A venticinque anni dal G8 di Genova e quindici dall’uscita del film di Daniele Vicari, il ritorno nelle sale di Diaz ci costringe a fare i conti con un mondo in cui lo stato di eccezione è diventato normalità
A venticinque anni dai tragici fatti della scuola Diaz durante il G8 di Genova, Fandango riporta nelle sale cinematografiche Diaz – Don’t Clean Up This Blood di Daniele Vicari come evento speciale il 15, 16 e 17 giugno 2026.
Uscito nel 2012, vincitore del Premio del Pubblico alla Berlinale, di quattro David di Donatello e tre Nastri d’Argento, Diaz è considerato unanimemente uno dei film più importanti del cinema civile e di denuncia italiano. Attraverso una ricostruzione rigorosa e senza sconti, racconta l’irruzione della polizia nella scuola Diaz durante il G8 del luglio 2001 e la sistematica sospensione dei diritti che caratterizzò quelle giornate, diventate uno spartiacque nella storia politica e culturale del Paese.
Interpretato da Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich ed Elio Germano, il film rappresenta ancora oggi una delle più potenti narrazioni cinematografiche di ciò che accadde a Genova. Per molti è un’opera imprescindibile, capace di aprire uno squarcio su una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana recente.
Quando Diaz uscì nelle sale, nel 2012, il G8 di Genova apparteneva ancora alla dimensione della verità giudiziaria. I processi erano in corso o si stavano concludendo e per la prima volta nella storia italiana decine di appartenenti alle forze dell’ordine sarebbero stati riconosciuti responsabili di violenze, falsificazioni di prove, arresti illegali e violazioni dei diritti fondamentali.
Il film di Vicari arrivava dentro quel passaggio storico. Era un’opera che contribuiva a rompere il silenzio e a restituire alla società italiana immagini e testimonianze che una parte consistente del sistema politico e mediatico aveva cercato di minimizzare o rimuovere. La Diaz, Bolzaneto, l’uccisione di Carlo Giuliani erano ancora percepite da molti come ferite aperte ma circoscritte, come una drammatica anomalia dentro un sistema democratico che, seppur lentamente, stava cercando di fare i conti con se stesso.
Oggi il significato di quel film è cambiato. Non riguarda più soltanto ciò che accadde nelle strade di Genova o dentro la scuola Diaz. Riguarda il mondo in cui viviamo.
Per anni si è pensato che quelle giornate rappresentassero una sospensione temporanea dello Stato di diritto. Una parentesi eccezionale. Una deviazione destinata a essere corretta dal funzionamento delle istituzioni democratiche. Ma il tempo trascorso ci consegna una lettura diversa.
Oggi sappiamo che lo stato di eccezione non coincide con Genova 2001. Genova è stata piuttosto uno dei primi laboratori in cui si sono manifestate trasformazioni che avrebbero segnato profondamente il nuovo secolo.
Dopo l’11 settembre 2001 la politica occidentale è stata progressivamente attraversata da una logica emergenziale permanente. La guerra al terrorismo, le legislazioni speciali, l’espansione dei poteri di polizia, la sorveglianza tecnologica, la militarizzazione dello spazio pubblico, la criminalizzazione del dissenso e la progressiva erosione delle garanzie costituzionali hanno smesso di apparire misure straordinarie per diventare componenti ordinarie del governo delle società contemporanee.
La sospensione dei diritti non si presenta più come un incidente della democrazia. Sempre più spesso ne costituisce una modalità di funzionamento.
Per questo Diaz è forse più comprensibile oggi di quanto non fosse nel 2012.
Allora guardavamo quei fatti come spettatori di una tragedia recente. Oggi li osserviamo sapendo che molte delle dinamiche raccontate dal film fanno parte della nostra esperienza quotidiana. Le zone rosse, i dispositivi di sorveglianza, le misure preventive, le limitazioni del diritto di manifestare, la costruzione del dissenso come problema di sicurezza, l’espansione dei poteri amministrativi e polizieschi non appartengono più soltanto alla memoria del G8.
Sono diventati elementi strutturali del presente.
In questo senso il film di Vicari ha assunto un valore che supera la ricostruzione storica. Non è soltanto il racconto di ciò che è accaduto. È la rappresentazione di un passaggio d’epoca.
La violenza della Diaz non fu soltanto una violenza fisica. Fu un messaggio politico. Segnalava che il conflitto sociale stava cessando di essere considerato una componente fisiologica della democrazia per essere trattato come una minaccia all’ordine da neutralizzare.
A distanza di venticinque anni, ciò che colpisce non è soltanto la brutalità delle immagini, ma la loro familiarità.
Viviamo in un tempo segnato da guerre permanenti, stati di emergenza ricorrenti, tecnologie di controllo sempre più invasive, espansione delle logiche sicuritarie e progressiva riduzione degli spazi di dissenso. La paura è diventata una delle principali categorie della politica istituzionale. L’emergenza è diventata metodo di governo.
Per questo il ritorno di Diaz nelle sale non dovrebbe essere letto come un’operazione nostalgica o commemorativa.
È un’occasione per interrogarsi su ciò che resta della democrazia quando la sicurezza diventa il criterio dominante dell’azione pubblica. È un invito a guardare Genova non come un capitolo chiuso della storia italiana, ma come una chiave di lettura del presente.
Lo aveva intuito lo stesso Daniele Vicari quando ha affermato che oggi il suo film parla dei mali di questo Paese più di quanto non facesse al momento della sua uscita.
Forse perché, a distanza di venticinque anni, non siamo più davanti all’eccezione che scandalizzava le coscienze. Siamo dentro un mondo che ha imparato a convivere con l’eccezione, ad accettarla, a normalizzarla.
Ed è proprio per questo che Diaz continua a essere un film necessario.
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