Difendere la Terra non è un crimine


Il report Diritto non crimine: la repressione degli ecoattivisti, la criminalizzazione del conflitto e il diritto costituzionale a difendere ambiente e territori ai tempi dei decreti sicurezza.


CONFLITTO E RESISTENZA. IL SALE DELLA TERRA

Il conflitto è il fondamento della democrazia, ne costituisce l’essenza, la rende viva, altrimenti

“la vita pubblica s’addormenta” e “diventa apparente” (Luxemburg); con la mobilitazione e l’attivismo che reca con sé sconfigge lapatia, la passività, favorendo la partecipazione, che della democrazia è il cuore.

[…] La Costituzione disegna una democrazia conflittuale, che esprime il conflitto,

 lo riconosce, e si proietta verso la trasformazione della società.

È grazie ai conflitti che nascono i diritti, si esercitano e si preservano.

Alessandra Algostino, Questo libro è illegale, Altreconomia, 2025. Milano

Eppure i più avveduti lo avevano avvertito da tempo: con determinazione, governi di diverso colore e schieramento, in questo Paese, hanno perseguito un unico disegno: restringere, prima, e chiudere poi ogni spazio di conflitto. Ci sono riusciti. A loro dire, i governanti sarebbero stati costretti a ricorrere a una successione di decreti-legge che, pur con finalità di volta in volta diverse, avevano tutti un obiettivo dichiarato: garantire la sicurezza dei cittadini. Il meccanismo è noto. Accrescere la paura, alimentare l’insicurezza, perché — come scriveva Leonardo Sciascia nel 1982 — «la sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini». Far credere che un futuro migliore passi attraverso misure restrittive, divieti, obblighi e doveri; attraverso emergenze che, per definizione temporanee, non sono mai finite.

Di emergenza in emergenza, di decreto sicurezza in decreto sicurezza, da almeno quarant’anni vengono minate le fondamenta della Carta costituzionale del 1947: il punto più alto di mediazione tra interessi legittimi rappresentati dalle forze politiche di allora, di cui oggi sembra essersi persa ogni traccia. Ogni emergenza e ogni decreto che ne è seguito non sono stati altro che il segno dell’incapacità — allora come oggi, ancor più oggi — di dare risposte alle condizioni di vita sempre più precarie e, queste sì, sempre più insicure di donne e uomini, e in ultima istanza allo stato del mondo che abitiamo. In questo quadro si colloca il presente report. Un lavoro che, come emerge con chiarezza dal contributo di Livio Pepino, non può che porsi l’obiettivo di contrastare la violenza delle leggi e dei comportamenti di chi è chiamato ad applicarle, riaffermando un fondamento essenziale della democrazia: il diritto al conflitto e il diritto, costituzionalmente garantito, a resistere. Gli ecoattivisti, del resto, hanno sperimentato in questi anni un repertorio repressivo sempre più ampio: fogli di via, daspo, sanzioni amministrative, procedimenti penali. Misure che vengono adottate contro chi esercita forme di opposizione non violenta, animate dal tentativo di prendersi cura di una Terra segnata da genocidi, disastri ambientali, diseguaglianze, sfruttamento e politiche predatorie che distruggono ecosistemi e popolazioni.

Per chi è responsabile di tutto questo, le democrazie occidentali — così come sono sopravvissute alla Seconda guerra mondiale — rappresentano, per ciò che ne rimane, un fastidio di cui liberarsi. Le Carte internazionali dei diritti vengono calpestate e denigrate; la forza diventa l’unica unità di misura. Se la pace viene pensata come il prodotto delle politiche di deterrenza e di logiche di dominio contrapposte, non vi è alcuna ragione perché i diritti continuino ad avere un significato.

Delegittimare e criminalizzare chi si oppone diventa una necessità sistemica. Già nella prima edizione di questo report, nel 2025, segnalavamo come in diversi ambiti della cooperazione di polizia internazionale gli attivisti ambientali venissero definiti “ecoterroristi”. Un’espressione che rivela tutta l’arroganza di un potere incapace di tollerare forme di opposizione che si affidano unicamente ai corpi e alla disobbedienza civile.

Le diverse espressioni del movimento degli ecoattivisti hanno maturato, nell’ultimo anno, una consapevolezza nuova. Non è possibile agire da soli. È necessario contrastare le guerre. È necessario stare al fianco della Palestina, perché il genocidio di un popolo non è più o meno criminale del genocidio della Terra e dei suoi abitanti. Siamo, oggi, tra Gaia e Gaza.

Diventa allora indispensabile interrogarsi su come e con quali strumenti non abbandonare il conflitto — o meglio, i conflitti — che costituiscono la spina dorsale della storia e innervano le forme di organizzazione sociale, mentre il diritto ne rappresenta il precipitato. Chi rifiuta il conflitto, infatti, non fa che difendere lo status quo e le relazioni di dominio esistenti.

Infine, come attivisti ambientali, dovremmo porci — e porre — una domanda radicale: è possibile costruire una geografia e un calendario, un’eruzione spazio-temporale, in cui un’altra logica di produzione e di relazione con la natura permetta — attenzione: permetta, non necessariamente crei — nuove forme di relazione tra gli esseri viventi, riconoscendo la natura come il tutto di cui l’umanità è soltanto una parte?

Per costruire nuove forme di relazione, per la ripresa del conflitto, agito nelle forme che ciascuno riterrà più opportune, è indispensabile che tutte le leggi e i decreti, tutte, emanate da governi di centro sinistra, centro destra o di destra, siano abolite per ridisegnare mappe, percorsi, relazioni, e possibilità. Per arginare e chissà forse, un tempo, porre fine a quanto questi tempi ci propongono tra genocidi e guerre genocidarie, tra devastazioni ambientali ed ecocidi che hanno un comun denominatore: l’agire dei potenti, l’agire degli uomini.


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