di Michele Giorgio, Eliana Riva, Lina Ghassan Abu Zayed
Tregua a Gaza, Israele e Hamas firmano l’accordo. Ostaggi indietro, prigionieri fuori (ma non tutti), cessate il fuoco e ritiro parziale: la pace ora è una speranza ma resta lontana. Dopo 68mila morti, Trump detta il nuovo corso della diplomazia.
Il governo Netanyahu era riunito ieri sera per approvare l’accordo redatto e firmato qualche ora prima a Sharm El Sheikh, che, sulla base del Piano Trump, prevede nella prima fase un cessate il fuoco a Gaza, il rilascio lunedì, forse prima, di venti ostaggi israeliani vivi e il ritiro parziale delle forze israeliane dalla Striscia. Il ministro delle Finanze, l’ultranazionalista Bezalel Smotrich, ha annunciato che avrebbe votato contro, però l’intesa, già approvata da Hamas, appariva destinata a passare in ogni caso, anche senza i voti dei ministri dell’estrema destra, dando inizio della tregua. Grande la soddisfazione della Casa Bianca e di vari paesi occidentali e arabi. Enorme la felicità della popolazione di Gaza che ha atteso per troppo tempo la fine dell’offensiva israeliana che ha ucciso almeno 67 mila persone, in gran parte civili. Hanno festeggiato in strada per ore anche le famiglie degli ostaggi vivi e le migliaia di israeliani che le hanno sostenute in questi mesi.
Trump, che domenica dovrebbe essere in Israele e pronuncerà un discorso alla Knesset, ieri ha confermato di voler partecipare alla firma ufficiale in Egitto dell’accordo di tregua e di scambio di prigionieri. «Abbiamo messo fine alla guerra nella Striscia di Gaza… Con il punto di svolta di ieri (mercoledì) abbiamo creato una pace che spero possa essere duratura», ha detto il capo della Casa Bianca, ribadendo che la liberazione degli ostaggi a Gaza avverrà «lunedì o martedì». Ha inoltre previsto che «diversi grandi Paesi» della regione contribuiranno alla rinascita della Striscia.
«Gaza sarà ricostruita», ha assicurato, presentando l’intesa come una sua vittoria personale più che come un successo della diplomazia americana. Canta vittoria anche Benyamin Netanyahu. La portavoce del governo, Shosh Bedrosian, ha detto ai giornalisti che «fin dal primo giorno di questa guerra, il primo ministro ha definito tre obiettivi: il ritorno di tutti i nostri ostaggi, la sconfitta e lo smantellamento di Hamas e la garanzia che Gaza non rappresenti più una minaccia per Israele… Tutti gli obiettivi del primo ministro sono stati raggiunti».
Hamas, dal canto suo, ha ringraziato il presidente statunitense «per il suo impegno a favore della pace» e ha definito l’intesa raggiunta in Egitto come «la fine della guerra». Ha poi chiesto ai paesi garanti di «obbligare Israele a rispettare integralmente i termini stabiliti». Poche ore dopo, un portavoce del movimento ha accusato Tel Aviv di «manipolare le date e i passaggi concordati». Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, ha applaudito l’accordo, auspicando che esso rappresenti «un preludio a una soluzione politica sostenibile» e alla creazione di uno Stato palestinese nei confini del 1967.
Ieri sera, a Sharm el-Sheikh, riferivano i media locali, è stato risolto anche il nodo dei duemila prigionieri politici palestinesi che Israele dovrebbe scarcerare in cambio degli ostaggi – 250 condannati all’ergastolo e 1.700 presi a Gaza dopo il 7 ottobre 2023 – con un’intesa sui nomi di spicco richiesti da Hamas. Israele ha categoricamente escluso di poter liberare Marwan Barghouti, il “Mandela palestinese”, e altri capi o comandanti di organizzazioni e partiti legati alla Seconda Intifada.
Si festeggia in queste ore, ma l’accordo di cessate il fuoco mostra i suoi limiti. Trump parla di pace in tutto il Medio Oriente, ma poi concentra gran parte del suo impegno sull’attuazione della prima fase del piano, che pone al centro la liberazione degli ostaggi israeliani vivi in un unico lotto, come aveva promesso mesi fa alle loro famiglie.
La tregua a Gaza e la fine dei bombardamenti non sono la sua priorità, nonostante le enormi sofferenze inflitte ai civili palestinesi. Restano inoltre incerte le disposizioni per il ritiro dell’esercito israeliano fino alla «linea gialla» indicata dal piano americano. I militari israeliani usciranno dal centro di Gaza City e da alcune aree di Beit Lahiya, Jabaliya e Khan Yunis, ma altre città, come Rafah e Beit Hanoun, e il corridoio di Filadelfia sul confine con l’Egitto, rimarranno sotto il controllo dell’occupante e il loro destino sarà discusso in seguito. Osama Hamdan, uno dei dirigenti più importanti di Hamas, ha avvertito che «la liberazione degli ostaggi israeliani è condizionata all’effettivo ritiro dell’esercito israeliano». A sua volta, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha ribadito che il ritiro completo da Gaza «è condizionato al disarmo di Hamas… Hamas deve disarmarsi».
