Deportazioni verso l’Africa e sfida ai giudici: l’America di Trump oltre lo Stato di diritto

Photo REUTERS/Tim Evans

Migranti trasferiti nella Repubblica Centrafricana e un palestinese di 77 anni arrestato due volte nonostante l’ordine di liberazione di un giudice. L’ICE accelera sulla linea dura mentre crescono le accuse di abuso di potere e violazione dei diritti fondamentali.

L’amministrazione di Donald Trump sta spingendo sempre più avanti i confini della propria offensiva contro i migranti. Da una parte la deportazione di persone verso Paesi terzi poveri e instabili, dall’altra il tentativo di espellere un anziano palestinese nonostante un esplicito ordine contrario di un tribunale federale. Due vicende apparentemente diverse che raccontano però la stessa realtà: una politica migratoria sempre più aggressiva, disposta a piegare garanzie giuridiche e diritti fondamentali in nome della deterrenza.

Secondo informazioni raccolte da Reuters, Washington sarebbe pronta a trasferire decine di migranti nella Repubblica Centrafricana, uno dei Paesi più poveri e fragili del pianeta. Un primo volo potrebbe partire a breve con circa venti persone a bordo, tra cui cittadini iraniani, siriani, afghani e turchi. L’operazione si inserisce nella strategia ormai consolidata dell’esternalizzazione delle deportazioni: quando il rimpatrio diretto risulta complesso o politicamente problematico, i migranti vengono trasferiti in Stati terzi disposti ad accoglierli.

Tra i casi più delicati figurano due donne iraniane. Una si è convertita al cristianesimo, l’altra è un’attivista dell’opposizione. Entrambe avevano chiesto asilo negli Stati Uniti e avevano ottenuto forme di protezione contro il rimpatrio. Nonostante questo rischiano ora di essere spedite in un Paese che non ha alcun legame con la loro storia personale e dove il loro futuro appare del tutto incerto. La scelta della Repubblica Centrafricana solleva interrogativi enormi. Pur avendo conosciuto negli ultimi anni una relativa riduzione delle ostilità, il Paese resta segnato da decenni di guerre civili, colpi di Stato, violenze armate e povertà estrema. I dettagli dell’accordo tra Washington e Bangui restano opachi. Non è chiaro quali garanzie verranno offerte ai deportati né quale sarà il loro destino nel medio periodo. Secondo alcune fonti, il numero delle persone trasferite potrebbe crescere rapidamente fino a raggiungere le centinaia.

Parallelamente emerge un’altra vicenda che sta provocando indignazione negli Stati Uniti. Protagonista è Akram Mahmoud Omar, palestinese di 77 anni residente legalmente nel Paese dal 1975. Arrestato dall’ICE nell’ottobre scorso durante un controllo amministrativo di routine, Omar è stato rinchiuso per sette mesi nel famigerato Camp 57, all’interno del carcere statale di Angola, in Louisiana. Durante la detenzione ha subito un infarto e le sue condizioni di salute sono peggiorate sensibilmente. Il 29 maggio il giudice federale Brian Jackson aveva stabilito che la detenzione violava i diritti costituzionali dell’uomo, ordinandone l’immediata liberazione. Sembrava la fine dell’incubo. Invece, appena dieci giorni dopo il rilascio, agenti dell’ICE si sono presentati nuovamente alla sua abitazione, lo hanno arrestato e trasferito verso una struttura destinata ai voli di deportazione. Secondo il suo avvocato, Ken Mayeaux, l’obiettivo era imbarcarlo entro poche ore su un volo diretto in Israele. Solo un ricorso d’urgenza ha impedito l’espulsione. Lo stesso giudice che ne aveva ordinato il rilascio è dovuto intervenire nuovamente, imponendo all’ICE di liberare Omar e vietando ulteriori tentativi di deportazione durante l’esame del caso. Nella sua ordinanza, il magistrato ha ricordato che l’agenzia aveva già violato i diritti costituzionali dell’uomo trattenendolo illegalmente e negandogli le garanzie previste dalla legge. La vicenda assume contorni ancora più inquietanti considerando lo stato di salute del settantasettenne. Reduce da un infarto e da un intervento chirurgico al cuore, Omar avrebbe dovuto affrontare un volo di circa quattordici ore senza autorizzazione medica. Secondo la documentazione presentata dai suoi legali, un medico era pronto a testimoniare che il trasferimento avrebbe comportato seri rischi per la sua sopravvivenza. Per le organizzazioni che si occupano di diritti dei migranti, questi episodi non rappresentano eccezioni ma la manifestazione di una tendenza sempre più evidente. Bridget Pranzatelli del National Immigration Project sostiene che i tribunali federali si trovano ormai regolarmente ad affrontare comportamenti dell’ICE in aperto contrasto con ordini giudiziari e principi costituzionali. Secondo l’avvocata, l’accanimento contro Omar riflette inoltre il clima particolarmente ostile che circonda oggi la comunità palestinese negli Stati Uniti.

L’immagine che emerge è quella di un apparato migratorio sempre più autonomo, aggressivo e politicamente incentivato a massimizzare espulsioni e detenzioni. Da un lato la deportazione verso Paesi terzi utilizzati come zone di scarico della popolazione migrante indesiderata. Dall’altro la disponibilità a ignorare perfino decisioni giudiziarie pur di raggiungere gli obiettivi fissati dalla Casa Bianca.

La retorica ufficiale continua a parlare di sicurezza nazionale e rispetto della legge. Ma i fatti raccontano altro: migranti trasferiti in Stati instabili senza reali garanzie, anziani malati arrestati nonostante ordini di liberazione, tribunali costretti a intervenire ripetutamente per fermare le iniziative dell’agenzia federale per l’immigrazione.

La questione non riguarda soltanto il destino delle persone coinvolte. Riguarda la tenuta stessa dello Stato di diritto. Perché quando un apparato amministrativo può tentare di aggirare le decisioni dei giudici e quando la deportazione diventa uno strumento politico da esercitare a qualunque costo, il problema non è più soltanto l’immigrazione. È la natura del potere che si sta costruendo.


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