Dalle carceri a Gaza, Israele stringe la morsa sui palestinesi

di Eliana Riva*

Nuovi dati sulle carceri israeliane mentre proseguono arresti, attacchi dei coloni e violazioni del cessate il fuoco a Gaza

L’ufficio stampa dei prigionieri ha pubblicato ieri una relazione aggiornata che documenta una nuova impennata di decessi palestinesi all’interno degli istituti di detenzione israeliani.

Tra ottobre e dicembre 2025 sono 86 i prigionieri che hanno perso la vita dopo essere stati catturati e imprigionati.

Secondo il rapporto, le cause della morte vanno dalle torture subite ai maltrattamenti, fino alla negligenza medica. Nell’ultima settimana i militari di Tel Aviv hanno sequestrato almeno 100 palestinesi, alcuni dei quali sono stati rilasciati mentre altri rimangono in prigione, spesso senza alcuna accusa. Secondo la Società dei prigionieri palestinesi, nel 2025 Israele ha catturato oltre 7.500 persone in Cisgiordania e a Gerusalemme est., 21mila da ottobre 2023. Il numero dei palestinesi catturati a Gaza non è mai stato ufficialmente comunicato e centinaia di famiglie non conoscono tuttora la sorte dei propri parenti e amici scomparsi.

L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha chiesto alle autorità israeliane di abbandonare i piani di approvazione della nuova legge che prevede la pena di morte solo per i prigionieri palestinesi, sia in Israele che in Cisgiordania. Türk ha dichiarato che il piano è contrario al diritto internazionale, aggiungendo che «solleva serie preoccupazioni riguardo alla discriminazione contro i palestinesi e alla violazione dei loro diritti al giusto processo, oltre ad altre violazioni del diritto internazionale, dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario». L’Alto commissario ha ricordato poi che negare ai palestinesi le garanzie di un giusto processo, equivale a commettere un crimine di guerra.

Ieri le forze israeliane hanno arrestato anche quattro attivisti di diverse nazionalità che si trovavano nel villaggio di Al-Mughayyir in solidarietà con la famiglia Abu Na’eem, le cui proprietà agricole sono sotto attacco dei coloni. Solo pochi giorni prima i militari avevano arrestato altri quattro attivisti stranieri.

Anche le comunità beduine denunciano un aumento degli attacchi da parte dell’esercito e dei coloni. L’Organizzazione per i Diritti Umani Al-Baidar, che difende i diritti delle comunità beduine, ha documentato 5890 violazioni israeliane contro comunità beduine e villaggi marginalizzati nella Cisgiordania occupata e nella Valle del Giordano. Le violazioni documentate delineano un quadro di sistematica pressione sulla popolazione: i raid nelle abitazioni e nelle tende, volti a destabilizzare la vita quotidiana, si accompagnano a demolizioni di case e strutture agricole, confische di terre e arresti incessanti. Alle aggressioni fisiche contro civili e bestiame si aggiungono atti di sabotaggio, come l’incendio di veicoli e proprietà. Infine, il deliberato isolamento dei residenti viene attuato attraverso il blocco delle arterie stradali e l’interruzione di forniture vitali quali acqua ed elettricità, impedendo di fatto ogni accesso ai terreni agricoli.

Una modalità che Israele intende utilizzare anche con le strutture delle Nazioni unite. L’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni unite per i profughi palestinesi, attende infatti l’attuazione dell’estensione della legge che la riguarda, approvata dal parlamento israeliano a fine dicembre. Il provvedimento, promosso con 59 voti favorevoli e 7 contrari, agisce come un emendamento alle leggi già votate nell’ottobre 2024 che ordinano il blocco di qualsiasi attività umanitaria dell’agenzia all’interno dei Territori palestinesi occupati. La nuova norma prevede il taglio di tutte le utenze, vietando a qualsiasi fornitore di acqua, elettricità e gas di erogare servizi a proprietà registrate a nome dell’Unrwa. La legge impone anche alle banche e ai fornitori di servizi di comunicazione di interrompere ogni rapporto con l’agenzia e autorizza a sequestrarne le proprietà a Gerusalemme Est, senza necessità di ulteriori procedimenti amministrativi. Il provvedimento riguarderà immediatamente Gerusalemme est ma coinvolgerà anche strutture e attività della Cisgiordania occupata, con una modalità che verrà probabilmente utilizzata anche con quelle decine di ong che sono state recentemente cacciate dalla Palestina.

Israele, infatti, controlla le infrastrutture idriche ed elettriche della Cisgiordania, e le autorità di Tel Aviv non autorizzeranno il transito delle stesse risorse palestinesi verso le strutture Unrwa nei campi profughi.

Nella Striscia di Gaza, intanto, nonostante il cessate il fuoco, continua ad aumentare il numero delle persone uccise.

Quattro palestinesi, tra cui due donne, sono stati ammazzati in diverse aree della Striscia. I militari hanno sparato a Beit Lahiya, uccidendo Sanyoura Al-Sheeah, di 45 anni. A Khan Younis testimoni hanno raccontato che una jeep dell’esercito ha superato la linea gialla, aprendo il fuoco in maniera indiscriminata contro i rifugiati del campo profughi di al-Mawasi.

Una ragazza ha perso la vita e altre persone sono rimaste ferite. Sempre a Khan Younis una nave da guerra si è avvicinata alla costa, sparando verso la spiaggia di Gaza, mentre un video girato nel campo profughi di Jabalia mostra un drone sorvolare le macerie e le case completamente distrutte, avvicinarsi al suolo e sganciare una bomba. Secondo fonti locali diversi civili sono stati colpiti dall’esplosione. Le violazioni del cessate il fuoco sono quotidiane, mentre il servizio meteorologico avverte di un calo delle temperature nelle prossime ore. Nonostante i continui appelli della comunità internazionale, gran parte delle tende e del materiale per i rifugi continua ad essere bloccata dalle autorità israeliane.

*da il manifesto

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