L’accordo non ha affrontato, né esplicitamente né implicitamente, i tempi di avvio dei negoziati sulla seconda fase, che dovrebbero partire subito dopo l’attuazione della prima. Il rischio di un fallimento e della ripresa dell’offensiva israeliana resta alto. Pesa come un macigno la questione del disarmo di Hamas, che potrebbe diventare il pretesto a cui si aggrapperà il governo Netanyahu per rilanciare la guerra.
Il governo di Gaza nel dopoguerra è un’altra delle mine, trascurate e irrisolte, che potrebbero esplodere facendo crollare tutto. Ieri la Francia ha ospitato un incontro con i rappresentanti di vari paesi, con l’Arabia saudita in testa, di fatto un’estensione dell’iniziativa franco-saudita a sostegno della soluzione dei due Stati, che ha portato quattro settimane fa alla Dichiarazione di New York a sostegno dello Stato di Palestina.
Sul tavolo c’era la proposta di Parigi per la formazione di una forza di sicurezza palestinese di circa 10.000 uomini, da addestrare sotto la supervisione internazionale e da dispiegare a Gaza. Tutti sanno che sarebbero uomini dell’Autorità nazionale palestinese, uno sviluppo che Israele respinge categoricamente. Tel Aviv ha criticato l’iniziativa e questo avrebbe indotto il Segretario di stato Rubio a tenersi lontano dalla riunione in Francia. Il governo Netanyahu insiste soprattutto sul fatto che Hamas non abbia alcun ruolo nel governo della Striscia. Al contrario, Hamas rifiuta qualsiasi ruolo straniero, affermando la propria disponibilità a rinunciare al controllo di Gaza, ma solo in favore di un governo tecnico palestinese con il sostegno arabo e islamico.
Nella Striscia si celebra la fortuna di essere vivi
«È tutto finito» ci scrivono da Gaza alle 6.30 del mattino. L’annuncio tanto atteso è arrivato: c’è un accordo, comincerà il cessate il fuoco.
I palestinesi della Striscia sono scesi per le strade, soprattutto i più giovani, tra canti e abbracci. I membri della protezione civile hanno organizzato un breve corteo per celebrare l’evento e la fortuna di essere ancora vivi. «Grazie a dio stiamo tutti bene», ci ha detto Suheila. Insieme alla sua famiglia, con anziani e bambini piccoli, ha lasciato Gaza City solo pochi giorni fa, all’inizio di ottobre.
HANNO RESISTITO il più possibile: «Siamo partiti solo quando sono arrivati fuori casa nostra». Prima di allora erano stati evacuati almeno quattro volte. Hanno montato la tenda tra la terra e i sassi di Deir al-Balah ma ora non vedono l’ora di tornare. «Speriamo che casa nostra sia ancora in piedi. È possibile, eravamo lì una settimana fa. Abbiamo bisogno di tornare a vivere. Io sono così stanca. Certi giorni non ho neanche la forza di parlare con mio figlio».
Tutti si stanno preparando a tornare. Non solo a Gaza City ma anche più al nord, dove la distruzione è totale. Ma l’esercito ha minacciato di utilizzare la forza contro i palestinesi che si mettono in viaggio. Ci sono diverse segnalazioni di attacchi e feriti lungo via al-Rashid.
Il Comitato nazionale per le ambulanze e le emergenze ha diffuso delle linee guida per chiunque decida di spostarsi in queste ore: attendere le istruzioni delle autorità ufficiali, assicurarsi che i soldati israeliani si siano ritirati dalle strade e dai sentieri, evitare assembramenti e affollamenti durante il ritorno. Le ambulanze si dispiegheranno lungo il percorso, per fornire assistenza a chi ne avesse bisogno, dalla città di al-Qarara, nel sud, fino alla rotonda di Nabulsi in via al-Rashid, a sud-ovest della città di Gaza.
UNA VOLTA RATIFICATO l’accordo, gli aiuti umanitari dovrebbero entrare attraverso cinque valichi lungo tutta la Striscia. Quello di Rafah dovrebbe rifornire immediatamente cibo e medicine agli ospedali e i profughi schiacciati a sud. Quattrocento camion giornalieri per i primi cinque giorni, secondo fonti egiziane. Il direttore del Programma alimentare mondiale, Cindy McCain, si è unito al segretario delle Nazioni unite, António Guterres, per chiedere l’apertura immediata dei valichi: «Dobbiamo agire ora per fornire cibo e assistenza salvavita. Non c’è tempo da perdere». A Gaza manca tutto. «Ci servono mezzi per spostare le macerie, così potremo cominciare a sistemare le cose da soli», ci ha spiegato Jamal.
