Fa esplodere una moschea, poi si traveste da palestinese: l’Hasbara di Adi Karni


Il caso di Adi Karni raccontato dalla newsletter di Lavinia Marchetti: dalle demolizioni dell’esercito israeliano a Gaza al tour nelle scuole ebraiche italiane, fino al travestimento da palestinese davanti alla Columbia University. Quando chi ha partecipato alla distruzione e al genocidio pretende anche di controllarne il racconto.

Prima la divisa dell’esercito israeliano. Poi le aule delle scuole ebraiche di Roma e Milano. Infine una kefiah sulle spalle e una bandiera palestinese davanti alla Columbia University. Tre immagini apparentemente lontane che appartengono alla stessa persona e raccontano qualcosa che va molto oltre la sua biografia. È la storia di Adi Karni, ex militare israeliano, riportata dalla newsletter di Lavinia Marchetti: una parabola quasi perfetta della trasformazione della guerra materiale in guerra della narrazione.

Karni ha prestato servizio come sergente nel 603º battaglione del genio militare israeliano, reparto impegnato nelle operazioni a Gaza. Video e immagini attribuiti al militare sono stati raccolti e analizzati anche dalla Hind Rajab Foundation. In uno dei filmati, già richiamato nell’ottobre 2025 da Mai Indifferenti – Voci ebraiche per la pace e dal Laboratorio ebraico antirazzista, Karni compare con altri soldati prima della demolizione di una moschea. Nel video appare la scritta «Bye bye mosque», poi l’esplosione. La distruzione viene accolta dai militari come un momento da celebrare e immortalare.

Non è un dettaglio secondario. I luoghi di culto civili sono protetti dal diritto internazionale umanitario e possono perdere tale protezione soltanto in circostanze specifiche. Proprio per questo le due associazioni ebraiche antisioniste parlarono all’epoca di un «probabile crimine di guerra», contestando duramente la successiva scelta di invitare Karni nelle scuole italiane.

Perché il secondo capitolo della storia si svolge proprio in Italia.

Nell’autunno del 2025 Karni viene invitato negli istituti ebraici di Roma e Milano per raccontare agli studenti la propria esperienza della guerra a Gaza. Secondo la lettera pubblicata da Il Fatto Quotidiano, la presidente dell’UCEI era presente almeno a uno degli incontri. Mai Indifferenti e Laboratorio ebraico antirazzista scrissero alle Comunità ebraiche, ai dirigenti scolastici e all’UCEI denunciando quella che definirono esplicitamente «propaganda militare nelle scuole ebraiche». Alla loro richiesta di chiarimenti, riferirono successivamente, non arrivò risposta.

Il problema non era che un soldato raccontasse la propria esperienza. Era il dispositivo nel quale quella testimonianza veniva collocata. Un militare appartenente a un esercito impegnato nella devastazione di Gaza entrava in una scuola non per confrontarsi con altre testimonianze, non per rispondere criticamente delle proprie azioni, ma come soggetto legittimato a spiegare la guerra.

Karni disse agli studenti di aver incontrato a Gaza «solo odio». Secondo la denuncia delle associazioni, spiegò inoltre che l’esercito israeliano stava facendo «il lavoro sporco per voi». Nel frattempo nessun palestinese sedeva accanto a lui per raccontare cosa significasse quella stessa guerra vista dall’altra parte: vivere sotto le bombe, perdere la propria casa, vedere distrutto un ospedale, una scuola o una moschea.

La sproporzione non potrebbe essere più evidente. Chi possiede le armi possiede anche il microfono. Chi subisce la guerra deve lottare persino per ottenere il diritto di raccontarla.

Ma la storia di Adi Karni non finisce nelle scuole italiane.

Nell’agosto 2026 l’ex militare ricompare davanti alla Columbia University di New York insieme ad altri ex soldati legati a Frontline Advocates, organizzazione filoisraeliana che collabora su alcuni progetti con il ministero degli Esteri israeliano. Davanti agli ingressi dell’università viene allestito uno stand con una scritta inequivocabile: «We are IDF. We were in Gaza. Ask us anything». Siamo l’IDF. Siamo stati a Gaza. Chiedeteci qualsiasi cosa.

Questa volta, però, alcuni componenti del gruppo adottano una tecnica differente. Indossano kefiah, sventolano bandiere palestinesi e assumono l’aspetto dei manifestanti solidali con Gaza. Non per esprimere solidarietà, naturalmente, ma per avvicinare studenti e interlocutori che probabilmente non avrebbero accettato di parlare con un militante apertamente filoisraeliano. L’episodio è stato documentato da video circolati sui social e riportato dalla stampa universitaria statunitense.

