Deportazioni e detenzioni illegali: Israele trattiene due attivisti della Global Sumud Flotilla

Rilasci parziali a Creta mascherano la violazione: due membri della Global Sumud Flotilla saranno portati in Israele senza base giuridica. Silenzi e complicità europee

Il rilascio parziale degli attivisti della Global Sumud Flotilla non solo non chiude l’incidente: lo rende ancora più grave, più evidente, più difficile da nascondere. Perché ciò che sta emergendo, ora dopo ora, è un quadro che va ben oltre l’abbordaggio illegale in acque internazionali. È la trasformazione di quell’atto in una sequenza coerente di violenze, detenzioni arbitrarie e deportazioni.

I 175 attivisti sequestrati dalla marina israeliana nella notte tra il 29 e il 30 aprile — in pieno Mediterraneo, a centinaia di miglia dalle coste di Gaza e nei pressi della Grecia — erano attesi nel sud di Creta alle prime ore del mattino. Sono invece arrivati solo nel pomeriggio, nel nord dell’isola, caricati su autobus e trasferiti verso l’aeroporto. Un ritardo che racconta già molto: non un semplice trasferimento, ma una gestione opaca, disordinata, segnata da ore di detenzione e incertezza.

E soprattutto, non tutti sono arrivati. All’appello mancano due nomi: il brasiliano Thiago Ávila e il palestinese Saif Abu Keshek. Entrambi trattenuti dalle autorità israeliane e destinati a essere trasferiti in Israele, probabilmente nel porto di Ashdod, per interrogatori e possibili arresti. Non su base giudiziaria, non attraverso procedure riconosciute, ma per decisione unilaterale militare. Una deportazione di fatto, costruita su accuse generiche — “attività illegali”, “affiliazione terroristica” — formulate pubblicamente, senza alcuna garanzia procedurale, contro persone che si trovavano fuori dalla giurisdizione israeliana.

È qui che il quadro diventa ancora più inquietante: non siamo più solo di fronte a un atto di pirateria, ma a un’estensione extraterritoriale del potere punitivo. Israele non si limita a sequestrare civili in acque internazionali: li seleziona, li trattiene, li deporta, costruendo ex post una pretesa giuridica che non esiste.

Ma la violenza non si è fermata alla dimensione giuridica. Ha preso corpo nei racconti, nei segni visibili sui corpi degli attivisti, nelle testimonianze che stanno emergendo.

Trentadue persone sono state trasportate in ospedale a Creta. Tra loro anche tre italiani. Le diagnosi parlano di contusioni, escoriazioni, traumi. Un cittadino colombiano con trauma cranico, un tedesco con forti vertigini, un olandese con fratture al naso e ferite al volto. Altri attivisti mostrano occhi neri, magliette sporche di sangue. Non sono dettagli marginali: sono la prova fisica di ciò che è accaduto durante le 40 ore di detenzione a bordo delle navi militari israeliane.

Quaranta ore. Senza libertà, senza comunicazioni, senza garanzie. Secondo la denuncia ufficiale della flottiglia, gli attivisti sono stati privati di cibo e acqua a sufficienza, costretti a dormire su pavimenti deliberatamente allagati, mantenuti in condizioni degradanti. Un trattamento che richiama pratiche già documentate in precedenti operazioni e che oggi si ripresenta con inquietante continuità.

E poi c’è il momento più violento: il pestaggio. Avviene quando gli attivisti tentano di opporsi in modo non violento al rapimento di Ávila e Abu Keshek. La risposta, raccontano, è immediata e brutale: pugni, calci, trascinamenti sul ponte, mani legate dietro la schiena. Non un uso “proporzionato della forza”, ma una punizione. Una dimostrazione di potere. Le conseguenze sono evidenti: costole incrinate, fratture, lividi.

Questa sequenza — abbordaggio, detenzione, violenze, trasferimento, deportazione selettiva — non è casuale. È un’operazione coerente, che segue una logica precisa: impedire, neutralizzare, dissuadere. Non solo fermare una missione umanitaria, ma lanciare un messaggio a chiunque voglia tentare qualcosa di simile.

Nel frattempo, a Creta, la gestione del rilascio aggiunge un ulteriore livello di opacità. Gli attivisti, secondo fonti sul posto, vengono lasciati lontano dall’aeroporto e costretti a raggiungerlo a piedi. Una volta arrivati, restano per ore senza informazioni, senza assistenza, senza interlocutori chiari. Anche il console italiano rimane in attesa, senza comunicazioni da parte delle autorità greche o israeliane. Un vuoto istituzionale che riflette perfettamente il vuoto politico.

Perché il punto, ancora una volta, è questo: l’assenza di una risposta adeguata. Di fronte a un’operazione che configura, secondo molteplici profili, reati e violazioni del diritto internazionale — sequestro di persona, uso illegittimo della forza, detenzione arbitraria, trasferimento forzato — le istituzioni europee continuano a muoversi con estrema cautela. Nessuna presa di posizione netta. Nessuna iniziativa proporzionata alla gravità dei fatti.

Eppure gli elementi sono ormai inequivocabili. L’abbordaggio è avvenuto in acque internazionali. Le navi erano civili. Gli attivisti disarmati. Le violenze documentate. Le detenzioni prive di base giuridica. Le deportazioni in corso.

Continuare a trattare tutto questo come un “incidente” o una “situazione da chiarire” significa accettare la trasformazione in atto: quella di un Mediterraneo in cui il diritto viene sospeso quando entra in gioco la forza.

E allora il rilascio dei 175 attivisti non è una soluzione. È una parentesi dentro un problema molto più grande. Perché finché due persone restano detenute illegalmente, finché le violenze non vengono accertate, finché le responsabilità non vengono riconosciute, nulla è chiuso.

Anzi, tutto resta aperto. E si aggrava. Perché ogni passaggio — dall’abbordaggio alla deportazione — costruisce un precedente. E ogni precedente non contestato diventa norma. È questa la posta in gioco reale. Non solo la sorte degli attivisti, ma il confine stesso tra diritto e arbitrio. E quel confine, oggi, appare sempre più fragile.

Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.

Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000

News, aggiornamenti e approfondimenti

sul canale telegram e canale WhatsApp