delle risultanze medico-legali è già cominciato uno scontro molto netto. Fabio Anselmo, avvocato della famiglia, sostiene che la posizione prona abbia avuto un ruolo determinante nella morte e afferma che la cocaina non rappresenterebbe neppure una concausa: insieme allo stato di agitazione avrebbe aumentato il fabbisogno di ossigeno di un organismo che, immobilizzato a terra, non riusciva più a riceverne abbastanza. Gabriele Bordoni, difensore dei due poliziotti coinvolti nell’intervento, sostiene invece che il fattore centrale dell’ipossia sarebbe stato il consumo di cocaina, al quale attribuisce anche il sanguinamento alveolare riscontrato nei polmoni. Il legale riconosce che la posizione prona possa avere inciso sulla difficoltà respiratoria, ma contesta che sia stata la causa determinante del decesso. Anche il difensore dei quattro soccorritori attribuisce un ruolo all’insieme di posizione prona, agitazione psicomotoria e cocaina.

La prudenza sull’attribuzione delle responsabilità penali è quindi necessaria. Ma prudenza non significa neutralizzare ciò che sta emergendo. Il punto ormai difficilmente aggirabile è che Fakir non è morto semplicemente perché era «agitato» durante un controllo di polizia. È morto per una crisi respiratoria acuta e, tra i fattori che i consulenti stanno esaminando, compare la posizione nella quale venne mantenuto durante il contenimento. Sarà la relazione definitiva a stabilire con quale peso causale e sarà successivamente la magistratura a valutare le responsabilità individuali. È però precisamente su quei minuti trascorsi a terra che l’indagine deve ora concentrare la propria attenzione.

«Una morte come quella di Riccardo Magherini»

Fabio Anselmo ha utilizzato parole pesanti perché richiama una storia che conosce direttamente: «È una morte come quella di Riccardo Magherini». Secondo il legale, durante l’incontro tra i consulenti sarebbe stato richiamato espressamente proprio il caso dell’ex calciatore morto a Firenze nel marzo 2014 dopo essere stato immobilizzato a terra dai carabinieri. Anselmo sostiene che, dopo quella vicenda, il pericolo associato al mantenimento prolungato in posizione prona di una persona in forte agitazione non possa più essere considerato un rischio sconosciuto.

Il parallelo non deve essere utilizzato per anticipare una sentenza né per sovrapporre procedimenti giudiziari differenti. Serve però a porre una domanda molto più difficile da eludere: quante morti devono verificarsi durante pratiche di contenimento prima che il rischio respiratorio diventi parte inderogabile delle procedure operative?

La sequenza di quella mattina al Pilastro è stata in parte documentata dai telefoni dei residenti. Fakir era in forte stato di agitazione. Due poliziotti intervennero per immobilizzarlo e l’uomo venne mantenuto a terra durante le fasi del contenimento. La difesa degli agenti sostiene che dalle immagini risulterebbero due tentativi di girarlo su un fianco, ai quali Fakir avrebbe reagito, rendendo necessario riportarlo con il volto verso terra. Bordoni quantifica in circa tre-quattro minuti il periodo trascorso in quella posizione. È precisamente la compatibilità di quella modalità di contenimento con le condizioni fisiche dell’uomo che dovrà essere valutata alla luce degli accertamenti medico-legali.

Non basta quindi affermare che gli agenti dovessero intervenire. Nessuno contesta che una persona in forte agitazione possa rendere necessario un intervento. La domanda riguarda come quell’intervento viene eseguito, per quanto tempo una persona viene immobilizzata, quali segnali di sofferenza vengono riconosciuti e in quale momento la necessità di contenere deve cedere il passo alla necessità di salvaguardare la respirazione.

È esattamente qui che la vicenda Fakir smette di essere soltanto la ricostruzione di una mattina tragica e diventa una questione sulle procedure dello Stato.

Il corpo chiedeva ossigeno

La spiegazione proposta da Anselmo è semplice nella sua drammaticità. Fakir si trovava in una condizione nella quale il suo organismo aveva bisogno di una quantità crescente di ossigeno: l’agitazione psicomotoria e, secondo quanto riferito dal legale, anche la cocaina presente nel sangue aumentavano quel fabbisogno. Proprio in quella situazione, sostiene la famiglia, la posizione prona e la conseguente limitazione della capacità respiratoria avrebbero impedito all’organismo di ricevere l’ossigeno necessario.

«La causa è ipossia, la crisi respiratoria acuta», ha detto Anselmo a Radio Onda d’Urto, contestando che la cocaina possa essere trasformata nella spiegazione causale della morte. È un’interpretazione sulla quale la difesa dei poliziotti dissente radicalmente. Bordoni sostiene infatti che gli esami tossicologici indicherebbero un consumo significativo e attribuisce alla droga un ruolo centrale anche nel sanguinamento alveolare.

La distinzione non è secondaria. Stabilire che Fakir avesse assunto cocaina non stabilisce automaticamente perché sia morto. Il compito della medicina legale è precisamente ricostruire la catena causale: quali condizioni erano presenti, come hanno interagito e quale peso abbia avuto ciascuna di esse nel determinare l’insufficienza respiratoria fatale.

