Difesa Channel: la propaganda di guerra diventa intrattenimento


Il ministero di Crosetto prepara una piattaforma televisiva per promuovere le Forze armate: non informazione pubblica, ma normalizzazione culturale del militarismo, marketing della divisa e pedagogia dell’obbedienza

C’è un salto di qualità nella costruzione dell’Italia armata, disciplinata, addestrata a pensarsi dentro la guerra. Non basta più aumentare le spese militari, non basta trasformare la scuola in terreno di reclutamento simbolico, non basta portare generali, divise e retorica patriottica nei luoghi della formazione. Ora il ministero della Difesa pensa anche a una propria piattaforma televisiva: una sorta di Netflix militare, una vetrina permanente delle Forze armate, un canale pensato per rendere familiare, desiderabile, persino accattivante, l’universo della guerra.

Si chiamerà ZMC+, dentro il progetto “Zona Militare Club”, e nascerà attraverso Difesa Servizi, la società in house del ministero guidato da Guido Crosetto. Il bando parla chiaro: una piattaforma Tv/Ott dedicata al mondo della Difesa, con contenuti live e on demand, fruibile su televisioni connesse, web, desktop e mobile. Un prodotto commerciale, certo, fondato su abbonamenti, pubblicità, sponsorizzazioni e servizi digitali. Ma soprattutto un dispositivo culturale.

Perché dietro la formula apparentemente neutra della “promozione della cultura della Difesa” si intravede qualcosa di molto più inquietante: la trasformazione della guerra in linguaggio quotidiano, della divisa in brand, dell’apparato militare in prodotto da consumare. Non si tratta solo di vendere gadget, abbigliamento o accessori con marchi delle Forze armate. Si tratta di costruire immaginario. Di entrare nelle case, nei telefoni, nelle abitudini visive, nel tempo libero. Di fare della militarizzazione non più un’eccezione, ma un paesaggio normale.

Il punto politico è questo: mentre il Paese viene spinto dentro una nuova stagione di riarmo, mentre l’Europa si prepara a spendere centinaia di miliardi in armi, mentre ogni conflitto viene raccontato come inevitabile e ogni dissenso come irresponsabilità, il governo lavora anche sul terreno dell’educazione emotiva. Vuole abituare la popolazione alla guerra prima ancora che alla guerra dichiarata. Vuole produrre consenso, identificazione, obbedienza.

La piattaforma della Difesa non nasce nel vuoto. Nasce dentro un clima in cui il militarismo viene presentato come valore civile, la sicurezza come fede nazionale, l’esercito come modello pedagogico, la disciplina come cura dei conflitti sociali. È la stessa logica che porta le Forze armate nelle scuole, che celebra la divisa come orizzonte morale, che sostituisce la cultura costituzionale della pace con la cultura dell’ordine, della forza, della gerarchia.

E allora bisogna chiamare le cose con il loro nome. Difesa Channel non è un innocuo esperimento televisivo. È propaganda istituzionale. È marketing militare. È una macchina di normalizzazione della guerra. È il tentativo di rendere spettacolare ciò che dovrebbe inquietare, familiare ciò che dovrebbe essere discusso, seducente ciò che dovrebbe essere sottoposto a controllo democratico.

In un Paese in cui mancano fondi per scuola, sanità, trasporti, casa, salari e welfare, si trova invece il tempo per costruire piattaforme, marchi, format e contenuti dedicati alla promozione dell’apparato militare. È il segno dei tempi: meno diritti sociali, più pedagogia della caserma; meno democrazia, più obbedienza; meno pace, più guerra raccontata come intrattenimento.

La Costituzione italiana ripudia la guerra. Il governo, invece, sembra volerla rendere una serie tv.


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