Ed è proprio Karni a spiegare la logica dell’operazione. Interpellato sul travestimento, sostiene che le persone sarebbero più disposte ad ascoltarlo quando porta una kefiah piuttosto che quando si presenta come esponente dell’IDF. La provocazione contiene però qualcosa di ancora più significativo: nell’argomentazione attribuita a Karni, l’identità palestinese viene sovrapposta alla figura del militante di Hamas.

La kefiah diventa così un costume di scena. Un simbolo storico dell’identità e della resistenza palestinese viene indossato da chi ha prestato servizio nell’esercito occupante per rendere più credibile un inganno comunicativo.

È qui che la denuncia di Lavinia Marchetti coglie il nodo politico dell’intera vicenda.

Non siamo semplicemente davanti a una trovata provocatoria da campus universitario. È una delle forme contemporanee dell’Hasbara: non soltanto difendere l’operato dello Stato israeliano, ma intervenire sulle condizioni stesse attraverso cui quel conflitto viene raccontato, rappresentato e percepito.

La propaganda tradizionale afferma: questa è la nostra versione dei fatti. Questa operazione compie un passo ulteriore: assume l’identità dell’altro per costruire la scena nella quale quella versione dovrà apparire credibile.

Il palestinese non viene più soltanto silenziato. Viene impersonato.

Ed è difficile non vedere la violenza simbolica racchiusa in questa operazione. Dopo decenni nei quali la kefiah è stata il simbolo internazionale di un popolo sottoposto a occupazione, colonizzazione ed esilio, un ex militare dell’esercito occupante se ne appropria temporaneamente per fingersi appartenente proprio al campo politico delle persone contro le quali quell’esercito ha combattuto.

La metamorfosi è impressionante.

A Gaza la divisa. A Roma e Milano il ruolo del testimone autorevole. A New York la kefiah.

Prima si partecipa alle operazioni militari. Poi si raccontano quelle operazioni agli studenti. Infine si assume persino l’aspetto delle vittime per intervenire nella rappresentazione pubblica della loro causa.

Il punto non è Adi Karni come individuo. Sarebbe troppo facile ridurre tutto alla provocazione di un ex soldato. La questione è il sistema politico e comunicativo che rende possibile questa traiettoria e, soprattutto, la considera perfettamente normale.

Ed è qui che anche l’Italia entra nella storia.

Quando nell’ottobre 2025 Mai Indifferenti e Laboratorio ebraico antirazzista denunciarono la presenza di Karni nelle scuole ebraiche di Roma e Milano, posero una domanda elementare: quale valore educativo può avere presentare agli studenti un militare coinvolto in simili operazioni senza alcun contraddittorio sulla devastazione di Gaza? La domanda rimane attuale.

Non si tratta di impedire a qualcuno di parlare. Esattamente il contrario. Si tratta di domandare chi abbia diritto alla parola e in quali condizioni. Se entra nelle scuole il soldato che racconta di aver trovato «solo odio», perché non entra anche il medico palestinese che ha lavorato in un ospedale bombardato? Perché non lo studente che ha perduto l’università? Perché non il giornalista che ha documentato le macerie? Perché non chi ha visto la propria famiglia sfollata più volte?

È questo squilibrio a trasformare una testimonianza in propaganda.

La vicenda raccontata da Lavinia Marchetti possiede allora una forza che va oltre il singolo episodio. Mostra una delle caratteristiche più profonde del colonialismo: non gli basta controllare la terra. Cerca di controllare anche il racconto della terra conquistata. Non gli basta distruggere. Vuole stabilire come quella distruzione debba essere chiamata, interpretata e ricordata.

La Palestina viene così sottoposta a una doppia cancellazione. Quella materiale delle case, delle infrastrutture, dei campi, delle università e dei luoghi di culto; e quella simbolica della possibilità dei palestinesi di essere soggetti della propria storia.

Prima si parla al loro posto. Poi si indossano perfino i loro simboli.

La fotografia di Adi Karni con la kefiah davanti alla Columbia University finisce così per raccontare involontariamente molto più di quanto probabilmente volesse comunicare Frontline Advocates. Racconta un potere che, dopo avere imposto la propria forza militare, sente ancora il bisogno di appropriarsi dell’immagine dell’altro per vincere anche la battaglia della rappresentazione.

Dalla moschea che esplode alla kefiah indossata come travestimento corre dunque un unico filo. È il tentativo di rivendicare contemporaneamente il diritto di distruggere e quello di raccontare la distruzione.

Ed è precisamente qui che la frase conclusiva della denuncia di Lavinia Marchetti acquista tutto il suo significato politico: il colonialismo non devasta soltanto, non distrugge soltanto, non uccide soltanto. Pretende anche di scrivere la storia di ciò che ha fatto.


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