È un punto che dovrebbe essere elementare e che invece, ogni volta che una persona muore durante un intervento delle forze dell’ordine, rischia di scomparire dietro la biografia della vittima. Aveva assunto droga, era agitato, aveva problemi psichici, aveva precedenti, aveva reagito. Informazioni che possono essere rilevanti per ricostruire la dinamica, ma che non possono diventare scorciatoie attraverso le quali interrompere l’indagine sulla condotta di chi esercitava in quel momento il potere coercitivo dello Stato.

Anzi, se una persona è in una condizione di particolare vulnerabilità fisiologica, quella vulnerabilità rende ancora più importante la corretta gestione del contenimento. Lo Stato non incontra soltanto corpi sani, sobri, tranquilli e perfettamente collaborativi. Polizia e servizi di emergenza intervengono precisamente nelle situazioni più difficili, quando una persona può essere alterata, terrorizzata, intossicata, confusa o incapace di comprendere ciò che sta accadendo. Le procedure devono essere costruite per quelle situazioni, non per un individuo ideale che non esiste.

C’è anche una questione sanitaria

Gli elementi anticipati dai consulenti della Procura aprono inoltre un secondo fronte. Secondo quanto riferito da Anselmo e riportato dal Corriere di Bologna, gli esperti si sarebbero soffermati anche sulla necessità di un intervento medico di fronte a una persona in quelle condizioni. Nel procedimento sono coinvolti, oltre ai due poliziotti, quattro operatori della Croce Rossa; il fascicolo aperto dalla Procura riguarda l’ipotesi di omicidio colposo. Il legale dei soccorritori sostiene che i suoi assistiti siano potuti intervenire soltanto quando le condizioni di Fakir erano già parzialmente compromesse e che abbiano fatto quanto possibile per salvarlo.

Anche questo passaggio merita di essere sottratto alla logica semplicistica della ricerca immediata del singolo colpevole. Una persona in grave agitazione psicomotoria rappresenta contemporaneamente una questione di sicurezza e una possibile emergenza sanitaria. Il problema nasce quando la prima dimensione assorbe completamente la seconda e il corpo viene trattato principalmente come qualcosa da immobilizzare anziché come una persona le cui condizioni fisiologiche possono precipitare rapidamente.

È una delle questioni che attraversano molti casi di morti durante interventi coercitivi. Una crisi psichica, un’intossicazione o uno stato di agitazione vengono inizialmente affrontati attraverso la categoria dell’ordine pubblico. Arrivano gli agenti, si procede al contenimento fisico e soltanto successivamente la situazione viene riclassificata come emergenza sanitaria, magari quando il corpo ha già smesso di reagire.

Non sappiamo ancora se questa sequenza possa descrivere compiutamente ciò che è accaduto a Fakir. Saranno gli accertamenti a stabilirlo. Ma la domanda è ormai inevitabile: quando un corpo in agitazione smette di essere considerato un problema da controllare e comincia a essere riconosciuto come una persona da soccorrere?

Il problema della posizione prona era già conosciuto

È qui che il riferimento a Riccardo Magherini assume il suo significato più importante. Non perché permetta di dichiarare che Fakir sia morto esattamente nello stesso modo, ma perché impedisce di trattare il rischio connesso al contenimento in posizione prona come una scoperta successiva ai fatti.

La questione è conosciuta da anni. Una persona fortemente agitata, sottoposta a sforzo fisico e immobilizzata con il torace rivolto verso il terreno può trovarsi in una situazione nella quale la respirazione diventa progressivamente più difficile. Se esistono ulteriori fattori che aumentano il fabbisogno di ossigeno, il rischio può crescere ulteriormente. È proprio per questo che il tempo, la posizione del corpo e il monitoraggio delle condizioni della persona non sono dettagli operativi.

Se la relazione definitiva confermerà il peso causale attribuito alla posizione prona nelle anticipazioni emerse in queste ore, la questione non potrà essere ridotta all’errore eventualmente commesso da due operatori. Bisognerà chiedere quali siano le procedure insegnate agli agenti, quali indicazioni ricevano sui rischi respiratori, come vengano coordinati polizia e soccorritori durante un contenimento e chi abbia la responsabilità di interrompere una manovra quando la persona mostra segni di sofferenza.

Perché il problema dell’uso della forza non riguarda soltanto quanta forza venga utilizzata. Riguarda anche la capacità di riconoscere quando una tecnica apparentemente destinata soltanto a immobilizzare può trasformarsi in una condizione pericolosa per la vita.

Da Magherini a Fakir: ciò che non possiamo continuare a chiamare fatalità

La storia italiana degli ultimi decenni contiene troppi nomi di persone morte durante o dopo operazioni di contenimento perché ogni nuovo caso possa essere raccontato come se fosse il primo. Le vicende giudiziarie sono differenti, le dinamiche non sono sovrapponibili e le responsabilità devono essere sempre individualmente accertate. Ma proprio questa distinzione permette di porre una questione strutturale senza trasformarla in una generalizzazione giudiziaria.

