di Renato Turturro
Dalle fabbriche alle strade: come le zone rosse, la frammentazione del lavoro e la sicurezza selettiva modellano la società e generano nuove forme di resistenza.
Le manifestazioni del potere possono essere cristallizzate nelle istituzioni o nelle organizzazioni formali, ma è nelle pratiche che esso circola. Non si ferma sugli individui ma viaggia attraverso gli individui e a seconda del loro posizionamento nella scala fondativa della società si esprime in livelli di intensità in base alle interazioni tra i gruppi.
Le zone rosse sono il dispositivo ambivalente del potere. I loro confini possono essere fisici come a Genova in questi giorni o a Udine e Bologna durante le partite che hanno coinvolto la nazionale di calcio israeliana e il Maccabi Tel Aviv, oppure immateriali, come nel caso dei quartieri e dei territori definiti ad “alta vulnerabilità sociale” dal decreto Caivano (niente di nuovo rispetto ai Decreti a firma Minniti ovvero Partito Democratico).
Può essere barriera o filtro, lo scopo è preservare i suoi altari sacri, allontanare i soggetti sgraditi e le soggettività che potrebbero rompere la sua circolazione e la sua amplificazione, evitare il contatto tra esse e chi si trova nella posizione sociale di prendere decisioni.
Gli operai dell’ex Ilva, con gli stessi mezzi di produzione con cui hanno prodotto ricchezza non collettivizzata e come le statistiche ci dicono, ci muoiono, uccisi dal profitto, hanno divelto le barriere dietro le quali si nascondono gli individui che maneggiano il potere.
Il palazzo in questo caso, o il piazzale di una ditta sfruttatrice, appalto del subappalto di una catena infinita di ditte che rende sempre più invisibile la testa, il committente, dove vengono bastonati da sgherri e titolari gli operai in sciopero per chiedere il semplice rispetto di un contratto e delle leggi (vedi Forlì luglio 2025 – lotta operai Gruppo 8), sono i confini definiti da chi detta queste regole. Le detta, fa scrivere e poi ha il potere arrogante di violarle.
A questo si aggiunge la frammentazione, il depauperamento e il controllo politico degli organi di vigilanza, dove i metodi e le pratiche costruiti storicamente insieme agli operai nei cicli di lotta degli anni ’60 sono stati tombati in cambio di una nuova scienza filoaziendale.
Nel mondo del lavoro i dispositivi di potere sono molteplici. Si nascondono nelle leggi spezzettate e nella contrattualistica, nei macchinari manomessi per mantenere il regime produttivo e nell’ organizzazione aziendale che determina le dinamiche intraoperaie, dove chi resta subordinato al potere ricava piccoli vantaggi, perché è la paura della fame di domani che ci incatena e fa rinunciare al salto della liberazione.
Questa condizione però produce corpi ammalati, menti devastate, paure e isolamento, abuso di farmaci e droghe, lacerazioni sociali. A 70 anni sulle impalcature per costruire un capriccio di qualcuno, sotto le putrelle di una qualche azienda per disciplinare ed educare all’ obbedienza, inghiottiti da un orditoio, ignorati da un medico, messi a tacere per qualche strana strategia sindacale.
Potere e sicurezza nascono ed evolvono insieme. Bisogna avere il coraggio di scegliere di occuparne il campo ridefinendo e declinando materialmente il loro scopo. Potere di destituire la sopraffazione e il profitto, potere di costruire relazioni e una società che faccia gli interessi delle soggettività escluse o sfruttate, potere di costruire la sicurezza sociale ed economica, potere di non cadere negli inganni ecologici.
È nel tentativo di creare alleanze sociali, nella ricerca del loro punto in comune di rottura col potere costituito, tra gli esclusi dalle zone rosse che va trovata la leva che ha accesso i motori a quel movimento che si è intravisto negli scioperi e nei cortei di questi mesi, dove chi vive da decenni le zone rosse, i/le palestinesi, ci ha posto di fronte all’ immagine di noi stessi, al momento ancora subordinati, con i nostri piccoli vantaggi e i nostri occhi che non guardano al nostro compagno di condizione, ma vedono con gli occhi del padrone, che può essere un’ amministratore delegato, una società, una finta cooperativa o un loro prestanome politico.
Le statali bloccate, le ruspe, le occupazioni, i campi profughi e i furti di un rolex in centro hanno molte più cose in comune di quello che qualcuno vorrebbe farci credere.
Le domande sono nella realtà, le risposte nella rabbia della realtà delle cose.
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