Menu

Dalla parte della libertà, oggi tutti a Cosenza

Ci siamo. La più inquietante fra le recenti “inchieste politiche”, quella aperta dalla procura di Cosenza contro la rete meridionale del sud ribelle, sta arrivando alla conclusione. Il pm Fiordalisi, nella sua lunga requisitoria, ha chiesto oltre 50 anni di carcere per gli imputati.

L’inchiesta di Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle è stata forse il passaggio più inquietante di quella involuzione autoritaria che ha caratterizzato l’Italia del dopo Genova.

Una inchiesta partita da un dossier dei Ros, ritenuto inconsistente da più Procure ma che trova un ambiente accogliente nella Procura di Cosenza, che nel novembre 2002 porta all’arresto di venti militanti (alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza) con accuse pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione fascista, introdotti negli anni Trenta, come il “sovvertimento dell’ordinamento economico costituito nello Stato”. L’inchiesta si è basata principalmente su intercettazioni di telefonate ed e-mail e sulla lettura di documenti vari, una lettura spesso maliziosa quanto grottesca (basti pensare al manuale di autodifesa del manifestante, pubblicizzato tramite agenzie di stampa nazionali, interpretato come la dimostrazione che ci si preparava a uno scontro violento). L’accusa, e questo è il punto grave, non contesta agli indagati alcun fatto specifico, se non l’occupazione simbolica di un’agenzia di lavoro interinale e la partecipazione attiva ai controvertici di Napoli e Genova nel 2001. Fiordalisi sostiene la tesi della regia unica dei disordini di piazza, ma si guarda bene, dall’analizzare i fatti per quello che sono, altrimenti si scoprirebbe il ruolo decisivo avuto dalle forze dell’ordine.

Come si vede si tratta di reati prettamente politici, difficili da definire nella loro espressione concreta. Che può voler dire turbativa dell’azione di governo? Forse la contestazione di un vertice fra otto capi di stato e di governo? E che senso può avere ipotizzare che si formi un’associazione a delinquere che abbia per scopo la “resistenza a pubblico ufficiale”? Capiremmo se si trattasse di associarsi per “aggredire” il pubblico ufficiale, per compiere azioni violente o qualcosa del genere, ma l’idea che qualcuno si organizzi per farsi attaccare dalla polizia e poi “resistere” è semplicemente grottesca. E poi si parla di cospirazione, associazione sovversiva, reati sfuggenti nella loro stessa formulazione verbale. Fra le imputazioni, per alcuni, c’è anche la “compartecipazione psichica” agli atti violenti compiuti da altri. In breve, un castello di accuse dal quale è pressoché impossibile difendersi: se l’accusa non contesta fatti specifici, come si può replicare?

La sensazione forte è che si stiano usando delle figure giuridiche che hanno il sapore della repressione gratuita, poco motivata se non in termini di avversione ideologica, in nome di un’astratta e vetusta concezione del motto “legge e ordine”.L’inchiesta di Cosenza è sbagliata e pericolosa: è un rozzo tentativo di criminalizzare il movimento allo scopo di mettere fuori gioco le idee che quella straordinaria stagione di lotte e partecipazione ha immesso nella società. Questa giustizia è purtroppo prona al potere e fin troppo strabica. Per questo è necessaria la mobilitazione democratica, a partire da sabato 2 febbraio dove saremo in tanti a Cosenza, per tutelare gli spazi dell’iniziativa politica dal basso che rischiano altrimenti di essere compressi da teoremi giudiziari basati più che sui fatti su pregiudizi ideologici.

Michele De Palma, responsabile Area movimenti della segreteria naz del Prc
Italo di Sabato, responsabile Osservatorio repressione

Leave a Comment

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>