Quando modalità operative simili producono ripetutamente interrogativi analoghi, il problema non è più soltanto stabilire chi abbia sbagliato in ciascun episodio. Occorre domandarsi se l’apparato abbia imparato dagli episodi precedenti.

Fabio Anselmo lo aveva detto già immediatamente dopo la morte di Fakir: temeva di rivedere un film già visto. Oggi, dopo il confronto tra i consulenti, richiama direttamente Riccardo Magherini. La relazione definitiva dirà quanto questa analogia sia fondata dal punto di vista medico-legale. Ma già adesso una cosa appare chiara: l’insufficienza respiratoria e la posizione prona sono entrate nel cuore dell’inchiesta.

Questo rende ancora più importante evitare che la discussione venga nuovamente deviata verso la condotta morale della persona morta. Fakir aveva assunto cocaina? Gli esami tossicologici contribuiranno a stabilirne quantità e rilevanza causale. Era agitato? Le immagini e le testimonianze lo documentano. Aveva opposto resistenza durante il contenimento? Anche questo dovrà essere valutato.

Ma nessuna di queste domande sostituisce quella principale: perché un uomo vivo all’inizio di un intervento di polizia è morto mentre veniva contenuto a terra?

Non basta dire che era agitato

Il caso Fakir interroga così una concezione molto più ampia della sicurezza. Negli ultimi anni abbiamo progressivamente affidato agli apparati di polizia la gestione di situazioni che spesso si trovano sul confine tra disagio sociale, sofferenza psichica, consumo di sostanze e ordine pubblico. In questa trasformazione la coercizione rischia di diventare il primo linguaggio attraverso il quale lo Stato incontra una persona in crisi.

È lo stesso nodo che abbiamo incontrato raccontando altri episodi: problemi differenti vengono tradotti nella categoria della sicurezza e, una volta compiuta questa traduzione, cambia anche l’istituzione chiamata a gestirli. Il disagio diventa comportamento pericoloso, la crisi diventa resistenza, il corpo diventa qualcosa da immobilizzare.

Non significa che la polizia possa sempre evitare di intervenire. Significa esattamente il contrario: proprio perché gli agenti intervengono in condizioni estreme devono possedere procedure, formazione e coordinamento sanitario capaci di impedire che il contenimento diventi esso stesso un fattore di morte.

Ed è qui che la vicenda di Fakir incontra il percorso nato in questi mesi al Pilastro e attorno alla campagna Lince occhi sugli abusi. La mobilitazione bolognese ha insistito sulla necessità di non separare ogni episodio dagli altri, non per dichiarare preventivamente identiche responsabilità, ma per interrogare le strutture che attraversano casi differenti: modalità del controllo, marginalizzazione, gestione coercitiva del disagio, possibilità di documentare gli interventi e difficoltà di accertare ciò che accade quando una persona si trova fisicamente nelle mani dello Stato.

Adesso servono tutte le risposte

La relazione dei consulenti della Procura dovrà essere depositata entro il 21 ottobre. Sarà quello il momento nel quale sarà possibile leggere integralmente le conclusioni medico-legali, senza affidarsi alle differenti interpretazioni anticipate dagli avvocati. Fino ad allora è necessario mantenere separate tre cose: il dato dell’insufficienza respiratoria acuta su base ipossica, che emerge dalle anticipazioni; il ruolo della posizione prona, sul quale i consulenti avrebbero formulato rilievi significativi; e la valutazione del peso causale della cocaina e degli altri fattori, sulla quale le parti stanno fornendo letture profondamente differenti.

Ma attendere la relazione non significa sospendere le domande. Bisogna stabilire quanto tempo Fakir sia rimasto in posizione prona, quale pressione sia stata esercitata sul suo corpo, quali segnali di sofferenza respiratoria fossero percepibili, quando sia stato richiesto l’intervento sanitario, perché non sia stato immediatamente coinvolto un medico e quali procedure operative siano state applicate. Bisogna ricostruire il coordinamento tra agenti e soccorritori e verificare se qualcuno, durante quei minuti, avrebbe potuto comprendere che l’uomo che stavano cercando di immobilizzare stava entrando in una crisi respiratoria.

Queste non sono domande contro la polizia. Sono le domande che devono essere poste ogni volta che una persona muore mentre è sottoposta alla forza dello Stato.

La responsabilità penale dei singoli verrà stabilita dalla magistratura. Ma esiste una responsabilità politica e istituzionale che non può essere rimandata alla sentenza definitiva: imparare dalle morti precedenti e modificare procedure capaci di produrre rischi conosciuti.

Riccardo Magherini morì nel 2014. Dodici anni dopo, il suo nome viene pronunciato durante una discussione medico-legale sulla morte di un altro uomo immobilizzato a terra.

Se la relazione definitiva confermerà che la posizione prona ebbe un ruolo determinante nella crisi ipossica di Abderrahim Fakir, non basterà più domandarsi chi abbia sbagliato quella mattina al Pilastro. Bisognerà spiegare perché, dopo tutto quello che è già accaduto, sia potuto accadere ancora.


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