Circondato da focolai di guerra e dilaniato da un’economia fallimentare, l’Egitto si muove oggi su un crinale pericoloso. La repressione non è più solo una strategia politica, ma il collante ultimo di un sistema che vacilla
di Riccardo Renzi
Nel suo secondo decennio al potere, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi guida un Paese schiacciato da una crisi economica senza precedenti e impegnato su più fronti regionali instabili, tra Sudan, Libia e Gaza. Un potere fondato su una feroce repressione del dissenso interno e su una diplomazia affannata che tenta di evitare il declino della centralità geopolitica egiziana. Ma la fragilità del sistema economico, dominato dall’apparato militare, rischia di trasformare la crisi in una vera implosione nazionale.
L’Egitto del 2025 è stretto nella morsa di due crisi che si alimentano a vicenda: quella interna, segnata da un’economia allo stremo e da una sistematica repressione del dissenso, e quella esterna, dove la diplomazia del Cairo cerca faticosamente di contenere l’instabilità lungo i suoi confini meridionali e occidentali.
Human Rights Watch, nel suo rapporto annuale, fotografa un contesto allarmante: arresti arbitrari, torture, divieti di viaggio e congelamenti di beni colpiscono indistintamente attivisti, giornalisti, oppositori politici e perfino semplici manifestanti. Anche chi ha protestato pacificamente per la Palestina è finito in manette. Una strategia che, come sottolinea il vicedirettore MENA Bassam Khawaja, trasforma la crisi economica in un pretesto per un regime del terrore.
Le cause strutturali di questa implosione partono da lontano. L’economia egiziana resta intrappolata in un modello semi-centralizzato e inefficiente, segnato da un interventismo statale opaco e dominato dalle forze armate. L’inflazione è fuori controllo, il debito estero sfiora il collasso, l’accesso a beni primari come cibo ed elettricità si è drasticamente ridotto. Nel 2024, nonostante oltre 57 miliardi di dollari in aiuti internazionali, i fondi sono stati assorbiti da progetti infrastrutturali faraonici, spesso gestiti direttamente dall’esercito, senza alcun controllo o trasparenza.
Mentre Al-Sisi rafforza il pugno di ferro in patria, sul piano internazionale il Cairo cerca disperatamente di mantenere il suo status di attore imprescindibile tra Africa, Medio Oriente e Mediterraneo. Ma il quadro si fa sempre più complicato.
Il conflitto a Gaza ha drasticamente ridotto l’influenza egiziana nella questione israelo-palestinese, a favore di attori più assertivi come Qatar e Turchia. Nel frattempo, i due fronti più pericolosi si sono spostati a sud e a ovest: Sudan e Libia.
Nel primo caso, l’Egitto ha scelto di appoggiare apertamente l’esercito regolare sudanese contro le milizie delle RSF, supportate – direttamente o indirettamente – dagli Emirati Arabi Uniti. Una mossa dettata da una duplice necessità: contenere l’influenza turca sul Mar Rosso e impedire che il Sudan diventi un punto di accesso strategico per potenze rivali. Ma l’escalation si è fatta concreta quando, nel giugno 2025, le RSF hanno occupato un’area di confine (“il Triangolo”) penetrando presumibilmente anche in territorio egiziano. Il rischio di un conflitto diretto, finora evitato, è salito pericolosamente.
In Libia, invece, Il Cairo continua a sostenere Khalifa Haftar e il governo orientale di Tobruk, percepiti come unico baluardo contro l’espansionismo islamista di Tripoli e, soprattutto, contro la proiezione turca nella regione. Ma proprio questo sostegno rischia di innescare un effetto boomerang: le stesse milizie di Haftar sono sospettate di aver aiutato le RSF sudanesi. Una convergenza pericolosa, che potrebbe saldare i due conflitti in un fronte unico alle porte dell’Egitto.
Sul piano regionale, la rivalità con Abu Dhabi rappresenta forse la minaccia più sottovalutata. Gli Emirati stanno investendo massicciamente nel Sudan, sia per interesse agricolo che per l’accesso a risorse strategiche come oro e terre coltivabili. Il sostegno emiratino alle RSF ha esasperato le tensioni con Khartoum e con Il Cairo. Il coinvolgimento del Ciad come crocevia di traffici e rifornimenti, oltre alla cattura di mercenari colombiani emiratini nel Darfur, ha reso il quadro ancora più torbido.
Il punto critico per l’Egitto non è solo economico, ma strategico. La perdita di rilevanza nel conflitto israelo-palestinese, l’instabilità del Canale di Suez (dove il traffico è crollato a causa degli attacchi Houthi) e la pressione crescente ai confini rischiano di trasformare la tradizionale “rendita di posizione” egiziana in un boomerang.
L’incontro ad El Alamein tra Haftar e Burhan, promosso dal Cairo, è stato un disperato tentativo di disinnescare la saldatura tra le due crisi. Ma l’efficacia dell’iniziativa resta da dimostrare. All’orizzonte incombe anche la questione della diga etiope GERD, che pone Egitto e Sudan in una posizione di vulnerabilità rispetto all’approvvigionamento idrico del Nilo.
Lo scenario più probabile è la prosecuzione di un fragile status quo: autoritarismo interno, controllo militare sull’economia, diplomazia emergenziale. Ma ogni crisi ha un punto di rottura.
L’alternativa – oggi improbabile – sarebbe una riforma profonda: ridimensionamento del potere economico dell’esercito, liberalizzazione, trasparenza nella gestione delle risorse, apertura al pluralismo politico. Solo così Il Cairo potrebbe tornare a essere non solo il centro geografico, ma anche politico, dell’area.
Ma se la repressione proseguirà, e la crisi economica diventerà esplosiva, allora il ritorno della Fratellanza Musulmana – o di un nuovo movimento di protesta sociale – potrebbe aprire una nuova stagione rivoluzionaria. E stavolta, senza rete di salvataggio internazionale.
Circondato da focolai di guerra e dilaniato da un’economia fallimentare, l’Egitto si muove oggi su un crinale pericoloso. La repressione non è più solo una strategia politica, ma il collante ultimo di un sistema che vacilla. Al-Sisi può ancora negoziare il suo ruolo nel mosaico regionale, ma senza riforme reali e un cambio di passo interno, l’Egitto rischia di scivolare da potenza regionale a epicentro del prossimo grande collasso mediorientale.
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