Disobbedienza, sabotaggio, resistenza

Torino, Askatasuna, pacchetto sicurezza: non cronaca, ma prova generale. Una riflessione per uscire dalla contabilità morale sugli scontri e guardare la macchina sicuritaria: legge, repressione, nemico interno. Tre parole chiave per attraversare il presente: Disobbedienza, Sabotaggio, Resistenza.

Negli ultimi giorni due eventi, apparentemente distinti, si sono sovrapposti fino a diventare un’unica fotografia: la gestione repressiva di Torino attorno ad Askatasuna e l’approvazione dell’ennesimo pacchetto sicurezza. Da una parte la norma, dall’altra il manganello. Da una parte la retorica della tutela, dall’altra la militarizzazione di un quartiere. Da una parte la promessa di ordine, dall’altra la costruzione del nemico interno.

È dentro questa settimana — dentro questa soglia — che nasce il saggio a cura di Italo Di Sabato, coordinatore dell’Osservatorio Repressione, che pubblichiamo oggi in formato PDF.

Non è un testo scritto per alimentare il dibattito sugli scontri, né per entrare nella solita contabilità morale che divide ogni piazza tra “buoni” e “cattivi”. Al contrario: parte da una scelta semplice e necessaria. Sottrarsi alla superficie della scena e guardare la macchina. Guardare come la legge si trasforma in manganello, come la morale si trasforma in polizia, come la sicurezza diventa un dispositivo di governo capace di produrre gerarchie, isolamento, paura.

Il pacchetto sicurezza non è un incidente. È la forma politica di una crisi. È la risposta di un potere che non sa più garantire futuro e allora garantisce controllo; che non redistribuisce e allora punisce; che non integra e allora seleziona; che non convince e allora reprime. È il consolidarsi di un paradigma che non riguarda soltanto l’Italia: una convergenza transnazionale tra politiche migratorie, ordine pubblico e controllo sociale, in cui la repressione non è un errore ma un’infrastruttura.

In questo quadro, Torino non è un caso locale. È un frammento di tendenza. Non è solo un conflitto su uno spazio: è un conflitto su un modello di città e su un modello di società. Ed è la dimostrazione di un punto decisivo: la repressione non arriva perché una piazza è “cattiva”. Arriva quando una piazza, un luogo, una rete, una storia diventano ingovernabili perché producono continuità e autonomia.

Da qui tre parole chiave, che nel saggio non sono slogan né identità militanti: Disobbedienza, Sabotaggio, Resistenza. Tre movimenti necessari per sottrarsi alla macchina sicuritaria e per costruire forme autonome di lotta e di vita. Tre movimenti che il testo ricompone in una grammatica del conflitto: sottrarsi, inceppare, durare.

Il saggio attraversa anche esperienze che mostrano cosa significa resistere nella durata: la storia del movimento No Tav e la sua capacità di radicamento e alleanze, le pratiche di solidarietà e mutuo soccorso nate nelle lotte urbane di Minneapolis, la dimensione transnazionale di esperienze come la Global Sumud Flotilla.

Quello che pubblichiamo è dunque un testo che prova a nominare il presente senza farsi catturare dal suo lessico. Un saggio che non chiede innocenza, non difende compatibilità, non propone pacificazioni. Prova invece a indicare una direzione politica: rompere il frame della sicurezza e ricostruire un terreno comune capace di non farsi governare dalla paura, di non farsi dividere dalla morale, di non farsi schiacciare dalla legge-manganello.

Il PDF è scaricabile e liberamente diffondibile.

Perché in un’epoca in cui la distopia sicuritaria non è il futuro ma il presente, non basta capire.

Bisogna disobbedire, sabotare, resistere.

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