I dubbi sul futuro non mancano, così come il timore che dopo il rilascio degli ostaggi Tel Aviv possa trovare un pretesto qualsiasi per ricominciare i bombardamenti. «Non ci fidiamo di Israele – ha continuato Jamal – E neanche degli Stati uniti, che lo hanno sempre protetto. Ma abbiamo altra scelta se non quella di sperare?» Gli attacchi israeliani, però, anche se diminuiti rispetto ai giorni scorsi, non si sono ancora fermati. Almeno 13 persone sono state uccise tra mercoledì e giovedì. Altri corpi sono stati estratti dalle macerie. Khan Younis è stata bombardata diverse volte ieri, con aerei e droni, così come al-Zaytoun e la scuola al-Yarmouk di Gaza City.
Appena è giunta la notizia dell’accordo tra Israele e Hamas, in Cisgiordania i coloni hanno dispiegato la propria «vendetta». È un copione che si ripete uguale ogni volta che sembra vicina la fine dei bombardamenti a Gaza o l’ingresso degli aiuti umanitari. Decine di coloni hanno occupato la città palestinese di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme est, piantando tende tra le case dei residenti. A Deir Jarir, un villaggio vicino Ramallah, mercoledì hanno ucciso un giovane di 26 anni e ferito altre tre persone. Altri gruppi hanno assalito coltivatori e pastori, razziando alberi e proprietà palestinesi, un colono ha tentato di investire dei bambini a Masafer Yatta.
L’ESERCITO ha effettuato incursioni e arresti in tutta la Cisgiordania occupata: Nablus, Hebron, Betlemme, Tulkarem. A Hebron, durante un raid, i militari israeliani hanno ferito tre ragazzini palestinesi di 14 e 16 anni. Su ordine del ministro suprematista ebraico, Itamar Ben Gvir, Israele ha arrestato presidente ed ex presidente dell’Unione delle società di beneficenza palestinesi. I soldati hanno fatto irruzione nella sede a Gerusalemme est occupata, impedendo lo svolgimento di un evento organizzato con il patrocinio dell’Autorità nazionale palestinese.
Quando finisce la guerra non inizia la pace, ma il silenzio
Quando le bombe smettono di cadere, il mondo presume che la guerra sia finita e la chiama pace. Ma a Gaza il silenzio che segue il bombardamento non è pace; è l’inizio di un confronto con il vero dolore. Un cessate il fuoco non significa la fine, significa semplicemente che il rumore si è placato, permettendo alla voce del dolore di farsi sentire.
Nel momento in cui viene dichiarata la calma, la memoria inizia a parlare. Il padre che ha perso suo figlio si sveglia ogni mattina con la sua immagine. La donna che ha detto addio al marito martire impara a parlare all’assenza stessa. Il bambino sopravvissuto porta negli occhi il ricordo di una casa ridotta in cenere.
LA FINE della guerra a Gaza non è una vittoria, è un risveglio doloroso. Apriamo gli occhi sulla portata della perdita e reimpariamo a vivere senza ciò per cui un tempo vivevamo. Le case distrutte non si ricostruiscono facilmente nel cuore e i volti scomparsi non possono essere sostituiti dal silenzio o dalle promesse di ricostruzione.
Questa fragile calma che aleggia sulle rovine è lo spazio in cui gli abitanti di Gaza si confrontano con se stessi, scoprendo che la sopravvivenza non è conforto, ma una nuova responsabilità. Vivere dopo tutto questo significa portare il dolore di coloro che non ce l’hanno fatta.
Così, quando il fuoco si spegne, non inizia la pace, ma le parole. Parole di cuori afflitti, ricordi pesanti e persone che cercano la loro strada in una città sfinita dalla perdita. A Gaza, la fine della guerra non è la fine; è l’inizio di un altro capitolo di sofferenza silenziosa, non meno dolorosa dei bombardamenti.
La ricostruzione non inizia con le pietre, ma con i cuori. Le case possono essere ricostruite, ma chi ricostruisce gli esseri umani che vi abitavano? Come può una madre, che trema ancora al rumore del vento perché le ricorda le esplosioni, sentirsi di nuovo al sicuro? A Gaza, le persone riparano non solo i muri, ma anche le anime frantumate dalla paura incessante.
I bambini, tuttavia, sono una storia che non finisce mai. Quelli che hanno imparato a contare al suono dei razzi invece che con i numeri sui loro quaderni, e che hanno capito l’assenza prima di poter capire il futuro. Ogni notte, un genitore si siede accanto a loro, promettendo che la vita tornerà a sorridere, ma i loro occhi rivelano ciò che non può essere detto: la paura che i loro figli crescano credendo che la guerra sia normale.
Al mattino, dopo la guerra, il caffè non ha più il suo solito aroma; l’aria si mescola con la polvere e la cenere. La gente cammina lentamente, con il pane in mano e il peso dei ricordi nel cuore. Si fermano davanti alle rovine delle loro case, toccando le pietre come se fossero i volti dei loro cari, raccogliendo foto dalle macerie come se raccogliessero i frammenti dei propri cuori.
E la sera il silenzio non è tranquillo, ma carico del clamore nascosto delle domande e del dolore. Ogni finestra chiusa sussurra una storia, ogni strada in rovina racchiude l’eco di passi che non torneranno mai più. In questo silenzio, le anime parlano più di quanto le persone potrebbero mai fare.
«La guerra è finita», dicevano. Ma nei cuori non è mai finita. Dopo che il mondo era piombato nel silenzio, la voce del dolore si levò dapprima sommessa, poi chiara, come se provenisse dalle profondità. Una madre siede sulla soglia di una casa ridotta in macerie, fissando la strada da cui suo figlio tornava ogni sera. Un tempo riconosceva il suono dei suoi passi prima ancora di vederlo, ma ora ogni passo che sente risveglia in lei la falsa speranza che sia tornato. Stringe a sé i suoi piccoli vestiti trovati tra le macerie, premendoli sul petto come se cercasse di recuperare il calore della vita dalle ceneri. Il mondo è silenzioso, ma dentro di lei infuria una guerra che non cesserà mai, una guerra tra la memoria e l’oblio, tra l’amore e la perdita.
In un’altra casa, una ragazza è seduta accanto a una porta che non è stata aperta dalla sua partenza. La sua ultima promessa era stata quella di aspettarlo dopo la guerra, ma la guerra è finita e tutto è tornato come prima, tranne lui. Ogni sera parla alla sua fotografia, chiedendogli com’è andata la sua giornata, raccontandogli della città che sembra strana senza la sua voce. Impara che l’assenza non guarisce, e che la solitudine non sta nel vuoto, ma nella presenza di una persona cara solo nei ricordi. Non lo ha perso una volta quando è stato martirizzato, ma lo perde ogni giorno quando si sveglia e non lo trova.
IL BAMBINO che è sopravvissuto da solo ora porta nei suoi occhi un’età superiore alla sua. La gente gli chiede il suo nome, ma lui rimane in silenzio, come se i nomi non avessero più alcun significato dopo che tutte le voci che lo chiamavano sono svanite. Cammina per le strade in rovina, alla ricerca di un volto familiare, di una mano che stringa la sua, di un abbraccio che gli restituisca un senso di sicurezza. A volte gioca tra le macerie, ma ogni risata porta con sé una scheggia di dolore. Piange raramente, forse perché le lacrime non bastano più per ciò che prova dentro.
Sì, la guerra è finita. Ma non ha lasciato i loro cuori. Vive ancora lì, nei dettagli di ogni giorno, negli sguardi, nel lungo silenzio prima di addormentarsi. A Gaza, la guerra non finisce con un cessate il fuoco; rimane dietro ogni sorriso spezzato, ogni cuore che cerca di reimparare a vivere dopo aver perso la vita stessa.
Ricordo la prima tregua annunciata nel gennaio 2025. La gente scese in strada per festeggiare, applaudendo e alzando la voce con gioia. Io, invece, piansi. Piansi con un dolore diverso dalle lacrime di sollievo, ma lacrime di oppressione.
Non sentivo che la guerra fosse finita; sentivo che ricominciava dentro di me. Vedevo negli occhi delle persone una speranza che non potevo raggiungere, ricordando la mia vecchia casa e la famiglia cancellata dall’esistenza, ricordando tutto ciò che si era fermato nella mia vita come se il tempo stesso si fosse congelato in quel primo momento di perdita. Mentre le voci si alzavano in segno di gioia, io sentivo solo il pesante silenzio che aleggiava tra le rovine del mio mondo interiore. Quel silenzio non può essere descritto, e non si può dire «La guerra è finita», perché sappiamo che non è ancora finita.
Eppure, continuo a credere che il cuore che ha pianto in profonda angoscia sia lo stesso cuore capace di risorgere dalle macerie. A Gaza, il dolore non finisce mai del tutto, ma impara a convivere con la vita. Portiamo con noi il nostro dolore non come un fardello, ma come prova che siamo ancora vivi.
Guardiamo il cielo ancora avvolto dal fumo, sussurrando dentro di noi: ricostruiremo. Non solo ciò che è stato distrutto intorno a noi, ma anche ciò che è stato spezzato dentro di noi. La vera pace, per noi, non è quando smettono di cadere le bombe, ma il giorno in cui potremo sorridere senza temere i ricordi.
*da il manifesto
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